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LETTERATURA: I MAESTRI: La traduzione

2 Agosto 2008

di Giacomo Devoto
[dal “Corriere della Sera”, venerd√¨ 24 gennaio 1969]

Quando vi sembra che tut ¬≠to vada male, che non valga la pena di reagire alla genera ¬≠le abdicazione, non acconten ¬≠tatevi di dire che in tutto il mondo √® cos√¨: non siate degli struzzi. Cercate invece qualche isola di resistenza, vivetene qualche episodio: troverete che, di fronte a quelli che ce ¬≠dono, ci sono altri, tanti, che, senza parere, resistono e con ¬≠tinuano a operare. Special ¬≠mente voi che siete cos√¨ ansio ¬≠si per le sorti della scuola in sfacelo, non cedete alla tenta ¬≠zione; non accontentatevi di dire che in tutto il mondo √® cos√¨. Levatevi delle curiosit√†, domandate di assistere a certi convegni di insegnanti, per esempio a quelli organizzati dai Centri didattici: sperimen ¬≠tate. Ascoltate non tanto i relatori quanto gli interlocu ¬≠tori. Vi accorgerete che quel ¬≠le poche decine di persone, nonostante la ingenuit√† o l’a ¬≠nacronismo di certe loro do ¬≠mande, sono persone umane, che hanno delle esperienze, un animo e una speranza. Finire ¬≠te per sperare anche voi.
Ho dovuto introdurre recen ¬≠temente un dibattito sui pro ¬≠blemi della traduzione (natu ¬≠ralmente non come esercizio di grammatica ma come pro ¬≠blema di interpretazione) , nel quadro di un convegno di in ¬≠segnanti liceali. Sono partito dal libro di un amico, Benve ¬≠nuto Terracini, che, a tanti mesi dalla morte, non smetto di ricordare e di piangere. Il libro si intitola Conflitti di lingue e di culture, e lo ha pubblicato tredici anni fa l’editore Neri Pozza, dopo che in Argentina, durante l’esilio razziale, il Terracini l’aveva pubblicato in lingua spagnola. Dalle molte pagine dedicate ai problemi della traduzione, ho ricavato sei, diciamo, aforismi. Tre riguardano l’operazione in astratto: ¬ętradurre significa comprendere, non riprodur ¬≠re ¬Ľ; ¬ę tradurre significa trasferire da un ambiente cultu ¬≠rale a un altro, non da una lingua a un’altra ¬Ľ; ¬ę tradurre presuppone nei due ambienti uguale prestigio cos√¨ di cultu ¬≠ra come di lingua ¬Ľ. La tradu ¬≠zione si fonda cio√® su opera ¬≠zioni legate a un potere intel ¬≠lettuale sovrano, capace di sintesi, irriducibile a schemi meccanici. E il traduttore? Ec ¬≠colo nei tre aforismi che lo ri ¬≠guardano: ¬ę il traduttore non annulla la sua personalit√†, la rende solo trasparente ¬Ľ; ¬ę il traduttore lavora in fondo so ¬≠lo per s√© ¬Ľ; ¬ę il traduttore √® pa ¬≠ragonabile a uno che raccoglie un fiore per riporlo in un libro ¬Ľ. In parole semplici, il traduttore √® per Terracini, creatore come un poeta, disinteressato come un angelo.
Naturalmente le sei nobili formule non esauriscono il problema. Ci sono altre questioni e domande, apparente ¬≠mente pedestri, che pure tutti fanno. ¬† ¬† Ne ¬† ¬† affronto ¬† ¬† una: un’opera di poesia deve neces ¬≠sariamente essere ¬† tradotta in poesia? pu√≤ in certe condizio ¬≠ni anche essere tradotta in pro ¬≠sa? ¬† ¬† Per ¬† chi ¬† ¬† ha ¬† ¬† presenti ¬† ¬† gli aforismi ¬† ¬† terraciniani, ¬† ¬† la ¬† ¬† do ¬≠manda √® di un candore addi ¬≠rittura squallido. Premesso che si tratta qui di una questione solo formale, e non si toccano problemi di ordine critico o estetico, si tratta di riconosce ¬≠re nella forma poetica del te ¬≠sto da tradurre i due valori, relativi e non assoluti, dell’im ¬≠pronta ¬† sociale ¬† che ¬† la ¬† forma poetica gli infonde, e del rit ¬≠mo ¬† che la ¬† accompagna. ¬† Per decidere se di una poesia stra ¬≠niera io debbo dare la tradu ¬≠zione ¬† italiana ¬† in ¬† verso ¬† o ¬† in prosa, io devo ¬† ¬ę comprende ¬≠re ¬Ľ lo statuto sociale che nel ¬≠la comunit√† d’origine gli assi ¬≠cura, sia la forma poetica in generale, sia la variet√† di rit ¬≠mo prescelta nel quadro delle altre possibilit√† ritmiche. Mai si porr√† il problema, come se si ¬† trattasse ¬† di ¬† ¬ę riprodurre ¬Ľ in forma materiale, martellante, meccanica, la successione dei tempi forti nel quadro del sistema ritmico originario; ma si tratter√† solo di evocarla. Per quello che riguarda l’antichit√† classica questa riproduzione √®, se non impossibile, molto mol ¬≠to parziale. Non siamo in gra ¬≠do di rendere la melodia (mo ¬≠notona) ¬† degli accenti musica ¬≠li, che ritornano, uguali ¬† per natura anche se abbastanza li ¬≠beri come sede, in ogni paro ¬≠la; non siamo in grado di ren ¬≠dere la differenza fra vocali di quantit√† lunga e breve; sia ¬≠mo solo in grado di riprodur ¬≠re i tempi forti del verso, che succedono ¬† ¬† periodicamente in una forma che noi arriviamo a comprendere. Il primo verso della ¬† Odissea ¬† va ¬† letto dunque cos√¨: ¬ę √†ndra moi √®nnepe, ¬† M√Ļsa, ¬† ¬† polytropon ¬† h√≤s mala p√≤lla… ¬Ľ. ¬† ¬† ¬† Nel ¬† ¬† ¬† tempo stesso dobbiamo essere consapevoli che con questa operazione noi riviviamo ¬† solo ¬† un terzo del ritmo greco originario. Il ritmo completo ci √® precluso; siamo dei sordastri, che hanno perduto due terzi della loro capacit√† uditiva.
Dovendo tradurre l’Odis ¬≠sea, ci troviamo allora di fron ¬≠te a tre soluzioni, di ciascuna delle quali √® facile mettere in rilievo i ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† difetti, e cio√® il limite che pongono alla interpretazione. In base a quello che ho detto sopra, la forma pi√Ļ aderente al ritmo originario, considerato con un criterio oggettivo, √® quella di adottare un verso italiano dalle 12 alle 17 sillabe, con gli accenti che si seguono a distanza di due o tre ¬† ¬† sillabe, ¬† ¬† proprio ¬† ¬† come i tempi forti dell’esametro greco. E’ il procedimento attuato dal Pascoli, che ora commenter√≤. L’altro procedimento quello che non si preoccupa di ¬ę riprodurre ¬Ľ il ritmo antico ma lo ¬ę interpreta ¬Ľ, trasferendolo nel verso italiano che d√† al testo lo statuto sociale corrispondente all’esametro greco: l’endecasillabo sciolto. E’ il procedimento classico dei traduttori di Omero, il Foscolo, il Monti, il Pindemonte. La terza soluzione √® quella della prosa: ma essa non ha giustificazioni pregiudiziali positive. Essa si pu√≤ rendere necessaria, solo attraverso i limiti e le difficolt√† degli altri due procedimenti.
L’inizio della Odissea nella traduzione del Pascoli suona cos√¨: ¬ęL’uomo, o Musa, mi di’, molt’agile, il quale per molto corse, da ch’ebbe la sacra citt√† distrutta di Troia ¬Ľ Il ritmo, sia pure nei limiti ristretti del 33 per cento di cui ho parlato sopra, √® rispettato. Dal punto di vista del ritmo non c’√® da obiettare. Soltanto per realizzarlo in italiano e cio√® per disporre gli accenti in una successione corretta dal punto di vista dell’originale, ecco che dobbiamo, col Pascoli, subire qualche violenza. Chi ha interpretato il testo greco soffre perch√©, rivolgendosi alla Musa con un confidenziale ¬ęmi di’ ¬Ľ, lo svia dal pi√Ļ severo e solenne verbo dell’originale; perch√© lo scioglimento del composto nella traduzione ¬ę il quale per molto corse ¬Ľ, snatura anzi annulla la somma delle tante esperienze da cui la figura di Odisseo ha ricevuto una impronta unita ¬≠ria, per sostituirla con quella di un vagabondo superficiale; perch√© la ¬ę sacra citt√† distrut ¬≠ta di Troia ¬Ľ costituisce per la nostra sensibilit√† una unit√† dalla quale √® penoso estrarre il ¬ę distrutta ¬Ľ per ricostruire il verbo ¬ę ebbe distrutta ¬Ľ. Per quanto noi possiamo esse ¬≠re interessati a una riprodu ¬≠zione sia pure parziale del rit ¬≠mo, e siamo, e siamo certi che il Pasco ¬≠li vi si √® impegnato con tutta la capacit√† sua, ecco che, per amore del ritmo di questi due versi, non ci sentiamo di pagare il prezzo che il tradutto ¬≠re, ¬† ¬† d’altra ¬† ¬† parte ¬† ¬† e ¬† ¬† non ¬† ¬† per sua colpa, √® costretto ad im ¬≠porci.
