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LETTERATURA: I MAESTRI: Il modello di Nataša

5 Gennaio 2019

di Edmund Wilson
[da “Saggi letterari 1920-1950”, Garzanti, 1967]

Per il personaggio di NataÅ¡a in Guerra e Pace Tolstoj tenne presente come principale modello sua cognata Tatjana Andreevna Behrs. All’epoca del matrimonio di Tolstoj, era una allegra, graziosa e vivace ragazza sedicenne, che già godeva della grande simpatia dello scrittore. Tatjana si trat ­tenne a lungo nella casa di campagna di Tolstoj a Jasnaja Poljana, e il cognato era solito dirle che si stava appunto sdebitando dell’ospitalità posando come modello per lui. In seguito, quando sposò un giovane magistrato, ella continuò a frequentare i Tolstoj e si recava da loro con tutta la fami ­glia nelle vacanze estive. Suo marito morì nel 1917 e Tatjana andò a Jasnaja Poljana a vivere con la figlia di Tolstoj, Aleksandra, beneficiando di una piccola pensione concessale dal governo sovietico. Ivi, all’età di settantacinque anni, co ­minciò a scrivere le sue memorie, ma la morte la interruppe che non era arrivata nel racconto molto al di là del suo matrimonio, celebrato nel 1867 all’età di ventun anni.

Queste memorie sono ora state tradotte per la prima volta in inglese col titolo Tolsioy as I Knew Him : l’autrice firma col nome da sposata, Tatjana A. Kuzminskaja. Il titolo originale russo, qui conservato come sottotitolo, My Life at Home and at Yasnaya Polyana, è più fedele al contenuto del libro, che non verte tutto sui Tolstoj, ma è piuttosto una autobiografia di Tatjana. Come tale, benché non di rado noioso, esso costituisce un interessante documento. NataÅ¡a-Tatjana scriveva che era già una vecchia signora, sulla ba ­se di diari e di lettere risalenti alla sua lontana giovinezza; quasi tutte le sue osservazioni sulle personalità letterarie da lei conosciute da giovane â— Ostrovskij, Turgenev, Fet e il suo stesso celebre cognato â— non denotano rispetto alcuno per nomi così famosi: sono semplicemente le reazioni di una donna di fronte a uomini diversi da lei conosciuti. Ad un certo punto, dopo aver ingerito del veleno per dispiaceri amorosi, Tatjana muta improvvisamente parere sul morire, allorché un altro dei suoi corteggiatori si presenta in visita : lo riceve cortesemente e chiede subito alla madre di sommi ­nistrarle un antidoto. Senza sforzo alcuno di selezione, l’au ­trice narra semplicemente tutti i fatti che al momento del loro verificarsi l’abbiano in qualche modo colpita, negli stessi termini di valutazione di allora, Nessuno di essi â— ci si aspetterebbe almeno questo â— sembra avere assunto agli occhi di questa NataÅ¡a un qualche nuovo significato alla luce della successiva esperienza. È come se le appassionate « cotte » della fanciulla, la sua vanità nell’essere ammirata, rivivano semplicemente nella memoria. Benché quasi tutto quel che Tatjana dice si adatti perfettamente al personaggio creato da Tolstoj e benché il libro sia pieno delle testimo ­nianze di altre persone sulla sua vivacità e bellezza, non è in ciò che risiede il fascino di NataÅ¡a. Tatjana era dotata evidentemente di una prepotente vitalità, non certo di abi ­lità letteraria, Non era capace di autodrammatizzarsi e si limita pertanto a fornirci un lungo e lento racconto di sorelle e fratelli e genitori, di zii e zie e cugine, bambinaie e serve e cocchieri, di lunghe visite in case di campagna e di riu ­nioni mondane a Mosca (dove suo padre era medico di corte e i Behrs avevano quindi un alloggio al Cremlino). Tutti gli episodi, i più seri e gravi come i più banali e frivoli, vengono riferiti nelle stesse casuali proporzioni che assun ­sero allora agli occhi della ragazza. Il matrimonio di un servitore, il rimodernamento di una casa, l’incidente su una strada pericolosa, una sella le cui cinghie si spezzano du ­rante una partita di caccia, un gatto che salta via dalle braccia di un attore in una recita di dilettanti, tutto viene presentato più o meno sullo stesso piano, così come certi fuggevoli idilli e fidanzamenti, le continue nascite di bam ­bini (a quell’epoca ne sfornavano uno all’anno) e le lunghe malattie e morti premature che perfino i migliori medici di città non sembravano far molto per impedire.

