La rioccupazione della realtà

di Angelo Guglielmi
[da “Quindici”, numero 18, luglio 1969]

Walter Pedullà, “La letteratura del benessere”, Edizioni
Libreria scientifica, Napoli, pp. 498, L. 4.000

Ho letto la letteratura del benessere di Walter Pedullà, raccolta di saggi, articoli e interventi pubblicati sull’ “Avanti” negli ultimi anni. Non è una recensione quella che mi accingo a fare: la recensione, in quanto meccanismo di celebrazione o di condanna, è una forma non più frequentabile. L’utilità di un libro è nello stimolare lo sviluppo di un dibattito, nell’esigere sforzi verso ulteriori e più difficili approfondimenti.

Nel voluminoso libro di Pedullà si può leggere questa frase, che è peraltro sommamente indicativa dell’atteggiamento del suo autore, a metà tra rottura e continuità, tra rispetto del passato e ricerca del futuro, tra devozione e ribellione, tra obbedienza e resistenza: “C’è una somiglianza dell’atteggiamento intellettuale del filosofo tedesco (sta parlando di Marcuse) con quello di certe correnti dello sperimentalismo avanguardistico. Si pensi ai creatori di testi letterari dei quali è impossibile un qualsiasi rinvio alla realtà. Sono così estranei a questa che non solo non possono essere verificati su di essa, ma dichiarano la loro completa autonomia dal mondo, col quale hanno interrotto i canali di comunicazione; meta- letteratura insomma. E alla metaletteratura assomiglia l’utopia di Marcuse: della quale non si può dire quanto dista dalla realtà, perché ignora le tappe del cammino per arrivarci, un diverso del quale potremmo essere alla vigilia ma che molto più facilmente invece è irraggiungibile, incentivo a una perenne avventura da cui ci si ripromette di aver tutto e subito, oppure non averlo mai”. La frase è abbastanza chiara: i due punti su cui si concentra sono:

1 ) la natura metafisica del pensiero di Marcuse, e, più in generale, l’irrealtà dell’utopia, la condanna dell’ estremi ­smo in quanto velleitario e improduttivo; 2) il disinteres ­se per la realtà della letteratura neosperimentale, il suo distacco dal mondo, il suo soliloquio formalistico. Questi due punti contengono affermazioni inaccettabili (o comunque formulate in vista di deduzioni improprie) che nascono da una valutazione imperfetta del contesto generale in cui i singoli fenomeni presi in esame trovano posto e si collocano.

Ovviamente non mi preme qui tanto discutere su Marcuse, appurare il punto di rigore del suo pensiero, denunciarne gli eventuali aspetti d’improbabilità, indaga ­re sulla fondatezza delle sue analisi, ecco non è questo il punto: il mio interesse è altrove. Cosi diamo pure per scontato il carattere utopistico della costruzione intellet ­tuale marcusiana, la sua estraneità rispetto al rigore di un pensiero autenticamente filosofico, e addebitiamogli pure (alla sua elaborazione) senz’altre repliche i limiti di profezia, di progetto fantastico. Bene, mettiamo pure che sia così, e che trovi anche noi concordi l’ipotesi che il progetto filosofico di Marcuse si presenti interamente e senza scampo con i connotati dell’utopia. Dove tuttavia non possiamo essere d’accordo è sul valore da accordare all’utopia, sulla natura del segno con cui si presenta l’utopia oggi.

