La memoria di Marinetti

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, domenica 31 agosto 1969]

Nuovo Marinetti delle Ope ­re e inedito, La grande Milano tradizionale e futuri ­sta e Una sensibilità italiana nata in Egitto (con prefazione di Giansiro Ferrata, testo e note a cura di Luciano de Ma ­ria, ed. Mondadori, pp. 358, L. 3000).

La prima osservazione da fare riguarda una curiosa coin ­cidenza fra il primo titolo e la natura stessa dello scrittore che, nel momento di per sé abbastanza curioso della me ­moria, si rivela impegnato fra ciò che costituiva il suo fondo costante di obbedienza alla tra ­dizione letteraria e il capitale del nuovo e del rivoluzionario. Marinetti negli ultimi tempi della sua vita, reduce dalla campagna di Russia che do ­veva restare come la prova assoluta della sua ingenuità e della sua buona fede, mentre si trova a Venezia detta alla moglie o all’infermiera o alle figlie queste pagine di evoca ­zione.

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Intanto non si può tacere il fatto di questo ritorno alla memoria e di un ritorno così gonfio di partecipazione senti ­mentale contro cui ben poco valgono le premesse rivoluzio ­narie. Per avere un’idea della sproporzione che esiste fra i due momenti dell’ispirazione basta osservare che quando lo scrittore ripensa a uomini o a cose del suo passato privato il testo ha una diversa vibra ­tone e qualche volta si ha la sensazione che il Marinetti avesse fatto assai bene le sue classi naturaliste; al contrario quando sposta l’attenzione sul ­la parte « futurista » la sua voce ha una contrazione, quasi intendesse obbedire a un’esigenza di pura verità storica. Del resto, non si tratta nep ­pure di una novità: chi aves ­se studiato con un po’ di cura gli inizi dello scrittore Marinetti, avrebbe immediatamen ­te scoperto che la parte del patrimonio culturale superava di gran lunga l’ispirazione ri ­bellistica che, per forza di co ­se, doveva essere contenuta in frasi di immediata recezione e del tutto sfruttabili dal pun ­to di vista dell’economia di mercato.

Ma non è questo il punto più interessante: a nostro av ­viso il nuovo testo consente un’operazione molto più utile ai fini dell’interpretazione psi ­cologica del Marinetti. Vale a dire, perché è nato il futuri ­smo e in che modo si è ve ­rificato l’evento? Infatti non vuol dire molto che la sua prima formazione sia stata tradizionale, il Marinetti ave ­va fatto la sua brava scuola in Francia e da quella grande letteratura simbolista e natu ­ralista aveva imparato un cer ­to tipo di mestiere. Così dopo un primo tempo di attività an ­cora « tradizionale » (senza ve ­nir meno alla regola dei sa ­lotti e dell’establishment bor ­ghese dei primi anni del No ­vecento) egli si è trovato na ­turalmente portato a una nuo ­va accezione di letteratura. Proprio perché Marinetti ave ­va consumato in breve tempo le risorse della tradizione, gli venne naturale cercare di in ­terpretare tutto ciò che stava dietro il sipario e che pur es ­sendo vivissimo non aveva an ­cora un nome.

Così come stanno le cose sembra arduo negargli questo merito: Marinetti è stato un inventore di atmosfere e di ciò il nuovo testo ci fornisce più di una conferma. Se in ­fatti non avesse subito da principio questa spinta nel ­l’ambito della letteratura d’or ­dine, non avrebbe certo po ­tuto a distanza di trent’anni farne la storia che per evi ­denti ragioni sarebbe stato piuttosto un affresco, una te ­stimonianza fatta soprattutto dal di fuori e ormai quasi del tutto pacificata. Del resto an ­che nel vivo della lotta Ma ­rinetti dava l’impressione di essere, in fondo, distaccato: non che non credesse alle proposte che sentivano forte ­mente il richiamo del momen ­to e quello dell’opportunità delle presentazioni, no, resta però stabilito che egli sapeva tirarsi da parte e considerare la sua stessa partecipazione di futurista da un punto di vista storico.

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Resta da notare un fatto che non investe soltanto il terreno dei risultati ma toc ­ca molto da vicino la natura della sua immaginazione. Ma ­rinetti aveva una particolare concezione del sentirsi prota ­gonista e quindi un modo tut ­to suo di raccontare gli avve ­nimenti. Molte annotazioni de ­nunciano una serie di possibi ­lità che lo scrittore trascurò: egli avrebbe potuto benissimo darci lo stesso quadro della « grande Milano » in un altro modo; ora se non lo ha fatto è perché fino alla fine la sua scrittura era diretta, dovendo restituire l’intensità della pri ­ma emozione. Non per nulla certi ritmi, certe ripetizioni stanno a testimoniare la per ­sistenza della sua foga. Lo stesso dicasi per il tono gri ­dato: Marinetti che era stato a suo tempo un bravissimo « dicitore » non era mai riu ­scito a perdere questa caratte ­ristica, egli cioè voleva far capire che stava « recitando » e che i pezzi più recitati ave ­vano la funzione di richiamo all’ordine, che nel caso parti ­colare significava richiamo al ­la figura del rivoluzionario in letteratura.

Oltre che per questi valori di conferma e di approfondi ­mento, i due testi si racco ­mandano per molte altre ra ­gioni. Accenniamo a quella che per noi ha un significato di prim’ordine: dai due testi sal ­ta fuori un affresco straordi ­nariamente ricco di notizie. Nonostante la foga, nonostante gli errori di fatto o gli i evidenti vuoti della memoria, il libro è una miniera di sug ­gestioni e chi non abbia an ­cora perduto il gusto della petite histoire potrà trovare in queste pagine una delle poche vie per raggiungere un mondo perduto, che la segna ­letica delle opere non è più sufficiente a rendere vivo.

Ma non salta fuori solo un’atmosfera, salta prima di tutto sulle tavole di questo teatro lo scrittore, l’uomo Ma ­rinetti e â— tutto sommato â— a ben guardare c’era nella sua passione di « spettacolarizza ­re » tutto un dato innegabile di passione sincera, di fede. Si ha di nuovo la prova su questo punto come il giuoco stesso della vita lo portasse a fare delle scelte che avreb ­bero pesato un po’ per tutti. E alla fine stanco, abbattuto, pieno di delusione e di ama ­rezza non viene meno alla consegna della sua esistenza e continua a parlare (dettare si ­gnificava anche non scrivere da solo, partecipare, stare fra la gente): la memoria quindi poteva diventare l’ultimo se ­gno di vita e ciò che di solito va calcolato come un ripie ­gamento, come un atto di ac ­cettazione della realtà, per Ma ­rinetti diventava l’ultima ma ­nifestazione di presenza orgo ­gliosa e di protesta.

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