Ma l’episodio più importante della giovinezza di Tatjana proietta una luce significativa, assai più significativa di quan ­to ella stessa non si renda conto, sulla società a cui apparte ­neva e che suo cognato rappresentò con tanta maestria. È un episodio tipico del loro mondo, di cui tuttavia Tolstoj non offre in Guerra e Pace alcun equivalente; è un dramma che solleva un problema che soltanto in seguito lo scrittore avrebbe trattato. La NataÅ¡a della vita reale aveva anche lei il suo Anatole Kuragin, come in Guerra e Pace, e si chia ­mava proprio Anatole; e il suo matrimonio finale con Kuzminskij sembra aver qualcosa in comune con la finale decisione di NataÅ¡a di sposare Pëtr. Ma nel frattempo c’era stata di mezzo la più importante vicenda amorosa del ­la sua vita, ossia il suo fidanzamento, purtroppo andato a male, col fratello maggiore di Lev Tolstoj, Sergej.

Sergej Tolstoj conviveva da anni con una zingara a nome Marja Michailovna, dalla quale aveva avuto due figli. Ave ­va ereditato una proprietà, da lui stesso condotta, non lon ­tano da Jasnaja Poljana, e lì abitava con la sua incolta amante, senza alcun rapporto sociale con i vicini del suo stesso ceto. Sergej si innamorò di Tatjana e lei di lui; ed egli ritenne di poter riuscire a sposarla senza dirlo a Marja Michailovna. Ma quest’ultima ebbe notizia di quel che sta ­va succedendo e ne informò i suoi genitori zingari che mi ­nacciarono di citare in giudizio Sergej e di provocare uno scandalo. La donna stava aspettando un altro bambino, e questo complicò ancora di più le cose per Sergej; e c’era poi ancora un’altra difficoltà. Nella Russia zarista era vie ­tato che due fratelli sposassero due sorelle, a meno che le nozze non fossero celebrate contemporaneamente in quanto, non appena contratto uno dei due matrimoni, i cognati sia da parte dello sposo che della sposa diventavano tecnicamen ­te consanguinei. Questa stessa circostanza conferiva al matrimonio fra Sergej e Tatjana un po’ l’aria di un imbroglio, per cui bisognava trovare un prete compiacente (i curatori del volume non spiegano tutto questo, per cui la situazione risulta poco chiara per un lettore non russo). Sergej comin ­ciò ad allontanarsi da Jasnaja Poljana, e quando Tatjana si rese conto della situazione ruppe il fidanzamento di sua iniziativa, benché ne provasse una cocente delusione, al pun ­to che la sua salute ne risentì seriamente.

Tatjana non ci dice il resto della storia di Sergej, ma è possibile apprenderlo dal libro di Aleksandra Tolstoj pub ­blicato in inglese col titolo The Tragedy of Tolstoy. Sergej sposò Marja Michailovna e si appartò sempre di più: la moglie e le figlie accudivano loro stesse alla casa e vivevano nel terrore di lui. Egli impedì in tutti i modi ad una di que ­ste figlie di vedersi con un giovane della piccola nobiltà locale che era innamorato di lei e voleva sposarla, col pre ­testo che la ragazza non era abbastanza colta; e al tempo stesso un’altra delle figlie, « casalinga, piccolina, quasi una nana » fuggì con un cuoco dal bel fascino, che col denaro della ragazza aprì un negozio, le fece subire duri maltratta ­menti e infine l’abbandonò, lasciandola con parecchi figli. El ­la morì durante la rivoluzione, « sola e infelice in un remoto villaggio ». La terza figlia fuggì con un baschiro, che era stato chiamato dalle steppe per fare il kumis, un latte di giumenta fermentato, che i medici avevano prescritto ap ­punto a questa terza figlia. Questa ritornò dopo un anno, con un neonato gracilissimo, dalla pelle gialla e dagli occhi a mandorla. Sergej permise alla figlia di stare in casa, in una stanza di servizio lontanissima dal suo studio, ma non volle vedere il bambino. Restati soli dopo la morte di Sergej, la terza figlia, il piccolo e Marja Michailovna morirono mise ­ramente dopo la rivoluzione; la casa, da cui erano fuggiti, era stata bruciata e la proprietà confiscata. Dopo la fuga della seconda figlia, Sergej si era affrettato ad acconsentire alle nozze della sola figlia che gli restava col suo nobiluccio semianalfabeta.

