Incontri con gli scrittori sovietici: Konstantin Simonov

di Giovanni Grazzini
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 16 ottobre 1969]

« Oggi Tvardovskij è la personalità più interessante della nostra letteratura, forse la più nobile, certamente il migliore poeta sovietico vivente. E Novij Mir è la nostra rivista migliore, quella che sento più vicina a me. Sarebbe ben triste se Tvardovskij desse le dimissioni ». Cosi dice Konstantin Simonov, e con i guai che sta passando Novij Mir, la rivista diretta da Tvardovskij che negli ultimi mesi è stata addirittura accu ­sata dagli stalinisti d’antipatriottismo, una dichiarazio ­ne come questa sembra per lo meno compromettente. Ma Simonov non è tipo da esser ­sela lasciata sfuggire in un momento di distrazione. Gli consente di affermare in pub ­blico il suo attaccamento alla rivista di cui è stato lui stesso, a due riprese, direttore, e giova a metterlo in buona luce agli occhi dell’opinione colta internazionale, che con ­sidera Tvardovskij (probabil ­mente sopravvalutandolo) il capofila dei progressisti. Del resto, se un giorno questa simpatia per Novij Mir do ­vesse venirgli rimproverata, basterà rinnegarla, incolparne la malafede del cronista occi ­dentale che l’ha distorta, e vantare fra le proprie bene ­merenze i premi Stalin rice ­vuti, i drammi e le poesie antiamericani scritti negli anni della guerra fredda, e finalmente la solidarietà ma ­nifestata al tribunale che con ­dannò Siniavskj e Daniel.

Un colpo al cerchio uno alla botte: il gioco è antico, e Kon ­stantin Simonov lo conduce da un quarto di secolo con un’abilità sopraffina, che ov ­viamente non esclude la buo ­nafede in un paese in cui gli scrittori, per restare sulla cresta dell’onda, trovano sem ­pre argomenti per convincersi della necessità di navigare a zig-zag.

Contro Siniavskj

Fattosi un nome con I giorni e le notti, nel ’44, sull’epopea di Stalingrado, e poi, fra il ’46 e il ’49, messa la letteratura al servizio del ­la propaganda, Simonov si è ritrovato in prima fila, fra il ’61 e il ’64, nel gruppo degli scrittori di guerra morsi dalla tarantola della sincerità. I suoi romanzi I vivi e i morti e Soldati non si nasce rac ­contano con spregiudicatezza gli abbagli dei generali, le battaglie perdute, i soprusi compiuti dalla polizia nell’Ar ­mata rossa, il sospetto e il terrore che circolavano al fronte e nelle retrovie, quando cadere prigionieri dei tedeschi era considerata una forma di viltà, e migliaia di militari ingrossavano le file dei civili deportati. Lo stile è spesso greve, ora enfatico ora piat ­to, ma il desiderio di verità che lo anima sembra auten ­tico. Se nel ’66 non avesse unito la sua voce al coro ze ­lante che si levò contro Si ­niavskj, Simonov oggi godreb ­be d’un prestigio più ampio, soprattutto più solido, di quel ­lo derivatogli dalle larghissi ­me tirature e dall’essere pre ­sidente del club moscovita de ­gli scrittori. L’opinione pub ­blica sovietica è in cerca di direttori spirituali: è disposta a perdonare un mediocre ro ­manzo, una poesia retorica, un dramma decrepito se rie ­sce a persuadersi che il loro autore ha una forte tempra morale.

Probabilmente l’uomo Si ­monov è migliore del Si ­monov scrittore, ma la tela che ha tessuto, e della quale ormai si trova al centro, è così fitta di compromessi, i vantaggi concreti che ne ri ­cava sono cosi notevoli, da non consentirgli quei gesti di indipendenza cui forse, in fon ­do al cuore, aspirerebbe. Nel ­l’affare Siniavskj-Daniel il notabile Simonov si schierò tra i servi del regime, ma è il comportamento nei con ­fronti di Solgenitsin, vero banco di prova del liberali ­smo degli scrittori sovietici di oggi, che esprime la sua vera vocazione a destreggiar ­si. Fu proprio due anni fa che Simonov si disse contrario al ­la pubblicazione del Primo Cerchio ma favorevole a Reparto Cancro e a un’antolo ­gia di racconti di Solgenitsin. Aggiunse che l’Unione scrit ­tori dovrebbe sentirsi obbli ­gata a difendere Solgenitsin dalle calunnie che lo colpisco ­no, ma non risulta che sino a questo momento egli stesso abbia preso iniziative in tal senso. Quando gli chiedo un giudizio letterario sull’opera di Siniavskj scantona: «Il grottesco è molto lontano da me, che cerco di descrivere la realtà senza deformarla con la satira o la fantasia. Tutta ­via il nostro maggiore scrit ­tore di questo genere mi sem ­bra Bulgakov. Come presi ­dente del comitato per il ‘pa ­trimonio letterario’ di Bulga ­kov mi adopero perché escano anche in Russia gli inediti, fra i quali Cuore di cane ».

Altrettanto evasivo su que ­stioni di fondo (se in passato, auspice Kruscev, denunciò con fermezza il culto di Sta ­lin oggi si limita a osservare che « il processo cominciato col XX congresso è molto lun ­go e complesso, potrebbe du ­rare quanto il periodo stalini ­sta »), cauto nell’ammettere che la letteratura sovietica di oggi è in ritardo rispetto ai mutamenti avvenuti nella so ­cietà («ma questo â— precisa â— è un dato storico caratteri ­stico di tutta la letteratura russa »), esplicito soltanto nel condannare le scelte di Ok-tiabr, la rivista dei dogmatici (« Da molto tempo non la amo; talvolta pubblica inte ­ressanti memorie di guerra, ma troppo spesso dà prova di analfabetismo, ospitando scrit ­ti schematici e primitivi »), Si ­monov si apre, e dà l’impres ­sione di sentirsi sul sicuro, soltanto se parla di sé.