L’attuale momento storico, strenuamente impegnato in un gigantesco esercizio di mistificazione, ha portato cosi avanti il processo di spersonalizzazione dell’uomo e di disumanizzazione della vita che ogni tentativo di aggiustamento, ogni volontà di correzione, per quanta con buona fede sofferta, è impari al compito che si propone. Anzi rischia di risolversi in un ulteriore peggio ­ramento della situazione involutiva, così come accade allorché si cerca di mettere ordine in un gomitolo di lana i cui fili si siano strettamente aggrovigliati in un indistri ­cabile imbroglio. In questo caso l’atteggiamento riformi ­stico, la volontà di procedere a correttivi, lasciando intatto il contesto generale, il binario portante in cui il mondo sta rotolando, nella presunzione (assurda) che quelli (i correttivi) alla fine non potranno che modificare questo (il contesto generale), si rivela (questo sì) un atteggiamento utopistico, irrimediabilmente segnato da connotazioni metafisiche, nel senso di non maturato attraverso un esame realistico dell’attuale momento storico, e piuttosto sviluppatosi all’interno di un vagheg ­giamento ideale, di un inganno della coscienza, di un colpevole ottimismo filosofico. Così si può affermare che la situazione attuale è tale che immaginare alternative, a diretta portata di mano, indicare soluzioni frettolose, fornire prefigurazioni troppo esatte del nuovo, significa scegliere un comportamento che, dove secondo una valutazione convenzionale, parrebbe sommamente reali ­stico, ispirato alla responsabilità del momento e insomma propriamente “politico”, nei fatti rischia di risultare sommamente irrealistico, velleitario e irresponsabile. E al contrario esimersi dal formulare alternative fino in fondo definite che poi significa rifiutarsi di attenersi alla regola suggeritaci dal buon senso di non lasciare mai la donna con cui stiamo se prima non ce ne siamo trovata una nuova; invocare un nuovo che, trovandosi al di là e oltre, non può che presentarsi nella forma della profezia, e vivere’ in un linguaggio per forza commosso e alterato; collezionare una catena di “no” che significa soltanto scoprire in tutti i possibili “sì” che il mercato culturale astutamente tende a metterci sulle labbra altrettanti alibi al cui riparo opportunamente protetta continui a svilup ­parsi la tendenza involutiva; ecco, questo comportamen ­to alla prova dei fatti si rivela molto meno irrealistico e astratto (più ricco di contenuto politico cioè di capacità mobilitante) di quanto una valutazione frettolosa (con ­venzionale) potrebbe indurre a pensare. Così oggi paren ­do a noi assolutamente innegabile l’utilità di porsi di fronte all’azione politica con un approccio esaltato e di fatto incongruo se ne ricava che nella situazione attuale, stante le caratteristiche sopra indicate, l’irrealtà dell’uto ­pia è la realtà della politica. Allora quando Pedullà, insistendo nel suo tentativo di minimizzare la carica costruttiva e il valore di spinta dei vari movimenti estremistici e di contestazione, ad essi nega la capacità di costruire sui tempi lunghi e in prospettiva, e afferma che “la stessa contestazione globale produce i suoi effetti maggiori sui problemi settoriali: l’università ad esempio”, egli sa di dire una cosa che non corrisponde al vero. Infatti Pedullà non può non sapere che proprio il problema della università non potrà mai essere risolto finché ci si ostinerà ad affrontarlo al di fuori del più ampio problema del rinnovamento del complesso delle strutture portanti del Paese (non è un caso che la contestazione studentesca infuria vieppiù proprio in quei paesi dove â— e non da ieri â— la scuola funziona meglio ponendosi anzi con valore di modello dal punto di vista di una concezione democratico-liberale o, se si vuole, socialdemocratica dello stato e della società) e che dunque la soluzione del problema dell’università è proprio l’obiettivo che la contestazione globale rischia di mancare. Peraltro è scarsamente interessata a questo obiettivo. Si sa che caratteristica (e non da oggi) della contestazione è proprio di rifiutarsi di agire come strumento riformistico e di tentare di avviare un discorso più ampio che peraltro nei suoi enunciati più elementari e dunque più vistosi si manifesta come discorso contro le riforme.

A livello più profondo la contestazione si manifesta come atteggiamento culturale, come capacità di penetra ­re nelle cose al di là di ogni loro difesa o alibi, come dibattito critico permanente che si produce quasi auto ­maticamente ad ogni livello di decisione, di proposito e di azione che la società si accinge a pensare e intrapren ­dere, quindi come presenza di un elemento dialettico persistente che impedisce da ora in poi ad ogni situazione di diventare definitiva, ad ogni gesto e intervento di essere irreversibile, ad ogni evento di irrigidirsi e fossiliz ­zarsi. Così volere considerare la contestazione come il momento negativo (cioè distruttivo) del processo di evoluzione e di trasformazione in corso cui dovrebbe corrispondere il momento positivo (della ricostruzione) che ancora non si conosce è ingiusto e non ha senso giacché la contestazione non è certo la preparazione del nuovo ma è già per certi versi il nuovo indipendentemen ­te dal tempo che gli occorrerà per maturare e dei modi in cui si articolerà.

Né un discorso molto diverso si dovrà fare per la letteratura neosperimentale, nel cui impegno Pedullà tende a “leggere” piuttosto una tensione verso il futuro che una conquista di futuro. L’assenza di un atteggia ­mento più complice e meno sospettoso verso il lavoro della neoavanguardia si giustifica in lui (in Pedullà) nella convinzione che essa (la neoavanguardia) ha prodotto “testi letterari dei quali è impossibile un qualsiasi rinvio alla realtà’ , che si pongono in termini di assoluta “autonomia nei riguardi del mondo, col quale hanno interrotto i canali di comunicazione”.