Ora, è ben difficile che Tatjana potesse sapere a quell’e ­poca che il cognato Lev, il quale aveva prima approvato il suo fidanzamento con Sergej rallegrandosi poi per la rot ­tura, avesse avuto egli stesso per amante, prima di sposare sua sorella, una giovane serva. I diari dello scrittore rivelano tutto il suo attaccamento a questa ragazza : « Sono innamorato, » egli scrive ad un certo punto, « come non lo sono mai stato in vita mia. Non penso ad altro. Soffro. » Egli attraversa momenti di indifferenza, anche di repulsione, ma il suo affetto per lei sembra diventare sempre più forte. « Sta diventando perfino spaventoso, » scrive ancora, « il modo in cui la sento vicina… Non è semplicemente, a que ­sto punto, la voglia di un maschio in fregola, ma un sen ­timento da marito e moglie. » Dalla ragazza Tolstoj ebbe un figlio, che in seguito diventò il cocchiere di uno dei suoi figli legittimi. E intanto con uno di quei gesti che egli amava considerare di intransigente onestà e che spesso erano invece così mirabilmente calcolati per recar dolore al prossimo, Tolstoj aveva mostrato questo diario alla sua giovane moglie in un periodo in cui l’ex amante frequentava ancora talvol ­ta la casa: col risultato che la povera contessa, già predi ­sposta alla gelosia, fu assalita da tentazioni omicide quando capì chi fosse la donna che lavava i pavimenti, e cominciò perfino a travestirsi da contadina e a far la posta al marito nei campi della proprietà per controllare se egli era ancora sensibile alle lusinghe delle belle servette.

Ventisette anni dopo il suo matrimonio, Tolstoj cercò di scrivere su questa vicenda amorosa, intrecciandola con un’al ­tra analoga di un vicino che, dopo aver sposato una moglie gelosa, aveva sparato alla sua amante contadina. Tolstoj, in una delle sue versioni di questa storia, segue il filo della tra ­gedia reale; in un’altra, invece, fa suicidare il protagonista. Egli non potè pubblicare questo scritto â— da lui intitolato Il diavolo â— probabilmente perché quando lo mostrò alla moglie, ormai nel 1909, ella ne fu sconvolta e fece una scenata; sicché non fu pubblicato se non dopo la sua morte.

Questa situazione era evidentemente abbastanza diffusa. Il padre di Tolstoj, all’età di sedici anni, aveva avuto una relazione con una giovanissima contadina: una relazione che i genitori stessi gli avevano combinato; e un figlio, frutto di questa relazione, aveva poi in seguito continuato ad assil ­lare gli altri figli legittimi. Tolstoj parla del suo « strano senso di costernazione allorché anni dopo, questo fratello, caduto in miseria e rassomigliante a mio padre più di tutti noi altri, veniva a chiedere il nostro aiuto ed era grato per i dieci o quindici rubli che gli davamo ». Il ricordo della sua stessa prole illegittima continuò a tormentare Lev Tolstoj. « Ho guardato i miei piedi nudi, » scriveva nel suo diario nel 1909, « e mi sono ricordato di Aksinja [la sua amante]; ho pensato che è ancora viva e che dicono che Ermil è mio figlio, e che io non imploro il suo perdono, e non ho mai fatto penitenza, e non mi pento ad ogni momento, ed oso giudicare gli altri. »

