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LETTERATURA: I MAESTRI: Il nuovo Flaiano

22 Marzo 2014

di Carlo Bo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 22 marzo 1970]

Chi volesse stabilire un rapporto fra le origini e la maturit√† dello scrittore Flaiano o, per maggior precisio ¬≠ne, fra il lontano Tempo di uccidere del ’46 e questo re ¬≠centissimo II gioco e il massacro (Rizzoli, pp. 223, Li ¬≠re 2200) dovrebbe puntare piuttosto che sui testi, su tutta l’altra parte della sua esperienza di scrittore di ci ¬≠nema e di teatro, insomma sull’immenso materiale che lo scrittore ha bruciato fra valutazione dei tempi e giudizio morale. Si intende dire che il Flaiano fissa le radi ¬≠ci di questo suo nuovo li ¬≠bro sul terreno della vita, lasciando immaginare al let ¬≠tore tutto quello che in que ¬≠sti anni ha saputo macinare e ricavare dallo spettacolo della vita. La stessa struttu ¬≠ra del libro sembra voler convalidare questa impressione, dato che tutto diventa pre ¬≠testo per inseguire la verit√† per scorci, per folgorazioni o soltanto per un giuoco di ri ¬≠sentimenti morali.

In altre parole Flaiano fra un tipo di rappresentazione ¬† normale (e per il quale avrebbe avuto tutte le carte in regola) e un racconto per riflessi non ha avuto dubbi, anzi, ha messo sullo stesso piano gli echi della realt√† e le sue reazioni. Il che equi ¬≠vale a dire: badate che il mondo non ha pi√Ļ una sua logica apparente mentre ne conserva una tutta segreta e nascosta dietro le pieghe degli atteggiamenti superfi ¬≠ciali ed esteriori. Si prenda ¬≠no i due tempi della storia, Oh Bombay e Melampus e per prima cosa si stabilisca che, sotto il mutamento del registro, il discorso √® uno solo, vale a dire quello delle nostre possibili risposte alla realt√† quotidiana. Nel pre ¬≠sentarci i due personaggi, meglio i due f√¨nti protagoni ¬≠sti (l’omosessuale che si tra ¬≠sforma in don Giovanni e lo scrittore di cinema che in ¬≠contra una donna tramuta ¬≠ta in cane) lo scrittore li ri ¬≠duce al minimo e con que ¬≠sta operazione tende a fis ¬≠sare un altro punto; nessu ¬≠no ha pi√Ļ una sua figura ed √® soggetto alla violenza del ¬≠le cose. Non basta, la stessa azione tende a spezzettarsi in mille fatti, in mille storie mi ¬≠nori. Eppure c’√® un certo ri ¬≠gore in chi racconta ma ta ¬≠le rigore va circoscritto al momento delle conclusioni, anzi delle continue demistificazioni. In questo modo alla parte iniziale e generale del ¬ę gioco ¬Ľ corrisponde √Ę‚ÄĒ ¬† tutte le volte che √® possibile √Ę‚ÄĒ il ¬ę massacro ¬Ľ. In altri termini Flaiano presuppone dietro le metamorfosi occa ¬≠sionali, un’altra metamorfo ¬≠si che non dipende pi√Ļ dal ¬≠la nostra mancanza di volon ¬≠t√† o dalla nostra acquiescen ¬≠za ma da qualcosa che ci sta sopra e di cui il narratore non pu√≤ prendere atto men ¬≠tre tale compito √® riservato al moralista.

