Il mistero Simenon

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della sera”, sabato 23 dicembre 1967]

Ad     Andre     Gide     notoriamente piacque, di là dalla valutazione critica ch’egli avrebbe potuto darne. Si lasciava avvincere da Maigret e dagli altri personaggi dei romanzi non polizieschi, il cui motivo è da cercarsi sempre nel mistero, come succede in Les Inconnus dans la maison. Confessava di divorare i racconti di Simenon e che a casa sua tutti ogni tanto si lasciavano cogliere da una « simenonite acuta ». E scriveva all’autore prediletto: « Vivete d’una fal ­sa reputazione, come Baudelaire e Chopin ». Forse inten ­deva lusingarlo dando impor ­tanza agli elementi poetici, conturbanti non meno delle astuzie, esistenti dietro le ben congegnate narrazioni. Il giu ­dizio critico tuttavia sembra quasi condizionato dalla gratitudine per avere avuto l’oc ­casione rara d’una lettura fe ­lice.

Anche Franí§ois Mauriac ha ammesso   di   leggerlo, e tanti altri seri     scrittori   francesi,   i quali, di là dagli encomi pieni di sottintesi ambigui â— i letterati ne sono prodighi â— riconoscono     che     Simenon   è, come si dice appunto in Francia,   un     confrère.     Eppure     le incertezze critiche, fatalmente legate a ogni infatuazione, sussistono, e si sospetta che, appassionandosi a Maigret, certi scrittori     abbiano     cercato     un antidoto alle loro sofisticazioni, come quando si recano al cinema per abbandonarsi agli ingredienti di cui è materiato un western.

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Narratori avvincenti fino allo spasimo ve ne furono nel secolo scorso da Poe a Stevenson, per i quali lo spirito romanzesco – oggi diremmo la suspense – diventava il fine da raggiungere con lo studio. Avevano un’idea dell’arte uguale a quella d’un artigiano che lavora in un ambiente culturalmente raffinato, per esempio un ebanista francese del     secolo   diciottesimo. E   sapevano   che   la   pazienza produce il miracolo: ne deri ­vano infatti la semplicità, la spontaneità e il senso di veri ­tà che di solito s’attribuiscono all’ispirazione.

In Simenon c’è meno applicazione.   Assorbe la   realtà e la restituisce col suo francese rapido. Verrebbe fatto d’accet ­tare quanto Charles Chaplin disse di lui; che cioè la pro ­duzione letteraria senza requie gli dà una salute che, se no, gli mancherebbe:   l’arte come medicina contro la nevrosi.

Isolato dai rumori, dalle va ­riazioni del clima, dai secca ­tori, Simenon vive nelle vici ­nanze di Losanna, in un edi ­ficio che, a quanto si racconta, indulge a un ideale fanta ­scientifico della vita, in con ­trasto con gli ideali della sua letteratura, la quale attinge a un deposito di sensazioni e di immagini mediocri. La Fran ­cia, l’Europa e addirittura il mondo che Simenon evoca so ­no permeati di emozioni che furono proprie della prima parte del secolo, anzi dei primi decenni, colte, nel caso par ­ticolare, in una regione dai confini imprecisati, un po’ borgognona, un po’ fiammin ­ga, un po’ normanna, un po’ bretone. Il confine meridionale è sulla Loira. Una realtà frammentaria, ridotta a sensa ­zioni epidermiche assorbite nell’infanzia. La Francia di Si ­menon è nordica, rassomiglia a quella che i tedeschi vinci ­tori nel ’40 volevano ritaglia ­re dandone giustificazioni, ol ­treché razziali, storiche.

E ne viene una contraddi ­zione. Rapido nell’utilizzare quanto ha visto, udito, soffer ­to â— un suono, un brivido, un odore â— verrebbe fatto di scambiarlo per un romanziere-giornalista sempre in cerca di spunti, come ne ha avuti la Francia. Invece, a differenza del cosmopolita Paul Morand o del problematico André Malraux, è schiavo dei confini stretti impostigli dalla fanta ­sia. Appena li allarga con uno sforzo della volontà, e scende nei mari caldi e attraversa gli oceani, la tensione diminuisce, la prosa rivela una sua sciattezza, si scoprono accenti sgradevoli, stecche, e quasi la mente corre alla letteratura del primo dopoguerra: da slee-pingcar, si diceva. È una ca ­duta avvertibile nel testo ori ­ginario e che, nonostante la bontà della traduzione italia ­na â— le opere complete di Simenon edite da Mondadori sono già al quinto volume, per non dire dei tanti roman ­zi pubblicati a sé â— s’accen ­tua nella nostra lingua.

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Canali, chiuse e porti asse ­diati dalla bruma, pianure co ­perte da vapori, maree che lasciano emergere immense spiagge deserte. Nell’ambito d’una tale patria sclerotica e priva di luce, Simenon è ar ­tista. Appena scende verso sud, il fulgore mediterraneo o polinesiano fa sì che diventi generica perfino la scelta dei dati reali. Certi suoi tentativi di descriverci una Parigi gaia, luminosa, alla Renoir o alla Maupassant, provocano lo stesso senso d’abilità occasio ­nale.