D.S. Mirskij, nella sua Storia della letteratura russa, definisce giustamente Guerra e Pace « un idillio eroico della nobiltà russa » e rileva che, nonostante gli orrori della guer ­ra e la stoltezza della civiltà, « il messaggio generale che ne promana… è un messaggio di bellezza e di soddisfazione per il mondo così bello ». Mirskij suggerisce, secondo me a ragione, che la tendenza di Tolstoj all’idillio costituisce « la controparte della sua incessante inquietudine morale ». Cer ­tamente Guerra e Pace è uno dei più grandi e affascinanti romanzi che esistano : se esso non è, come io non credo che sia, proprio uno dei sommi capolavori della letteratura, ciò si deve al fatto che questa tendenza idillica assorbe qui il meglio dell’autore a spese della rappresentazione delle con ­dizioni di vita da lui effettivamente conosciute e vissute. C’è nel romanzo, nonostante tutto il suo realismo, un certo ele ­mento di quell’idealizzazione a cui siamo tutti disposti ad indulgere nell’immaginare la vita dei nostri antenati. Nel caso di Tolstoj, che quasi non aveva conosciuto i nonni e i genitori, questa tentazione era probabilmente molto forte. Nel romanzo, il principe Andrej e Pëtr parlano in effetti dei problemi dei contadini, ma il problema principale è la cac ­ciata dell’invasore, e né NataÅ¡a né alcuno dei protagonisti maschili si trovano ad affrontare alcun rapporto umano altrettanto doloroso di quelli in cui la vera Tatjana e il vero Sergej e lo stesso Lev Tolstoj furono coinvolti. Il Levin di Anna Karenina, il romanzo successivo a Guerra e Pace, è impegnato in modo più diretto e crudo nelle questioni della proprietà da lui ereditata e degli esseri umani che ne fanno parte, come appunto accadde a Tolstoj per Jasnaja Poljana; e, immediatamente dopo Anna Karenina, Tolstoj stesso appare nel personaggio di Levin, quando scrive l’elo ­quente Confessione, in cui dichiara l’insufficienza, per la vita morale dell’uomo, sia della proprietà, che della condizione sociale e di una confortevole vita familiare, nonché della filosofia e della scienza e del gusto e del culto delle lettere. Più avanti ancora egli tenta di appagare le sue esigenze morali avvicinandosi ai contadini, del cui lavoro ha sempre vissuto e il cui lavoro gli ha in sostanza consentito di scrive ­re : mangia il loro stesso cibo, indossa i loro stessi abiti, la ­vora lo stesso numero di ore nei campi e impara i loro me ­stieri. Anche dopo la liberazione dei servi della gleba nel 1861 â— fatto che, tra parentesi, Tatjana ricorda appena, tanto poco esso evidentemente incise sui rapporti dei suoi parenti con i loro braccianti e servi â— era indubbiamente seccante, per un uomo sensibile, riflettere che egli doveva la sua cultura e la sua possibilità di seguire le proprie inclina ­zioni, nonché i suoi agi e piaceri, al permanere di una razza di esseri inferiori. Ma sapere che il suo sangue era mesco ­lato col sangue di questa razza e dover assistere, in un modo o nell’altro, all’umiliazione dei propri figli, era probabilmen ­te ancora più intollerabile, era un motivo di continua e di ­sperata angoscia, (Una cantante zingara, naturalmente, rap ­presenta forse un ceto superiore a quello di un semplice servo della gleba, ma le conseguenze del matrimonio con una don ­na del genere, nel caso di Sergej, risultavano in pratica al ­trettanto disastrose che se fosse stata una serva. Quando la figlia di Sergej scappata col cuoco andò da suo zio Lev e gli chiese dì approvare la loro unione, in quanto lei stava seguendo appunto la sua dottrina cercando di mettersi sullo stesso piano di un contadino, egli le tenne una severa predica, e le disse che « nessun matrimonio poteva essere felice tra persone di diversa educazione e senza alcuna comunan ­za di interessi ».

