La Parigi di Scott Fitzgerald

di Morley Callaghan
[da “La Fiera Letteraria”, numero 18, giovedì 4 maggio 1967]

Si diceva ormai che il Greenwich Village aves ­se fatto il suo tempo: Parigi era la nuova fron ­tiera. All’inizio degli anni Venti la vita non era cara e se uno voleva fare l’editore e stampare una piccola rivista le spese non erano molte. Soprat ­tutto Parigi era il posto giusto… era la sola grande fi ­nestra del talento internazionale e se uno desiderava essere a conoscenza della vita intellettuale del tempo doveva essere là, anche nel caso che non potesse far di meglio che schiacciare il naso contro il vetro… Pa ­rigi appariva senza dubbio come la capitale delle let ­tere e delle arti. I tratti salienti della pronta e mera ­vigliosa intelligenza francese sembravano raggruppar ­si in questa città con la sua estroversa bellezza, con la sua eleganza, con quella splendida indifferenza che il francese che si trova il tavolo vicino al tuo ha per la tua vita privata. Quello che colpiva di più, sempre presenta in ogni parte di questa amabile città cosmo ­polita, era quel simbolo nazionale costituito dalle at ­tente perspicaci cassiere dietro il registratore. Le ve ­do tuttora vestite di nero accanto all’ingresso dei caf ­fè, portatrici ai miei occhi delle verità eterne.

Dopo le dieci di sera tutto il quartiere si animava, le terrazze si affollavano e noti poeti o pittori, già se- miubriachi, famosi per la loro vita disordinata più che per la loro arte, vagavano da un caffè all’altro, traver ­sando la strada evitati quasi miracolosamente dai taxi. Passava un autobus carico di goffi turisti e Flossie Martin l’ex-vedette delle Follies, ingrassata ma con ancora i capelli biondi e la carnagione rosea, che non voleva saperne di tornarsene negli Stati Uniti, si alza ­va per gridare oscenità al loro indirizzo. Un divo del cinema, poteva essere Adolph Menjou, sedeva alla Coupole con la sua nuova moglie. Mentre una fila di persone sfilava vicino al tavolo dove era seduto con aria estremamente indifferente noi l’osservavamo dall’altro lato della strada ridacchiando sotto i baffi…

Spesso ci recavamo al museo del Lussemburgo e quando eravamo stanchi ci sedevamo nei giardini a osservare le fanciulle che nelle loro nere divise face ­vano andare le barchette sul laghetto. Quel giorno avevamo passato molto tempo nelle gallerie di Rue Bonaparte e mangiato in un piccolo caffè nei pressi. Era buio quando ci avviammo lentamente verso Montparnasse. Al caffè m’era accaduto di pensare a Fitz ­gerald. Fino a quel momento avevamo fatto assegna ­mento su Hemingway per avere notizie dei Fitzgerald. Ma poteva darsi che questi fossero già a Parigi e non avessero ancora incontrato Ernest. Pensai che era meglio che andassimo in cerca di loro direttamen ­te. Erano le nove e mezzo, l’ora giusta secondo noi per fargli una visitina. Se i Fitzgerald erano andati a cena fuori a quell’ora potevano essere rientrati. E inoltre Max Perkins aveva detto: « Non scrivete a Scott. Non badate alla forma. Fateci un salto ».

I Fitzgerald abitavano vicino alla chiesta di St. Suplice in un vecchio edificio di pietra che una volta doveva essere stato un palazzo. Appena scesi dal taxi dissi a Loretta: « Perbacco, questa casa è a non più di un tiro di pietra da quella di Hemingway, o presso a poco ». Era una circostanza che in seguito mi sarebbe tornata alla mente e a ragione. Nel piccolo atrio scor ­remmo l’elenco delle targhette con i nomi degli inqui ­lini. C’era anche quello di Fitzgerald. Suonammo ma non rispose nessuno. Mentre ce ne tornavamo indie ­tro disillusi si fermò un taxi. Ne scesero un uomo e una donna illuminati dalla luce della strada. Potemmo vedere i loro volti. « Eccoli », dissi a Loretta.

