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LETTERATURA: I MAESTRI: Idealismo di Hölderlin

23 Aprile 2013

di Giorgio Vigolo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 8 giugno 1970]

Il bicentenario della nasci ¬≠ta di H√∂lderlin coincide quest’anno con quelli di Hegel e di Beethoven; √® gi√† ricorso anzi per primo, perch√© il poe ¬≠ta di Hyperion e dell’Empedokles √® nato il 20 marzo, mentre Hegel nacque il 27 agosto e Beethoven il 16 di ¬≠cembre del 1770.

Secondo la voga odierna potremmo dire che il sinfo ¬≠nista vide la luce nel Sagit ¬≠tario, il filosofo nella Vergi ¬≠ne e il poeta sotto il segno dei Pesci, lasciando alla cri ¬≠tica astrologica di cavarne le sue conseguenze. Peraltro la nostra triade ci sembra tro ¬≠varsi piuttosto sotto una sola e meno mitologica costellazio ¬≠ne poetico-filosofico-musicale che √® quella della Dialettica. Il ritmo dialettico √® infatti il vero nume presente tanto nel ¬≠la sintesi degli opposti hege ¬≠liana, quanto nella opposizio ¬≠ne tematica della forma-sona ¬≠ta, cos√¨ fondamentale in Bee ¬≠thoven, ma non meno fonda ¬≠mentale nella poetica di H√∂lderlin. Non dimenticheremo anzitutto che il nucleo del ¬≠l’idealismo di Schelling e di Hegel era gi√† implicito nella intuizione del poeta che, gio ¬≠vinetto, si trov√≤ con i due fi ¬≠losofi (coetaneo lo Hegel e di cinque anni pi√Ļ giovane lo Schelling) nello stesso semi ¬≠nario di Tubinga e con essi form√≤ un sodalizio di giova ¬≠nili entusiasmi.

Con ogni verosimiglianza fu H√∂lderlin l’autore di quel pri ¬≠mo piano del sistema idea ¬≠listico che si trov√≤ poi tra ¬≠scritto di mano di Hegel, ma di cui si discuter√† sempre se ne fosse autore lo Schelling o non piuttosto lo stesso H√∂lderlin, come del resto ha so ¬≠stenuto W. B√∂hm nel suo sag ¬≠gio su ¬ę H√∂lderlin, autore del pi√Ļ antico piano sistematico dell’idealismo tedesco ¬Ľ. An ¬≠che il Rosenkranz propende ¬≠va per la stessa convinzione quando affermava nella sua ¬ę Vita di Hegel ¬Ľ: ¬ę Io vedo H√∂lderlin come il profeta che primo annunzi√≤ fra gli stu ¬≠denti di Tubinga lo Sturm und Drang dello spirito ver ¬≠so la totalit√† e l’unit√†. Era la prefazione poetica a Schel ¬≠ling e a Hegel ¬Ľ.

La poetica di H√∂lderlin in ¬≠fatti si configura nelle sue li ¬≠riche come un contrasto di temi in cui gli opposti fini ¬≠scono col conciliarsi in soluzioni quiete. Diotima, per esempio, l’eroina dell’Hvperion, ricorda all’amato come una sera, sostando sul ponte dopo un violento uragano, ve ¬≠dessero sotto di loro scroscia ¬≠re fulmineo dalla montagna un torrente rosseggiante, men ¬≠tre l√¨ accanto la foresta ver ¬≠deggiava in pace e le foglie dei faggi si muovevano ap ¬≠pena. ¬ę Ci faceva cos√¨ bene che quel verde, colmo di ani ¬≠ma, non fuggisse via anch’es ¬≠so come il torrente, e che la bella primavera, cos√¨ calma, stesse ferma per noi come un uccello mansueto ¬Ľ. ¬ę In que ¬≠sto √Ę‚ÄĒ aggiunge Hyperion √Ę‚ÄĒ io la riconosco, l’Anima della Natura, in questo fuoco silen ¬≠zioso, in questo soffermarsi della sua fuga potente ¬Ľ.

