di Giorgio Vigolo
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 8 giugno 1970]
Il bicentenario della nasci ta di Hölderlin coincide quest’anno con quelli di Hegel e di Beethoven; è già ricorso anzi per primo, perché il poe ta di Hyperion e dell’Empedokles è nato il 20 marzo, mentre Hegel nacque il 27 agosto e Beethoven il 16 di cembre del 1770.
Secondo la voga odierna potremmo dire che il sinfo nista vide la luce nel Sagit tario, il filosofo nella Vergi ne e il poeta sotto il segno dei Pesci, lasciando alla cri tica astrologica di cavarne le sue conseguenze. Peraltro la nostra triade ci sembra tro varsi piuttosto sotto una sola e meno mitologica costellazio ne poetico-filosofico-musicale che è quella della Dialettica. Il ritmo dialettico è infatti il vero nume presente tanto nel la sintesi degli opposti hege liana, quanto nella opposizio ne tematica della forma-sona ta, così fondamentale in Bee thoven, ma non meno fonda mentale nella poetica di Hölderlin. Non dimenticheremo anzitutto che il nucleo del l’idealismo di Schelling e di Hegel era già implicito nella intuizione del poeta che, gio vinetto, si trovò con i due fi losofi (coetaneo lo Hegel e di cinque anni più giovane lo Schelling) nello stesso semi nario di Tubinga e con essi formò un sodalizio di giova nili entusiasmi.
Con ogni verosimiglianza fu Hölderlin l’autore di quel pri mo piano del sistema idea listico che si trovò poi tra scritto di mano di Hegel, ma di cui si discuterà sempre se ne fosse autore lo Schelling o non piuttosto lo stesso Hölderlin, come del resto ha so stenuto W. Böhm nel suo sag gio su « Hölderlin, autore del più antico piano sistematico dell’idealismo tedesco ». An che il Rosenkranz propende va per la stessa convinzione quando affermava nella sua « Vita di Hegel »: « Io vedo Hölderlin come il profeta che primo annunziò fra gli stu denti di Tubinga lo Sturm und Drang dello spirito ver so la totalità e l’unità. Era la prefazione poetica a Schel ling e a Hegel ».
La poetica di Hölderlin in fatti si configura nelle sue li riche come un contrasto di temi in cui gli opposti fini scono col conciliarsi in soluzioni quiete. Diotima, per esempio, l’eroina dell’Hvperion, ricorda all’amato come una sera, sostando sul ponte dopo un violento uragano, ve dessero sotto di loro scroscia re fulmineo dalla montagna un torrente rosseggiante, men tre lì accanto la foresta ver deggiava in pace e le foglie dei faggi si muovevano ap pena. « Ci faceva così bene che quel verde, colmo di ani ma, non fuggisse via anch’es so come il torrente, e che la bella primavera, così calma, stesse ferma per noi come un uccello mansueto ». « In que sto â— aggiunge Hyperion â— io la riconosco, l’Anima della Natura, in questo fuoco silen zioso, in questo soffermarsi della sua fuga potente ».
Tale tessitura dialettica è costante nelle composizioni Hölderliniane, e un altro dei suoi esempi mi pare di scor gere nella celebre ode « Heidelberg ». Essa comincia liri camente con una simile sosta contemplativa su un ponte, che in questo caso è sul fiume Neckar; il poeta sente questo momento di indugio, come un incantesimo, gli sembra anzi che gli dèi lo abbia no magato e come legato sul ponte a guardare lontano verso i monti dell’Odenwald. Ma all’indugio propriamente liri co-estatico dell’inizio, si op pone la visione ansiosa, « tri ste e ilare », del fiume che impersona il dramma d’un de stino; non più l’evasione del guardare lontano, bensì la vi ta che segue il suo corso fa tale, che anela anzi al dile guare. Il giovane fiume, trat tenuto invano dagli sguardi seguaci e amorosi delle rive fiorite, tutte intente alla sua bellezza, « si scaglia nei flut ti del tempo, per trapassare amando ». E non lo vediamo più. Al suo posto, come evo cata da questo tendere alla catastrofe, sorge ora, a piom bo sulla vallata, la rocca gi gantesca, spaccata dalle fol gori.
E’ una enorme massa im mobile in cui la fluidità fug gente del fiume, cioè del Di venire, è come fissata dalla morte. Sul castello decrepito scrosciano, simili al canto de gli usignoli, sul cieco Edipo a Colono, gli arbusti e l’edera verdeggiante. Così l’ode con tempera i suoi temi avversi per risolvere e modulare di nuovo nella contemplazione li rica, in una suprema dolcezza e pace raggiunta attraverso la morte; e si spegne in accordi lievissimi e consolati, di pro fumi e di fiori, nel ritrovato limite umano delle « straducce gaie che fra odorosi giar dini dormono ». Ciò mi fa pensare anche al finale dell’Hyperion (ultima lettera) in cui il poeta, al termine di quella tragica vicenda della guerra di Grecia, dice di sé che « la Natura lo aveva se polto nella sua pace, come uno che muore santificato » (wie einen Heiligsterbenden).