Ci sono pertanto due regi ¬≠stri: da una parte uno scrit ¬≠tore armato di tutto punto, in grado di cogliere i passag ¬≠gi, le evoluzioni, le trasfor ¬≠mazioni e dall’altra il moralista che con una semplice battuta o un gesto o appe ¬≠na un cenno del viso vi fa capire come stiano veramen ¬≠te le cose, insomma vi d√† il giudizio della nostra situa ¬≠zione, di quella che un tem ¬≠po avremmo definito la no ¬≠stra ¬ę condizione ¬Ľ. Il libro √Ę‚ÄĒ sempre per queste ragio ¬≠ni √Ę‚ÄĒ assume un ritmo estre ¬≠mamente vivo, non ha ca ¬≠dute, non ha ripetizioni: una volta ammesso che lo spet ¬≠tacolo del mondo √® quell’in ¬≠sieme di fenomeni transitori, illusori che lo scrittore annota tra lo scrupolo e il distacco, non restava altro da fare che colpire al cuore la materia prima delle nostre storie e cercare di illuminare l’altro scenario, quello che per l’appunto non appartie ¬≠ne al giuoco. Flaiano ha avuto inoltre l’accortezza di non risolvere le due storie in un giudizio attivo, in una situazione esemplare. Se lo avesse fatto il limite non sarebbe pi√Ļ stato quello dell’iro ¬≠nia ma della condanna. Al contrario pur conservando una assoluta chiaroveggenza delle varie situazioni, pur accettando il rifiuto finale non condanna il modo di vita dei suoi personaggi, li presenta piuttosto come delle vittime in un mondo alla deriva.

Ne consegue che svirilizzati i suoi personaggi, nel senso che non sono pi√Ļ i veri protagonisti, gli artefici di una storia, la storia in se stessa prende il loro posto attraverso una serie abba ¬≠stanza ricca di illusioni e di trasformazioni. In altre parole √® la storia che vive per conto suo, che √® autonoma e trova in se stessa le ragioni dell’equivoco e dell’assenza di un centro comune. Flaiano non avrebbe potuto raggiungere questo stato di disintegrazione e di volatilizzazione delle cose, degli oggetti quotidiani della nostra esistenza senza la lunga milizia del teatro (in senso lato).

La stessa pagina conserva qualcosa di questo stato ini ¬≠ziale di incertezza e di lar ¬≠ghissima offerta di altre so ¬≠luzioni. A volte il lettore ha il sospetto che il narratore faccia delle scelte condizionate dal momento e questo evidentemente gli accade perch√© gli manca un minimo di fede non tanto nella credibilit√† dei fatti quanto nella loro vali ¬≠dit√†. E’ dunque, la storia del ¬≠le cose che ¬ę sono ¬Ľ soltanto in apparenza e che potrebbe ¬≠ro essere equiparate a mille altre, diversissime o addirittu ¬≠ra opposte. Il che ci porta a pensare a un inventario mo ¬≠struoso di occasioni diverse ma unificate sul punto delle conclusioni. Lo scrittore √® stato aiutato in ci√≤ dalla straordinaria ricchezza dell’uomo di cinema e di teatro ma nello stesso tempo √® stato per qual ¬≠che parte contrastato dal bi ¬≠sogno di scegliere a occhi chiusi, anzi dalla sua assolu ¬≠ta mancanza di fede in qual ¬≠siasi punto di riferimento. E questo lo si deduce soprat ¬≠tutto dal continuo atto di pre ¬≠senza del moralista, da chi interviene con un sorriso, con un dubbio o con la frana pro ¬≠dotta da uno stato di irridu ¬≠cibile sarcasmo.

Il lettore per√≤ deve sapere che, oltre questo stadio del primo materiale a disposizio ¬≠ne della fantasia e al di l√† degli interventi del moralista, c’√® un altro dato, molto im ¬≠portante e che determina per conto suo una nuova meta ¬≠morfosi. Flaiano √® √Ę‚ÄĒ dopo tutti i suoi giochi e i suoi mas ¬≠sacri √Ę‚ÄĒ ancora suscettibile di poesia. Se dovessimo sug ¬≠gerire una conclusione √Ę‚ÄĒ ma questa volta non provvisoria secondo l’etica del libro √Ę‚ÄĒ di ¬≠remmo che dando per scon ¬≠tato il moltiplicarsi delle oc ¬≠casioni e le scelte ¬ęsbaglia ¬≠te ¬Ľ resiste un passo pi√Ļ in l√† un sentimento di poesia, di piet√† addirittura: anche se si tratti della piet√† che ci toc ¬≠ca alla fine di un diluvio o di un disastro. Tutto √® finito ma qualcosa potrebbe rico ¬≠minciare se avessimo altri occhi (meno avidi) e un cuo ¬≠re vero.


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Bart