Tale tessitura dialettica √® costante nelle composizioni H√∂lderliniane, e un altro dei suoi esempi mi pare di scor ¬≠gere nella celebre ode ¬ę Heidelberg ¬Ľ. Essa comincia liri ¬≠camente con una simile sosta contemplativa su un ponte, che in questo caso √® sul fiume Neckar; il poeta sente questo momento di indugio, come un incantesimo, gli sembra anzi che gli d√®i lo abbia ¬≠no magato e come legato sul ponte a guardare lontano verso i monti dell’Odenwald. Ma all’indugio propriamente liri ¬≠co-estatico dell’inizio, si op ¬≠pone la visione ansiosa, ¬ę tri ¬≠ste e ilare ¬Ľ, del fiume che impersona il dramma d’un de ¬≠stino; non pi√Ļ l’evasione del guardare lontano, bens√¨ la vi ¬≠ta che segue il suo corso fa ¬≠tale, che anela anzi al dile ¬≠guare. Il giovane fiume, trat ¬≠tenuto invano dagli sguardi seguaci e amorosi delle rive fiorite, tutte intente alla sua bellezza, ¬ę si scaglia nei flut ¬≠ti del tempo, per trapassare amando ¬Ľ. E non lo vediamo pi√Ļ. Al suo posto, come evo ¬≠cata da questo tendere alla catastrofe, sorge ora, a piom ¬≠bo sulla vallata, la rocca gi ¬≠gantesca, spaccata dalle fol ¬≠gori.

E’ una enorme massa im ¬≠mobile in cui la fluidit√† fug ¬≠gente del fiume, cio√® del Di ¬≠venire, √® come fissata dalla morte. Sul castello decrepito scrosciano, simili al canto de ¬≠gli usignoli, sul cieco Edipo a Colono, gli arbusti e l’edera verdeggiante. Cos√¨ l’ode con ¬≠tempera i suoi temi avversi per risolvere e modulare di nuovo nella contemplazione li ¬≠rica, in una suprema dolcezza e pace raggiunta attraverso la morte; e si spegne in accordi lievissimi e consolati, di pro ¬≠fumi e di fiori, nel ritrovato limite umano delle ¬ę straducce gaie che fra odorosi giar ¬≠dini dormono ¬Ľ. Ci√≤ mi fa pensare anche al finale dell’Hyperion (ultima lettera) in cui il poeta, al termine di quella tragica vicenda della guerra di Grecia, dice di s√© che ¬ę la Natura lo aveva se ¬≠polto nella sua pace, come uno che muore santificato ¬Ľ (wie einen Heiligsterbenden).

Questo rientrare nella mi ¬≠sura, nel limite, dopo le an ¬≠titesi tematiche, con un pun ¬≠to d’organo e dei veri e pro ¬≠pri finali in maggiore, si ri ¬≠trover√† poi ampliato e quasi sinfonizzato, nelle Elegie e nei grandi inni Il Reno, Patmos ecc. E’ la quieta soluzione del suo processo dialettico che, dalla negazione tragica del momento individuale, risale alla pi√Ļ alta affermazione nel ¬≠la vita totale, e, nel giubilante sentimento della totalit√†, rias ¬≠sorbe e trasfigura gaudiosa ¬≠mente il dileguare dell’indivi ¬≠duo. Il tono lirico dell’inizio ritorna nella soluzione finale come potenziato e sublimato e ritrova se stesso in una pi√Ļ alta dolcezza e pace, che √® quasi mistico inebbriamento nel grande accordo maggiore dell’Intiero, dell’Uno-Tutto, dell’En kai pan (motto che H√∂lderlin aveva scritto come suo simbolo nell’album dei ri ¬≠cordi di Hegel, gi√† nel 1798). In quest’ultima pace il Dive ¬≠nire dilegua a sua volta e ri ¬≠fluisce nell’essere, il Divenire √® tolto e si ha il dileguare del dileguare, secondo le parole di Hegel, che in un passo del 1 ¬į Libro della sua ¬ę Scienza della Logica ¬Ľ sembra avere formulato l’essenza stessa del ¬≠la poetica h√∂lderliniana.