Questo rientrare nella mi sura, nel limite, dopo le an titesi tematiche, con un pun to d’organo e dei veri e pro pri finali in maggiore, si ri troverà poi ampliato e quasi sinfonizzato, nelle Elegie e nei grandi inni Il Reno, Patmos ecc. E’ la quieta soluzione del suo processo dialettico che, dalla negazione tragica del momento individuale, risale alla più alta affermazione nel la vita totale, e, nel giubilante sentimento della totalità, rias sorbe e trasfigura gaudiosa mente il dileguare dell’indivi duo. Il tono lirico dell’inizio ritorna nella soluzione finale come potenziato e sublimato e ritrova se stesso in una più alta dolcezza e pace, che è quasi mistico inebbriamento nel grande accordo maggiore dell’Intiero, dell’Uno-Tutto, dell’En kai pan (motto che Hölderlin aveva scritto come suo simbolo nell’album dei ri cordi di Hegel, già nel 1798). In quest’ultima pace il Dive nire dilegua a sua volta e ri fluisce nell’essere, il Divenire è tolto e si ha il dileguare del dileguare, secondo le parole di Hegel, che in un passo del 1 ° Libro della sua « Scienza della Logica » sembra avere formulato l’essenza stessa del la poetica hölderliniana.
« Il Divenire â— egli scri ve â— è una sfrenata inquie tudine che precipita in un ri sultato quieto ». Lo stesso Goethe che pure fu così incomprensivo e avaro di riconoscimenti con Hölderlin, aveva scritto la stessa cosa a Schiller, su due liriche del giovane poeta, esponendo il suo giudizio quasi con le medesime parole di Hegel: « Queste due poesie esprimono entram be una dolce tensione che si risolve in una misura sobria ». Esattamente detto. Il gusto di Hölderlin tende costantemen te all’equilibrio delle tensioni, a una « fluidità dialettica » di rapporti tonali, alle soluzioni in « pianissimo ». Egli rifug ge da ogni violenza verbale, da chiassosi o coloriti agget tivi, per attenersi alla sobria misura di una lingua sempli ce e spoglia, di incompara bile purezza e levità; ed ha una musica, una dolcezza sen za peso di consonanti, quale la lingua tedesca non aveva forse mai conosciuto prima di Hölderlin.
Ma a proposito di musica, resterebbe ora da vedere, l’af finità che Hölderlin può ave re avuto con il coetaneo Bee thoven, non perché si siano conosciuti o l’uno abbia sa puto nulla dell’altro, ma per la profonda e specifica mu sicalità del poeta, che fa di lui uno di quegli esseri che Nietzsche avrebbe chiamato « parenti stretti della musi ca ». Hölderlin infatti suonava con maestria parecchi strumenti, oltre ad avere una bel la voce tenorile; e un altro suo compagno di studi, Phi lipp Joseph Rehfuss, ben no to come italianizzante appas sionato e traduttore di Alfie ri e di Cuoco, racconta nei suoi ricordi che, nei concerti del collegio, Hölderlin era pri mo violino. « L’ovale regolare del viso, l’espressione dol ce dei suoi lineamenti, e la vita superiore che si esprime va incontestabilmente da tut to il suo essere, mi sono sem pre rimasti presenti. Lo vedo ancora, col violino in mano, chinare la testa verso di me per darmi le entrate ». Si sa inoltre che nel periodo del suo amore con Suzette Gontard (Diotima), nella cui ca sa visse due anni a Franco forte, gran parte della gior nata era dedicata alla musica che facevano insieme.
Ma quali musiche suonò Hölderlin? Qui sta il proble ma, reso oscurissimo dal si lenzio assoluto che il poeta, tanto nelle sue opere, quan to nelle sue lettere, ha sem pre mantenuto sulla musica, fino a non nominare mai o quasi mai la parola Musik, né tanto meno fare riferimen to a composizioni o ad au tori.
Si sa tuttavia che nel lun go periodo della sua follia durato circa quarant’anni e cioè fino al 1843, in cui morì, Hölderlin continuò sempre a suonare. Bettina Brentano, la entusiastica ammiratrice di Beethoven, andò a visitare Hölderlin nella torre sul Ne ckar dove era affidato al fa legname Zimmer e lo sentì suonare. Non si può dunque escludere, in modo assoluto, che fra le molte musiche suo nate, specie con Diotima ne gli anni di Francoforte (1796- 98), quando molte opere di Beethoven e la stessa Sonata Patetica già circolavano, qual cuna di queste possa essere arrivata sul leggìo di Hölderlin.