Io riconosco con Pedullà che alcune formulazioni teoriche elaborate dagli esponenti della neoavanguardia potrebbero autorizzare una lettura di questo genere: ma aggiungo subito che queste formulazioni devono essere considerate nel contesto generale in cui sono state espresse e allora acquistano un significato del tutto diverso da quello suggerito dalla loro lettera. Così non è assolutamente vero che i testi della letteratura neosperi ­mentale nascono sulla base di una totale indifferenza per tutto ciò che il mondo è e rappresenta, di un conclamato esplicito intento di divorzio da esso. Sono costretto a citarmi per non suonare sospetto (per non aver l’aria di volermi aggiornare e mettere a livello imbastendo fretto ­lose quanto tardive dichiarazioni). Io ho sempre detto (vedi Avanguardia e sperimentalismo, pagg. 15-20-84) che ”compito dello scrittore moderno è effettuare il recupero della realtà, liberandola dalle apparenze false in cui si manifesta. Svestire i poveri come i ricchi, perché i loro abiti non sono più portanti di significato, questo è tenuto a fare”. “La strada dall’aneddoto alla realtà si è interrotta”. Il problema è di riannodare i contatti, il problema per la letteratura, dico. Come ci riuscirà?

Procedendo ad una totale revisione dell’istituto della lingua. “La lingua in quanto rappresentazione della realtà è ormai un congegno matto. Ogni ponte tra parola e cosa è crollato. Tuttavia il riconoscimento della realtà rimane lo scopo dello scrivere. Per realizzarlo la lingua che fin qui ha assolto compiti di rilevazione dell’anedotticità del reale, ponendosi nei confronti di questo in posizione frontale, di specchio in cui esso direttamente si rifletteva, dovrà cambiare punto di vista. E cioè o trasferirsi nel cuore della realtà, trasformandosi da specchio riflettente in accurato registratore dei processi, anche i più irrazio ­nali, del formarsi del reale; oppure continuando a rimanere all’esterno della realtà, porre tra se stessa e questa un filtro attraverso il quale le cose, allargandosi in immagini surreali o allungandosi in forme allucinate, tornino a svelarsi”. “Cosi appare del tutto naturale che la ricerca sul linguaggio e, più in generale, il lavoro sulle tecniche narrative è il primo problema che si pone per un romanziere oggi; e la sensibilità verso questo problema è la prima e più sicura garanzia del suo interesse per la realtà”.

In questa prospettiva dire che la letteratura è la letteratura o che la letteratura è se stessa o che la letteratura è linguaggio â— tutte affermazioni che effetti ­vamente possono trovarsi nel prontuario teorico della neoavanguardia â— significa soltanto sottolineare la posi ­zione di assoluto privilegio che viene ad acquistare il momento linguistico-strutturale all’interno di un proget ­to di opera neosperimentale. Privilegio che si giustifica con il fatto che suo obiettivo (dell’opera neosperimenta ­le) è di “provocare l’emersione delle possibilità profonde, delle cariche interne delle cose: possibilità che non si configurano in termini di valore o almeno nei termini in cui siamo soliti intendere il valore, nel senso che non si coagulano in norme, in significati unilaterali, incontrover ­tibili e indiscutibili, ma si articolano in una varietà di stimoli e d’impulsi non coordinati dalla legge della coerenza e della univocità ma liberamente assortiti nel segno della polivalenza, della ambiguità, della contraddi ­zione”.

La promozione del concetto di ambiguità a categoria di valore (e cioè la possibilità di un valore semantico che si costruisca in quanto ambiguità e non in quanto univocità) è alla base dello sviluppo della letteratura nuova come letteratura che ha per obiettivo soltanto se stessa, cioè una letteratura che rimane silenziosa di fronte a domande che si aspettano risposte ragionevoli e in una sola direzione cioè ancora come una letteratura che si rifiuta di essere agita in senso praticistico utilitario.

Questo è tutto. E dunque l’accostamento dell’utopismo marcusiano e più in generale dell’estremismo politi ­co seppure in via analogica con lo sperimentalismo letterario e più in generale con il neoavanguardismo culturale è perfettamente attendibile e sostenibile tutta ­via si produce ed avviene non nel segno di una fuga dal mondo, dell’elusione di un atteggiamento responsabile e realistico ma al contrario nell’ambito della consapevo ­lezza che il problema di un rapporto reale con le cose, della rioccupazione della realtà è legato alla nostra capacità di resistere alle scelte cosidette realistiche, cioè suggerite dalla logica dei fatti, e al pesante potere di ricatto che essi esercitano, giacché si sa che soltanto combattendo contro questa logica potremo dire di avere lavorato per far fare al nostro mondo quel salto qualitativo che gli restituisca lo spazio per continuamente rinventarsi, svilupparsi e crescere e gli fornisca la forza di poter sopprimere sempre e in ogni momento “tutto ciò che esiste e intende esistere e vivere indipendentemente dagli uomini”.

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