di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, domenica 22 marzo 1970]
Chi volesse stabilire un rapporto fra le origini e la maturità dello scrittore Flaiano o, per maggior precisio ne, fra il lontano Tempo di uccidere del ’46 e questo re centissimo II gioco e il massacro (Rizzoli, pp. 223, Li re 2200) dovrebbe puntare piuttosto che sui testi, su tutta l’altra parte della sua esperienza di scrittore di ci nema e di teatro, insomma sull’immenso materiale che lo scrittore ha bruciato fra valutazione dei tempi e giudizio morale. Si intende dire che il Flaiano fissa le radi ci di questo suo nuovo li bro sul terreno della vita, lasciando immaginare al let tore tutto quello che in que sti anni ha saputo macinare e ricavare dallo spettacolo della vita. La stessa struttu ra del libro sembra voler convalidare questa impressione, dato che tutto diventa pre testo per inseguire la verità per scorci, per folgorazioni o soltanto per un giuoco di ri sentimenti morali.
In altre parole Flaiano fra un tipo di rappresentazione normale (e per il quale avrebbe avuto tutte le carte in regola) e un racconto per riflessi non ha avuto dubbi, anzi, ha messo sullo stesso piano gli echi della realtà e le sue reazioni. Il che equi vale a dire: badate che il mondo non ha più una sua logica apparente mentre ne conserva una tutta segreta e nascosta dietro le pieghe degli atteggiamenti superfi ciali ed esteriori. Si prenda no i due tempi della storia, Oh Bombay e Melampus e per prima cosa si stabilisca che, sotto il mutamento del registro, il discorso è uno solo, vale a dire quello delle nostre possibili risposte alla realtà quotidiana. Nel pre sentarci i due personaggi, meglio i due fìnti protagoni sti (l’omosessuale che si tra sforma in don Giovanni e lo scrittore di cinema che in contra una donna tramuta ta in cane) lo scrittore li ri duce al minimo e con que sta operazione tende a fis sare un altro punto; nessu no ha più una sua figura ed è soggetto alla violenza del le cose. Non basta, la stessa azione tende a spezzettarsi in mille fatti, in mille storie mi nori. Eppure c’è un certo ri gore in chi racconta ma ta le rigore va circoscritto al momento delle conclusioni, anzi delle continue demistificazioni. In questo modo alla parte iniziale e generale del « gioco » corrisponde â— tutte le volte che è possibile â— il « massacro ». In altri termini Flaiano presuppone dietro le metamorfosi occa sionali, un’altra metamorfo si che non dipende più dal la nostra mancanza di volon tà o dalla nostra acquiescen za ma da qualcosa che ci sta sopra e di cui il narratore non può prendere atto men tre tale compito è riservato al moralista.
Ci sono pertanto due regi stri: da una parte uno scrit tore armato di tutto punto, in grado di cogliere i passag gi, le evoluzioni, le trasfor mazioni e dall’altra il moralista che con una semplice battuta o un gesto o appe na un cenno del viso vi fa capire come stiano veramen te le cose, insomma vi dà il giudizio della nostra situa zione, di quella che un tem po avremmo definito la no stra « condizione ». Il libro â— sempre per queste ragio ni â— assume un ritmo estre mamente vivo, non ha ca dute, non ha ripetizioni: una volta ammesso che lo spet tacolo del mondo è quell’in sieme di fenomeni transitori, illusori che lo scrittore annota tra lo scrupolo e il distacco, non restava altro da fare che colpire al cuore la materia prima delle nostre storie e cercare di illuminare l’altro scenario, quello che per l’appunto non appartie ne al giuoco. Flaiano ha avuto inoltre l’accortezza di non risolvere le due storie in un giudizio attivo, in una situazione esemplare. Se lo avesse fatto il limite non sarebbe più stato quello dell’iro nia ma della condanna. Al contrario pur conservando una assoluta chiaroveggenza delle varie situazioni, pur accettando il rifiuto finale non condanna il modo di vita dei suoi personaggi, li presenta piuttosto come delle vittime in un mondo alla deriva.
Ne consegue che svirilizzati i suoi personaggi, nel senso che non sono più i veri protagonisti, gli artefici di una storia, la storia in se stessa prende il loro posto attraverso una serie abba stanza ricca di illusioni e di trasformazioni. In altre parole è la storia che vive per conto suo, che è autonoma e trova in se stessa le ragioni dell’equivoco e dell’assenza di un centro comune. Flaiano non avrebbe potuto raggiungere questo stato di disintegrazione e di volatilizzazione delle cose, degli oggetti quotidiani della nostra esistenza senza la lunga milizia del teatro (in senso lato).
La stessa pagina conserva qualcosa di questo stato ini ziale di incertezza e di lar ghissima offerta di altre so luzioni. A volte il lettore ha il sospetto che il narratore faccia delle scelte condizionate dal momento e questo evidentemente gli accade perché gli manca un minimo di fede non tanto nella credibilità dei fatti quanto nella loro vali dità. E’ dunque, la storia del le cose che « sono » soltanto in apparenza e che potrebbe ro essere equiparate a mille altre, diversissime o addirittu ra opposte. Il che ci porta a pensare a un inventario mo struoso di occasioni diverse ma unificate sul punto delle conclusioni. Lo scrittore è stato aiutato in ciò dalla straordinaria ricchezza dell’uomo di cinema e di teatro ma nello stesso tempo è stato per qual che parte contrastato dal bi sogno di scegliere a occhi chiusi, anzi dalla sua assolu ta mancanza di fede in qual siasi punto di riferimento. E questo lo si deduce soprat tutto dal continuo atto di pre senza del moralista, da chi interviene con un sorriso, con un dubbio o con la frana pro dotta da uno stato di irridu cibile sarcasmo.
Il lettore però deve sapere che, oltre questo stadio del primo materiale a disposizio ne della fantasia e al di là degli interventi del moralista, c’è un altro dato, molto im portante e che determina per conto suo una nuova meta morfosi. Flaiano è â— dopo tutti i suoi giochi e i suoi mas sacri â— ancora suscettibile di poesia. Se dovessimo sug gerire una conclusione â— ma questa volta non provvisoria secondo l’etica del libro â— di remmo che dando per scon tato il moltiplicarsi delle oc casioni e le scelte «sbaglia te » resiste un passo più in là un sentimento di poesia, di pietà addirittura: anche se si tratti della pietà che ci toc ca alla fine di un diluvio o di un disastro. Tutto è finito ma qualcosa potrebbe rico minciare se avessimo altri occhi (meno avidi) e un cuo re vero.