Sotto quella luce, anche a una certa distanza, aveva l’aspetto di quel bell’uomo snello, dai lineamenti sot ­tili la cui fotografia avevo visto così di sovente e il cui profilo era apparso innumerevoli volte nelle imita ­zioni degli illustratori di riviste. Venivano verso di noi lentamente e quindi non potevano vederci, mezzi nascosti come eravamo nell’ombra. La luce dell’atrio sfiorava i capelli biondi di Zelda. Una bella donna dai lineamenti regolari come quelli di Scott. Non so per ­ché rimasi colpito nel vedere i loro volti classici pe ­netrare nell’oscurità dell’atrio dove noi eravamo in attesa.

Facendomi avanti dissi: « Sono Morley Callaghan e questa è Loretta ». Rimasero sorpresi per un istante senza riuscire a dire nulla. Sembravano cercare di vin ­cere la sorpresa costituita dalla nostra vista sulla soglia, della loro casa. « Salve, come state? », disse Scott. Poi. ancora un po’ confuso aggiunse: « Perché non ci ave ­te fatto sapere che eravate a Parigi? ». Ci stringemmo la mano. Dopo aver aperto la porta ci introdusse nel suo appartamento.

Era un appartamento ampio ed elegante, molto più curato di quello di Hemingway, e mentre pensando alle abitazioni di Hemingway o Joyce avevo presente le loro stanze di soggiorno, in quella di Scott mi rea conto di trovarmi in un vero e proprio salotto. Era arredato con mobili d’epoca. Ci sedemmo guardandoci l’un l’altro senza scrutarci o esaminarci, cercando invece di familiarizzare il più velocemente possibile. Scott spiegò che tornavano da una rappresentazione teatrale, non ricordo se si trattasse di una commedia o di un balletto. Secondo quanto avevamo sentito dire di Zelda ci aspettavamo da lei qualche gran gesto, una risata gorgogliante e insomma un comportamento più romantico. Invece stava seduta sorridendo a fior di labbra e studiandoci. Ci chiesero se avevamo visto gli Hemingway. Alla nostra risposta affermativa Scott vol ­le sapere quando e se ci incontravamo spesso con Ernest. Ci offrì da bere, dopo di che tutti sembram ­mo più rilassati e ciarlieri. Mi resi conto allora che Scott era un uomo dagli improvvisi e subitanei entu ­siasmi che, una volta convintosi che qualcuno era per temperamento simile a lui, non si preoccupava mini ­mamente ci celare alcunché di se stesso. Mi piacque immediatamente. Fui veramente felice di vedere che corrispondeva esattamente all’immagine che io mi ero latta di lui.

St. Germain des Prés con i suoi tre caffè â— il Lipp’s, il Flore e il Deux Magot â— costituisce un punto focale, la vera Parigi degli intellettuali illustri. Vi confluiscono pittori e attori dalle altre capitali e anche donne danarose vengono ad abitare in questi paraggi. E’ possibile vedere André Gide pranzare al Deux Magot, o Picasso passare per la strada. Il Deux Magot era divenuto un centro della vita internazionale parigina pur conservando le caratteristiche del tipico caffè di quartiere.

Era una notte tiepida, non troppo calda, e la terraz ­za di questo vecchio caffè era affollata. Non ci fu fa ­cile trovare un tavolo. Bevemmo qualcosa. Il bere eb ­be su Scott un effetto tutto suo. Sentendosi esausto s’era immaginato che l’alcool l’avrebbe tirato su. In ­vece sembrava intorpidirlo. S’era irrigidito e pareva sentirsi a disagio. Forse bere di nuovo poteva rimet ­terlo in forma, ci disse. Mia moglie l’osservava. Ne era attratta e vedevo i suoi occhi pieni di amarezza. Il viso di Scott era diventato terreo. Stava evidente ­mente male. Tutti l’osservavano stupiti. Al tavolo vicino alcuni americani bisbigliavano fra loro. Era sta ­to riconosciuto e il suo nome aveva fatto il giro della terrazza. C’erano molti altri americani. Quell’anno Pa ­rigi rigurgitava di americani smaniosi di vedere tutto e in grado di farlo non sapendo che di lì a pochi mesi sarebbe scoppiata la crisi dando inizio all’anno del pa ­nico. Ora in quel caffè potevano vedere perfino Scott Fitzgerald! In America egli era divenuto un mito. Tut ­to ciò che significava sventatezza, sperpero, strava ­ganza tutte le donne belle ricche e dannate venivano collegate al suo nome. E ora eccolo là, un alcoolizzato, proprio come ne avevano sentito parlare.

