di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 22 ottobre 1969]
Giuochi strani della memo ria, o piuttosto, in questo ca so, della fantasia associata con la memoria in una quasi al lucinazione!
Pochi giorni fa, son tornato a rivedere, in quel di Verona, dopo una quarantina d’anni, il Castello d’Illasi, « bello e forte arnese », poiché Dante ha vista e compresa anche la bellezza delle costruzioni guer resche, che guarda e domina e spia una delle amene e fer tili vallate con cui gli ultimi contrafforti alpestri calano al gran piano ferace a levante di Verona.
Il Castello e il Parco e la Villa dei Pompei, e con l’estin zione nei Perez, dei Perez Pompei, e ora, per via di donne, dei Sagramoso, li visitai, tanti anni fa, con Lorenzo Montano, buon amico e buono scrittore, e con Giovanni Centorbi, catanese così acclima tato in riva d’Adige che pote va dirigere l’edizione veronese del « Gazzettino ».
Io volevo farmi una sensi bile e precisa cognizione d’un giardino in quella parte del veronese pedemontano, per mettervi a consumarsi « una passione coniugale » morbosa e disperata, aberrante e disfat ta, pietosa, come quella del mio omonimo romanzo.
Quanto al Parco, nulla po teva allora, e anche adesso non ostante le devastazioni del tempo della seconda e nefa stissima «grande guerra »; nul la poteva dar idea più com pleta di ogni vegetazione lo cale ed esotica allignatale in quel territorio e clima.
L’attuale proprietario, Sa gramoso, del nobile e geniale possedimento, Villa e Parco e Castello, mi ricorda che in quel giorno lontano ci con dusse lui a visitarlo. E a me vien fatto di dire che ram mento, in una tenebrosa se greta dei sotterranei del Ca stello, lo scheletro della don na incatenata al muro tetro dell’orrendo carcere.
Sagramoso è persona trop po compita per mostrare il suo stupore, visto che non dico per scherzo, ma deve pur oppormi che uno scheletro, o piuttosto un teschio di donna dell’età giovanile, e un viluppo di catene, furono rinvenuti sì in una segreta del Castello, ma molto tempo prima di quella visita, e già da tempo allora rimossi.
Il fatto è, che fino ad ora ho creduto davvero di averceli visti, e anche adesso che so che non è vero, mi restano in mente come se li rivedessi. Inganno d’una falsa memoria? illusione dell’immaginazione? Certo, ma quasi allucinatoria, ed è evidente dell’evidenza che han le cose viste in sogno. Ma poi il ricordo dei sogni è di solito così fuggevole e labile, che la quarantennale persistenza di questo, sarebbe neppure strana e singolare.
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La Villa è un bell’esempio, in quasi antologico compendio commemorativo, dei modi della signorile tradizione edilizia veronese, quella che suggerì ai Pompei del Rinascimento di commettere in Verona al gran Sanmicheli l’erezione di quella che riuscì e rimane una delle sue più geniali costruzioni di dimora famigliare, d’architet tura civile privata.
il Parco, che dalla Villa sa le al Castello assecondando e rilevando le forme naturali del colle con una sapiente e armo niosa e sorprendente succes sione di folti arborei e di slar ghi prativi su amene e gran diose vedute di monti e val late, e del gran piano d’Adige e di Po, è anch’esso un com pendio estetico e didascalico, un capitolo d’enciclopedia or namentale e botanico, caratteristico della tradizione vero nese dotta e studiosa, a cui appartenne onorevolmente il Pompei traduttore delle Vite di Plutarco, Gerolamo.
A tale tradizione si collega anche la memoria di Casa Pe rez, col rosminiano Padre Pe rez autore di un commento teologico alla « Divina Com media », mentre il ramo della famiglia dal quale i beni d’Illasi pervennero per via di don ne alla famiglia Sagramoso, ebbe, sull’estinguersi, parte in signe e di significato mistico ed ascetico, nella storia della carità e della pietà cristiana in Verona moderna.
A questo punto mi vien fat to di ricordare che per via di lontane parentele femminili, anch’io mi trovo ad avere un’affinità, ma così remota che non credo meriti d’esser con siderata tale, coi veronesi Pe rez: e lo ricordo per giustifi care, dirò scherzando, la con fidenza che mi prendo, d’entrare a parlar dei fatti loro, cioè dei coniugi Sagramoso dato che la contessa Sagra moso nasce Perez-Pompei.
Né me lo permetterei se non fosse da riconoscere in ciò ch’essi fanno per lllasi una pubblica benemerenza, un at- to culturale e civile.
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Fra la Villa, magnifico e sontuoso esempio di luogo di soggiorno signorile in campagna, e il Castello, fortilizio romano, se non anche preistorico, e maniero feudale che conobbe le vicissitudini della grande e travagliata storia di Verona e del veronese, ricordavo, ai piedi del colle e quasi all’ingresso del Parco, l’ampio laghetto ricco di piante ac quatiche indigene ed importa te. Durante la guerra, non po tendo essere alimentato, stet te a secco: adesso, come in tali casi avviene non di rado, non tiene più. E’ un partico lare, ma appunto perché tale fra molti altri simili che s’in dovinano, riesce a dar l’idea della somma di lavori che esi gono il ripristino e il mante nimento di simili possessi, one rosa e faticosa eredità di mu nificenze d’altri tempi.
Mantenimento, e, dove oc corre, ripristino, corrispondo no alla soddisfazione di un gusto e piacere, di un amor proprio e di una quantità di affetti famigliari, privati, in dividuali e individualistici, a cui le ideologie predominanti non sono meno avverse che le incombenti realtà odierne. Ma questo significa che un im pegno come quello della con servazione di Illasi, Castello e Parco e Villa, adempie a una funzione di civiltà e di coltura e storia, che quando è ancora esercitata e assunta da privati e per fedeltà a tradizioni di famiglia, ha un carattere e sti le, e direi, se non sapesse di ricercato e lezioso, un tocco e un profumo, eletti, nobili, antichi.
Per la storia, poiché alla storia di un’illustre città come Verona appartengono, va no tato che Illasi nacque dalla tradizione di una famiglia, co me quella dei Pompei, di no tevole rilievo nella storia me dioevale e rinascimentale e il luministica veronese; ma è anche giusto e doveroso rile vare che nei trapassi, per via di donne, dei beni e dei nomi, sotto la tradizione illustre ve ronese operò ed ebbe la sua parte, femminilmente segreta e discreta, l’affettuosa tradi zione famigliare e femminile. Tanto per dire, com’è giusto, che alla insigne ed eroica e ascetica abnegazione della fa miglia Perez, si accompagnò e ne deriva, discreta com’ho det to e segreta, una disposizione forte e gentile, delicata e vi gorosa, che nell’adoperarsi al la conservazione, non pur economica ma ben anche estetica e civile, di un possesso come Illasi, mostra il meglio di una avita tradizione religiosamente sentita.