Sull’Ussuri

Quando l’incontro è torna ­to da poco dalla zona dell’Ussuri (che il Cremlino lo con ­sideri uomo di fiducia, nono ­stante le simpatie per Tvardovskij, è confermato dal fat ­to che gli ha commissionato aspri reportages anticinesi) e si dice molto colpito dal con ­fronto fra quanto ha visto alla frontiera cinosovietica e l’esperienza compiuta venti anni fa, quando fu corrispon ­dente della Pravda da Pe ­chino e scrisse quel diario del viaggio in Mongolia che ora ristampa. « E’ un viaggio che mi ha commosso, ed è tor ­nato a pormi in maniera im ­periosa l’interrogativo cen ­trale di tutta la mia vita in questi anni: la trasformazione dell’uomo da parte della sto ­ria. Non facciamoci illusioni: l’uomo non è immutabile. Per giudicarlo, e per programma ­re lo sviluppo della società nella giusta direzione, biso ­gna analizzare le modifiche recate dal tempo ai modelli originali. Se mi occupo so ­prattutto, nei libri più recen ­ti, della seconda guerra mon ­diale, e confronto quella pa ­gina di storia con la realtà di oggi, è perché voglio cono ­scere la verità su un periodo ancora per tanti aspetti con ­troverso, dov’è la matrice di molti problemi contempora ­nei ».

Direi che il Simonov più fresco e responsabile è qui, nel puntiglio con cui guar ­dando all’indietro si chiede come funziona la società so ­vietica di oggi, di quale ma ­lattia è sofferente. Nessuno può assicurarci che sappia darsi risposte coerenti, tutta ­via la scelta culturale che afferma dì avere compiuto, questo cercare nella guerra il momento della verità (« vo ­glio separare il vero eroismo dall’eroismo di carta »), con ­sente di arruolarlo, sia pure con riserva, fra gli antidog ­matici, per i quali la guerra è intoccabile, fusa nel bron ­zo della retorica, e gli acqui ­sta, se non la simpatia, il ri ­spetto d’una parte dei gio ­vani. « I giovani che hanno fatto la guerra da soldati o da piccoli ufficiali â— spiega Simonov â— rimproverano ai vecchi come me di aver par ­tecipato al conflitto da posi ­zioni privilegiate. In realtà ciascuno di noi conosceva una porzione diversa di verità. Io sono d’accordo con loro nel negare agli storici il diritto di falsificare i fatti sino al punto di nascondere che du ­rante la guerra furono an ­che commessi degli errori. Mi rifiuto di adottare la dottri ­na del fatalismo storico. Ab ­biamo avuto venti milioni di morti, e io come scrittore ho il dovere di dire il perché. Il nostro popolo ha dato grandi prove di eroismo in condizioni spesso difficili, ma ciò non mi impedisce di sostenere che la guerra è il momento della storia in cui con maggiore drammaticità si realizza il nesso fra l’eroico e il tra ­gico. Chi ignora l’aspetto tra ­gico dell’eroismo è fuori stra ­da… ». Cose ovvie? Ma non sono molti gli scrittori sovie ­tici disposti a rinunciare al ­l’immagine oleografica del ­l’eroe caduto col sorriso sulle labbra, fiero d’immolarsi alla   patria del socialismo. Tanto meno Simonov è immune da colpe: il gusto per l’epopea monumentale gli prese spesso la mano nei primi romanzi.

Un altro segno caratteri ­stico dell’ultimo Simonov, e della famiglia di scrittori cui appartiene, è l’attenzione ora prestata al fare pratico del ­l’uomo, al suo agire sulla real ­tà per correggerne il volto e umanizzarla. Collegandosi con quanto Simonov veniva dicen ­do sulle modificazioni impo ­ste dalla prassi agli schemi ideologici, il suo interesse per le esperienze concrete, per la passione dei giovani nei con ­fronti d’una vita rischiosa ma scaldata dal desiderio profon ­do di armonizzare le cose coi sentimenti, colloca oggi Simo ­nov su posizioni abbastanza distanti dal pensiero ufficiale, arroccato su un marxismo le ­ninismo privo di spinte mo ­rali dinamiche, lontano dalla problematica amara ma in ­quieta delle nuove generazio ­ni. L’ideologia comunista, per scrittori come Simonov, or ­mai è forse soltanto un re ­litto di antichi naufragi, chia ­mato a far da blasone a un neoilluminismo pragmatico avvolto in un involucro di idealismo demiurgico. « Ho compiuto molti viaggi, ho vi ­sitato deserti e ghiacciai: ciò che più mi appassiona è la vita dei geologi, dei vulcano ­logi, degli esploratori artici. Di fronte alla conquista del cosmo, che esalta la gran ­dezza dell’uomo e lo inorgo ­glisce, io sogno il giorno in cui tutta l’umanità si troverà concorde su un programma di conquiste terrestri. Le discus ­sioni letterarie scompaiono dinanzi alla prospettiva d’uno sforzo unanime per l’utilizza ­zione delle risorse terrestri. Naturalmente â— conclude Si ­monov, e sorride â— questo programma di trasformazio ­ne potrà essere realizzato sol ­tanto dal socialismo. Perché io credo alla ragionevolezza del socialismo internaziona ­lista. Quel giorno verrà… ».

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