Bevemmo una seconda volta dopodiché anch’egli convenne che era meglio smettere. Insisté per paga ­re il conto. Ma i suoi gesti erano divenuti penosa ­mente lenti. Mentre traeva il denaro dal portafoglio alcuni biglietti scivolarono a terra e io mi chinai a raccoglierne uno. Altrettanto fece mia moglie. A disa ­gio gli ponemmo i biglietti in mano mentre egli sede ­va là pallido e sgomento con la camicia aperta e il cappello bianco posto di traverso sul capo. Scott l’ele ­gante! Quando vidi un uomo seduto al tavolo vicino rivolgersi mormorando qualcosa alla sua compagna e intanto ammiccare sorridendo nella nostra direzione l’odiai. Odiavo tutte quelle facce vuote e stupide in ­torno a noi che ci osservavano. Avrei voluto buttare all’aria tutti quei tavoli. Finalmente Scott si alzò. Cercando di raccogliere i resti della sua dignità si al ­lontanò insieme a noi. Tornando verso casa ci scam ­biammo poche parole. Sembrava ora del tutto sobrio. Gli dissi che ci saremmo rivisti il pomeriggio seguen ­te. Mentre varcava intontito la soglia di casa mi resi conto di quanto gli fossi attaccato.

Quella notte al Deux Magot c’era apparso in una lu ­ce falsa. Aveva evidentemente dato pubblico spetta ­colo di sé; un quadro vivente di tutti i meschini pet ­tegolezzi che circolavano sul conto. Nessuno sapeva che erano ventiquattro ore che non dormiva. Ed egli aveva fatto in modo di farsi vedere in questa luce â— il dissoluto depravato peccatore! Com’era diverso da Ernest. Questi non si sarebbe mai fatto vedere allora sotto quell’aspetto ridicolo. Ai miei occhi erano ambe ­due degli uomini affascinanti. Ma gli uomini sembra ­no avere delle molle segrete che governano i loro rap ­porti con le altre persone; ciò non ha niente a che vedere con calcoli o astuzie.

In quei giorni, ogni qualvolta Scott si comportava in modo ridicolo, era subito preso di mira. Ancor peg ­gio si trovava a soffrire per cose che non aveva fatto ; aveva la proprietà di apparire peggiore di quanto non fosse in realtà. Ernest al contrario non sopportava di apparire sotto una cattiva luce. Questi non doveva fa ­re altro che aspettare ; tali erano il suo carattere e la sua attrattiva che il prosieguo di tempo qualsiasi co ­sa avesse fatto ne sarebbe sempre uscito nel migliore dei modi. All’inizio di questa storia, a Toronto, ho avu ­to occasione di far notare come i giornalisti avevano già cominciato a magnificare ogni sua azione trasfor ­mandola in leggenda. A lungo andare la sua capacità nel far trasformare in leggenda ogni episodio della sua vita può essersi rivelata altrettanto tragica quan ­to l’istintiva tendenza di Scott nel procurarsi umilia ­zioni da parte di persone assai meno valevoli di lui.