“Gli effetti emotivi di questo dilemma non sono comunque esplicitamente espressi né in Guerra e Pace né in Anna Karenina, benché la situazione si presenti in entrambi i roman ­zi; nel primo di essi è, come tutto il resto, di tipo idillico: lo zio nella cui casa i Rostov trascorrono la notte dopo la caccia ha una governante che è anche la sua amante, ma il tutto appare in una luce simpatica e confortevole, e quando NataÅ¡a ha ballato la sua danza contadina â— Tatjana ci dice che questo episodio è ripreso da un fatto vero accaduto a lei stessa â— la donna rosea e paffuta e belloccia spande   una   lacrima   o   due   sulle     risa   della   fanciulla   quando comprende che « questa esile graziosa contessina, cresciuta nel velluto e nella seta, questo essere a lei così estraneo… era in grado di capire tutto di Anisja e del padre di Anisja e della zia e della madre di lei, e di ogni russo nel mondo ». In Anna Karenina una situazione analoga è presentata in una luce più imbarazzante. Quando Levin si reca con la moglie a visitare il fratello morente, egli freme di doverla far incontrare con l’ex-prostituta amante del fratello, insieme al quale la donna ha vissuto in miseria, e per un momento nota la sua « espressione di impaziente curiosità » di incontrare « quella donna terribile, così incomprensibile per lei ». È solo in seguito, con Resurrezione, iniziato nel 1889 ma finito e pubblicato dieci anni dopo, che Tolstoj affronta diretta ­mente questa situazione. Da giovane egli aveva avuto una relazione con una delle cameriere di sua zia, che per que ­sta ragione era stata licenziata e aveva poi fatto una brutta fine. Nel romanzo, il principe Nechljudov si trova a far par ­te di una giuria incaricata di giudicare una ragazza in cui egli riconosce una cameriera di sua zia da lui sedotta in cir ­costanze analoghe e abbandonata in stato interessante. La ragazza è poi diventata una prostituta ed è ora implicata in un losco assassinio, di cui è completamente innocente. Al processo si verifica un errore giudiziario, dovuto in parte alla trascuratezza della corte, ma in parte proprio alla viltà di Nechljudov, e la ragazza è condannata alla deportazione in Siberia. Nechljudov mette in opera a questo punto tutta la sua influenza per ottenere la revisione della sentenza e fa voto di espiare la sua colpa seguendo la donna nell’esilio e sposandola. Egli ottiene la commutazione della pena e ac ­compagna i condannati nel loro viaggio; ma la Maslova gli risparmia la prova finale perche, comprendendo quanto poco sia desiderabile per lui trascorrere insieme a lei il resto della vita, sposa uno dei suoi compagni di pena. Nechlju ­dov, proprio alle ultime pagine, si trova a leggere una copia del Nuovo Testamento, donatagli da un predicatore pelle ­grino, e si converte ad un tipo di religione simile a quello di Tolstoj. Da quel giorno, dice l’autore, comincia per Nech ­ljudov una nuova vita e « solo il tempo potrà mostrare dove approderà questo nuovo periodo ».

Così noi non sapremo mai quel che è accaduto a Nechlju ­dov. È impossibile, da quel che ci è stato detto di lui, im ­maginarlo in odore di santità o dedito magari a un lavoro atto a soddisfare la sua sete di giustizia. Pur tuttavia Resur ­rezione, benché si concluda come sospeso a mezz’aria, non è indegno dei romanzi che lo hanno preceduto, e certamente non merita di essere, come spesso accade, così denigrato. È il romanzo in cui Tolstoj sì avvicina di più ai problemi della propria vita, il solo in cui egli realmente venga alle prese con le tragedie di una società di classe, come quella da lui direttamente conosciuta, come quella alla cui esistenza egli stesso contribuiva; il solo romanzo che riveli apertamente episodi come quelli custoditi da Tatjana nel suo diario. Noi sappiamo quel che successe a Tolstoj quando egli cercò di iniziare una nuova vita: i suoi fanatismi e le sue ricadute mondane, le sue assurdità e la sua disperata morte. La vi ­cenda da lui stesso vissuta non poteva concludersi in modo migliore di quella di Nechljudov. Dopo il periodo della sua soddisfazione iniziale, per l’aver fatto rivivere i suoi perduti genitori e per l’aver ripristinato a Jasnaja Poljana quella vita di famiglia patriarcale la cui continuità era stata inter ­rotta nella precedente generazione, si rimanifestò ineluttabil ­mente in lui il malessere che era sopravvissuto a quelle di ­strazioni e si faceva dolorosamente sentire in tutta la sua opera.

Una preoccupazione di tipo abbastanza analogo l’abbia ­mo notata noi americani nella letteratura del nostro stesso Sud, dai tempi in cui George W. Cable fu costretto a trasfe ­rirsi nel Nord per la sua coraggiosa denuncia dei rami mu ­latti delle più illustri famiglie bianche di New Orleans, ai giorni in cui la persistente angoscia delle relazioni razziali ha ispirato quei romanzi di Faulkner che non lasciano né all’autore né al lettore mai un momento di sollievo o di ri ­poso, data la irresolvibilità del problema. In Russia non c’era la questione delle relazioni razziali ad approfondire le differenze di classe, e per i proprietari terrieri dei romanzi di Tolstoj era possibile vagheggiare matrimoni con le loro amanti, come fu possibile per Sergej Tolstoj restare seria ­mente in dubbio se fosse giusto abbandonare la zingara e sposare Tatjana. Ma il disagio e le mutilazioni provocate da queste differenze sociali si facevano periodicamente sen ­tire in tutte quelle gioiose feste nelle ville di campagna, in tutti quei balli di Pietroburgo e di Mosca, in tutte quelle vivaci scene di affettuosa vita familiare, in tutte quelle ga ­lanterie di bei cugini.

28 agosto 1948

 

 


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Bart