¬ę Il Divenire √Ę‚ÄĒ egli scri ¬≠ve √Ę‚ÄĒ √® una sfrenata inquie ¬≠tudine che precipita in un ri ¬≠sultato quieto ¬Ľ. Lo stesso Goethe che pure fu cos√¨ incomprensivo e avaro di riconoscimenti con H√∂lderlin, aveva scritto la stessa cosa a Schiller, su due liriche del giovane poeta, esponendo il suo giudizio quasi con le medesime parole di Hegel: ¬ę Queste due poesie esprimono entram ¬≠be una dolce tensione che si risolve in una misura sobria ¬Ľ. Esattamente detto. Il gusto di H√∂lderlin tende costantemen ¬≠te all’equilibrio delle tensioni, a una ¬ę fluidit√† dialettica ¬Ľ di rapporti tonali, alle soluzioni in ¬ę pianissimo ¬Ľ. Egli rifug ¬≠ge da ogni violenza verbale, da chiassosi o coloriti agget ¬≠tivi, per attenersi alla sobria misura di una lingua sempli ¬≠ce e spoglia, di incompara ¬≠bile purezza e levit√†; ed ha una musica, una dolcezza sen ¬≠za peso di consonanti, quale la lingua tedesca non aveva forse mai conosciuto prima di H√∂lderlin.

Ma a proposito di musica, resterebbe ora da vedere, l’af ¬≠finit√† che H√∂lderlin pu√≤ ave ¬≠re avuto con il coetaneo Bee ¬≠thoven, non perch√© si siano conosciuti o l’uno abbia sa ¬≠puto nulla dell’altro, ma per la profonda e specifica mu ¬≠sicalit√† del poeta, che fa di lui uno di quegli esseri che Nietzsche avrebbe chiamato ¬ę parenti stretti della musi ¬≠ca ¬Ľ. H√∂lderlin infatti suonava con maestria parecchi strumenti, oltre ad avere una bel ¬≠la voce tenorile; e un altro suo compagno di studi, Phi ¬≠lipp Joseph Rehfuss, ben no ¬≠to come italianizzante appas ¬≠sionato e traduttore di Alfie ¬≠ri e di Cuoco, racconta nei suoi ricordi che, nei concerti del collegio, H√∂lderlin era pri ¬≠mo violino. ¬ę L’ovale regolare del viso, l’espressione dol ¬≠ce dei suoi lineamenti, e la vita superiore che si esprime ¬≠va incontestabilmente da tut ¬≠to il suo essere, mi sono sem ¬≠pre rimasti presenti. Lo vedo ancora, col violino in mano, chinare la testa verso di me per darmi le entrate ¬Ľ. Si sa inoltre che nel periodo del suo amore con Suzette Gontard (Diotima), nella cui ca ¬≠sa visse due anni a Franco ¬≠forte, gran parte della gior ¬≠nata era dedicata alla musica che facevano insieme.

Ma quali musiche suonò Hölderlin? Qui sta il proble ­ma, reso oscurissimo dal si ­lenzio assoluto che il poeta, tanto nelle sue opere, quan ­to nelle sue lettere, ha sem ­pre mantenuto sulla musica, fino a non nominare mai o quasi mai la parola Musik, né tanto meno fare riferimen ­to a composizioni o ad au ­tori.

Si sa tuttavia che nel lun ¬≠go periodo della sua follia durato circa quarant’anni e cio√® fino al 1843, in cui mor√¨, H√∂lderlin continu√≤ sempre a suonare. Bettina Brentano, la entusiastica ammiratrice di Beethoven, and√≤ a visitare H√∂lderlin nella torre sul Ne ¬≠ckar dove era affidato al fa ¬≠legname Zimmer e lo sent√¨ suonare. Non si pu√≤ dunque escludere, in modo assoluto, che fra le molte musiche suo ¬≠nate, specie con Diotima ne ¬≠gli anni di Francoforte (1796- 98), quando molte opere di Beethoven e la stessa Sonata Patetica gi√† circolavano, qual ¬≠cuna di queste possa essere arrivata sul legg√¨o di H√∂lderlin.

 

 

 

 


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Bart