Nel lasciarlo amareggiati e depressi per aver visto come la gente comune goda nel vedere un uomo su ­periore dare spettacolo di sé ci dirigemmo versola Coupole. Làtrovammo McAlmon e i due ragazzi, un francese e Kiki, la famosa modella, la donna dai tanti trascorsi di Montmartre e Montparnasse. Era ancora bella ma molto ingrassata e con qualcosa di clowne ­sco nella sua faccia piacente. Nel giro di un’ora co ­minciammo a sentirci tutti irrequieti e acidi. Che fare? Dove andare? Era mezzanotte passata ma qualcuno suggerì ugualmente di andare a bere, qualcosa nel bel ­l’appartamento dei Whidney, e ciò malgrado che essi non fossero con noi e magari stessero dormendo pro ­fondamente nella loro comoda casa. C’incamminam ­mo ridendo e sghignazzando e sulle scale dell’ap ­partamento dei Whidney cominciammo a fare un gran chiasso. Kiki era davanti a me e saliva i gradini a quattro zampe, da quella simpatica giocherellona che era. La raggiunsi e sollevandole la gonna gliela ro ­vesciai sulla testa. Come se niente fosse continuò a salire carponi mentre io le battevo a mo’ di tamburo entrambe le mani sulle grasse natiche.

Quando bussammo alla porta dei Whidney essi ci vennero ad aprire nelle loro vesti da camera e seb ­bene la povera signora Whidney avesse i bigodini nei capelli ci invitarono a entrare per un drink con note ­vole aplomb. Mi dimenticai così di Scott. La volta do ­po che lo vidi, di pomeriggio, era lucido e sorridente.

Luglio fu un mese caldo. Nella luce accecante del pomeriggio il Dí´me, la Coupolee il Sélect, l’intera zo ­na, avevano un aspetto terso e folgorante. Ma la città era piena di soldati. Gli autobus scaricavano frotte di turisti che sedevano ai tavoli per una sera e quindi scomparivano. Di notte ora io e Loretta anda ­vamo in compagnia di qualcun’altro a vagabondare negli altri quartieri. C’erano i bals musettes già versola Bastiglia, i bar di Pigalle e l’Hotel du Caveau in Rue dela Huchette… Ci trasferimmo in un piccolo albergo sul Raspail e fu durante quella settimana che Scott mi disse che stava per trasferirsi con Zelda a Nizza.

Il mattino che lo incontrai al Deux Magot mi ri ­cordo che parlammo dei nostri piani per il futuro. Scott sperava di trovare il tempo di finire il suo ro ­manzo. Non ne era ancora soddisfatto. La conversa ­zione mi rimase impressa e quando Tenera è la notte vide finalmente la luce, mi accorsi che Scott non era riuscito a porre perfettamente a fuoco Dick Diver, il protagonista principale.

Al caffè non accennò minimamente a Hemingway. Può darsi che Ernest fosse presente alla nostra men ­te, perché Scott quella mattina fece mostra di grande dignità. Era stato trattato irrispettosamente in mia presenza e non se l’era dimenticato ; sapevo che era sufficiente un fatto banale come quello per indurlo a evitarmi. Convenimmo che presumibilmente io sarei stato a Parigi quando io vi avrei fatto ritorno. Men ­tre uscivamo dal caffè parlando del più e del meno sentii improvvisamente quanto gli fossi affezionato. Sperava che avrei finito presto il libro al quale lavo ­ravo. Ricordo che mi disse: « Cerca di sfruttare il con ­trasto che scaturisce dal porsi dal punto di vista di un fanciullo. E’ tutto un altro mondo che ti si apre davanti. Getta una luce nuova su tutto il materiale ». Dovevamo lasciarci. Di colpo trasse il portafoglio di tasca, ne tolse il denaro e mi porse il portafoglio. «Prendilo, Morley. Voglio che tu conservi qualcosa di mio ». « Okay », dissi. « Scrivici il tuo nome allora ». Nessuno di noi aveva una penna. Appoggiò il porta ­foglio a un lampione e con un temperino incise il suo nome sulla pelle. Ci stringemmo la mano e lui se ne andò.

Penso ora che tutti quelli di noi che eravamo a Montparnasse â— McAlmon, Fitzgerald, Hemingway, Titus, e perfino quel poeta Pernod â— eravamo dei Peer Gynt che sapevano in cuor loro che presto sa ­rebbero tornati in patria.

– Morley Callaghan, letterato e saggista americano, ha scritto un libro di ricordi «The Summer in Paris ».

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Commenti

2 risposte a “La Parigi di Scott Fitzgerald”

  1. Grazie, Bart. E’ sempre un piacere leggere il tuo archivio.  

  2. Grazie a te, Felice, per l’attenzione.