di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 24 aprile 1970]

La Val Belluna, mia patria â— che io sento tale benché sia sempre vissuto a Milano e torni lassù soltanto per qualche breve periodo di vacanza â— è, strana ­mente, una delle contrade meno conosciute d’Italia.

Cominciamo che la maggioranza dei miei connazionali, dove si trovi Belluno, non ne ha la più pallida idea. I meglio informati: « Ah sì, in Friuli », mentre Belluno e Friùli sono due mondi non di ­versissimi ma nettamente separati, e Friùli si pronuncia con l’accento sull’u.

Una certa notorietà Belluno l’aveva perché dalle sue campagne scendevano alle città della pianura le meglio came ­riere e balie d’Italia. Fama ovviamente in via di estinzione per la progressiva scomparsa di tale benemerita categoria di lavoratrici.

La Val Belluna accoglie una popolazio ­ne singolarmente civile, anche quando è poco, o pochissimo, istruita. In confron ­to ad altre similari zone d’Italia, i con ­tadini e i montanari in genere sono dei principi, per cortesia, educazione e intel ­ligenza.

Qualcuno sostiene che i bellunesi sono piuttosto indolenti, e per tale motivo la loro città è rimasta un po’ nella nebbia, la loro provincia è ufficialmente catalogata come area depressa. Non ne sono persuaso. La gente della mia terra sa lavorare sodo e bene, come è noto anche in Germania, Svizzera, Belgio, eccetera. La « depressione » è dovuta in gran par ­te alla natura, avara e disagevole. Direi piuttosto che la fatale limitazione di respiro caratteristica di tutti i piccoli cen ­tri di provincia, a Belluno è stata accen ­tuata dall’isolamento geografico.

Per Belluno passa poca gente. Chi dal ­la pianura sale alla Val Cismon (San Martino di Castrozza) o alla Val Cordevole (Agordo, Alleghe, Marmolada) devia prima. E chi sale al Cadore pre ­ferisce in genere la strada di Vittorio Veneto. Ma non di questo vorrei parlare adesso.

Piuttosto ci tengo a far sapere il fa ­scino assolutamente straordinario della valle. E’ vero che alla periferia di Bel ­luno e di Feltre, antiche città tipicamen ­te venete, architettonicamente deliziose, sono sorte o stanno sorgendo obbrobriosi casermoni di cemento armato e una folla di quelle pestilenziali ville che non si ispirano né alla casa rurale né, come a Cortina d’Ampezzo, al tabià di monta ­gna, bensì adottano lo stile civettuolo, con finestre più larghe che alte, terrazze e terrazzine, tetti di lamiera, inserti di false pietre rustiche e smorfiette da stupida contadinella. Sì anche nel cuore delle campagne e delle valli la lebbra del vol ­gare lentamente dilaga.

Tuttavia siamo ancora in una zona privilegiata in confronto al resto d’Ita ­lia. Dove si respira ancora l’atmosfera e lo stile dei secoli andati.

Intanto, la conformazione fisica è straordinaria. C’è un fondovalle abba ­stanza largo e abbastanza comodamente abitabile, che ben presto si muove in una successione di gobbe, di colline, di ripe sempre più erte. Dopodiché balzano in su, ripidissime, catene di montagne stra ­ne e selvagge, con scheletro dolomitico, ricoperto, tranne le più alte, di arbusti, di boscaglia, di prati, di acrobatici abeti.

Il fianco sinistro della valle è meno drammatico, ma vi si addentrano delle vallette solitarie che sembra inverosimile siano potute sopravvivere. Dall’altro ver ­sante, invece troviamo l’impervio roman ­ticismo del classico ottocento del nord. Profili irti e bizzarri, favolose prospettive di rupi che si accavallano su altre rupi senza nome. Provate a risalire la Val del Mis o il Canale d’Agordo, e guardatevi intorno. Tra i due, esiste il gruppo del Feruc, le montagne meno battute e fre ­quentate di tutte le Alpi, tanto sono be ­stiali gli approcci, per la ripidezza, la selvaticità, la mancanza di sentieri. Ep ­pure sono lì, a un passo, proprio sopra la città di Belluno.

Ma anche in basso, nelle campagne voglio dire, quell’incanto è presente: di solitudine, di vecchi ricordi, di antiche storie, di saggia e veneranda civiltà, sem ­pre col pensiero, consapevole o no, delle incombenti montagne, che condiziona, per così dire, lo spirito stesso di questa terra (non per niente tutte le colonie hanno, o per lo meno avevano, una suc ­cursale ad alta quota, per i pascoli estivi).

Una sola piccola cosa rimprovero alla mia terra, a costo di sfidare valanghe di ingiurie e di rettifiche: la scarsa, se non poverissima, coscienza gastronomica. Sen ­za dubbio in alcune famiglie si mangia bene, in piena tradizione veneta. Ma è raro trovare un ristorante o una trattoria come si deve. Dappertutto, comunque, il pane è pessimo: e questo è un malcostu ­me che non si può perdonare. (Per fortu ­na, extrema ratio, la polenta sanno farla da re).

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