La nebbia, il freddo, il gri ­gio e la pioggia gli permet ­tono di confessare la sua idea della vita. Quale contrasto con la sua casa di Losanna, con l’organizzazione editoriale, la modernità. Nella vita privata addirittura il lusso; in quella fantasticata, la difesa del «dol ­ce benessere » che sembra coin ­cidere con la giustizia.

Maigret è il guardiano del piacere che con poca spesa si prova rincasando quando è cattivo tempo, oppure seden ­dosi al tavolo d’un bistrò, una sera umida, per bere una bir ­ra o un calvados. La felicità consiste nel sentire il tepore sciogliersi nel sangue, nell’osservare la moglie che si met ­te i bigodini senza paura di imbruttirsi, libertà che presume affetti sicuri. Una specie di beatitudine viene perfino dal tanfo d’umanità che, pri ­vatamente, Simenon tenta di allontanare da sé, come con ­tenesse il ricordo dell’indigen ­za giovanile, chiudendosi nell’efficiente, asettica e riforni ­ta d’elettrodomestici casa sviz ­zera. È il poeta dei piccoli egoismi che in Francia, al di fuori dei regimi politici, coin ­cidono con una perenne democrazia di sentimenti, e che sono il frutto estremo d’una aristocrazia scomparsa dopo avere nei secoli elaborato una etichetta sociale, un linguag ­gio mondano e amoroso, un arredamento gradevole e co ­modo, una cucina stimolante e prelibata, e la famosa, straordinaria carta dei vini. È la conseguenza della rivoluzio ­ne, la quale concesse a tutti il diritto alla buona tavola, al buon letto, e a farsi chiamare non citoyen. come aveva so ­gnato astrattamente l’élite au ­stera, entrata nella storia il 14 luglio, ma monsieur, qualifica densa di antichi richiami per i bravi francesi del ceto me ­dio che, arricchendosi, avevano conquistato il senso del ­le pubbliche relazioni.

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Maigret con la sua corposi ­tà è il nord. Veste male, si gonfia di bevande distillate dall’orzo, dal luppolo e dalla mela; a differenza del prete-poliziotto di Chesterton, il vi ­no, quando lo beve â— un ca ­lice di bianco, al massimo â— non gli dice gran che. Appena il poeta sonnecchia, basta la sua apparizione e il racconto lievita. Magari non si solleva sempre alla poesia crepusco ­lare però è abbellito da un flou. I romanzi indimentica ­bili sono pieni d’un clima aspro e dolce, avventuroso e intimo, come Le port des brumes, Au Rendez-vous des Terre-Neuvas, Le chien jaune. Maigret ha moglie, gli è fede ­le, però il suo corpo è sot ­toposto a forti tentazioni. Non è un carattere, è un emblema.

Simenon sta al quadrivio dal quale s’intravedono la Recherche di Proust (in cer ­ti racconti egli teorizza addi ­rittura la memoria), il Jour ­nal di Gide (in altri si sfor ­za d’arrivare alla confessione) i romanzi di Julien Green, per esempio, il Leviathan e anche la vasta letteratura romanze ­sca di terz’ordine, da Montépin a Ponson du Terrail. Mi ­stero, giustizia e in più il com ­piacimento dei ricordi. In un racconto non poliziesco, nel quale la memoria restituisce remote pene infantili, Il pleut, bergère, a differenza di quanto succede in altre rievoca ­zioni â— Souvenir, Pedigree  – si tocca una grande delicatez ­za. Una zia mostruosa, un babbo e una mamma pazienti, sperando nell’eredità, e un bambino alla finestra. Nelle piazze e nelle vie si danno i fatti, però anche quando â— attentati, guerre, sommosse â— sono storia, per Simenon equivalgono a crimini che tur ­bano il « dolce benessere ».

Maigret è il richiamo all’or ­dine; un suo equivalente c’è pure nei racconti non gialli. Interviene, scopre il colpevo ­le, e, singolarità in un poli ­ziotto, giudica perfino. Non è severo solo se consegna il de ­linquente al giudice; sa esserlo quando s’arroga il dirit ­to di giudicare. Meglio archi ­viare, conclude, spesso, ma, possiamo esserne certi, il cri ­minale è già punito; magari lo rode un male incurabile. Non è cartesiano; Sherlock Holmes s’affidava meglio, per ricomporre una realtà, alla ragione. Il commissario del famoso Quai des Orfèvres raccoglie elementi di cui scorge la coerenza lui solo, li offre al lettore per suggestionarlo e non per dargli le prove d’una colpevolezza. Mai concessa la verifica dei fatti. Simenon con le sue minute analisi non ci strappa il grido: « Ho capi ­to! ». È lui a darci brusca ­mente la conclusione. E sa ­rebbe segno d’ingratitudine domandargli spiegazioni circo ­stanziate. Il gioco è finito, il bandolo è stato trovato da una intuizione felice di Maigret che disdegna la scoperta mec ­canica della realtà.

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