Il Pindemonte, in modo pi√Ļ lieve, ci dice: ¬ę Musa, quell’uom di multiforme ingegno – dimmi che molto err√≤, poi ch’ebbe a terra – gittate di Il√Į√≤n le sacre torri… ¬Ľ. La interpretazione (e non la riproduzione) del ritmo attraverso l’endecasillabo sciolto √® cor ¬≠retta. Lo statuto sociale del racconto epico si trova, nel ritmo italiano, a suo agio. Ma anche qui la fame di accenti appropriati ci obbliga ad ac ¬≠cettare particolari, che, per forza di cose, non possono es ¬≠sere di nostro gusto: il ¬ę mul ¬≠tiforme ingegno ¬Ľ, applicato a Odisseo, lo trasferisce in una commemorazione accademica; le torri saranno state s√¨ sacre, ma ¬ę gittate a terra ¬Ľ come so ¬≠no, sembrano il tradizionale castello di carte che cade con un niente; quanto a Il√Į√≤n per Troia, un accrescitivo un tron ¬≠camento e una dieresi ne fan ¬≠no s√¨ una parola martoriata, ma che non richiama in nes ¬≠sun modo la citt√† martoriata in realt√†.
E’ arrivato il momento di sperimentare la prosa. Ecco la recentissima traduzione di Car ¬≠lo Saggio: ¬ę Musa, narrami l’uomo abile molto che molto and√≤ vagando, quando ebbe distrutto la sacra rocca di Troia ¬Ľ. Rispetta la Musa met ¬≠tendola in testa, la rispetta col verbo ¬ę narrare ¬Ľ; sta nel giu ¬≠sto mezzo in tutte le altre pa ¬≠role; √® felicissimo nella inver ¬≠sione che gli permette insieme e di dare un tocco arcaico e di evitare il pericolo, con la for ¬≠ma normale ¬ęmolto abile ¬Ľ, di presentare Odisseo come un furbastro.
Trenta persone, che ¬ę per ¬≠dono ¬Ľ ore per seguire ragio ¬≠namenti di questa natura, so ¬≠no trenta persone che fanno sperare. Le ho lasciate, insie ¬≠me lieto e dolente. Ma noi non siamo qui solo per assilli scolastici. La traduzione inve ¬≠ste problemi generali di cultu ¬≠ra, che voi potete forse consi ¬≠derare, di fronte alla gravit√† di quelli scolastici, come co ¬≠rollari. Lo saranno: ma sono, ciononostante, importanti. Essi riguardano gli editori che, in base a questi esempi, devono convincersi che il tradutto ¬≠re va messo al livello dell’au ¬≠tore, e (naturalmente), in que ¬≠sta veste, √® tenuto a fornire non riproduzioni approssimati ¬≠ve ma interpretazioni origina ¬≠li: i traduttori convenzionali devono a poco a poco scom ¬≠parire. E anche gli autori, di storie letterarie, di antologie, hanno bisogno di un’autocriti ¬≠ca. Non discuto se i giudizi tradizionali sui traduttori di centocinquant’anni fa debbono essere mantenuti o riveduti. Rivendico, come lettore del mio tempo (non importa se sono un ex-professore o un giovane liceale), che essi mi facciano conoscere in forma proporzionata quanto di nuo ¬≠vo si tenta e si crea, nelle traduzioni degli autori antichi, anche in prosa.

 

 

 

 


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 2 Agosto 2008 @ 22:29

    Pagina esemplare, con una prosa perfetta ed un linguaggio penetrante, con scelte lessicali veramente appropriate. Del resto qui si tratta nientemeno che del Prof. Devoto. In questo pezzo, “superbo” per forma, sostanza, concetti, mi hanno colpito due “momenti” fondamentali. La prima parte, che ci offre la spinta ad una speranza a non abdicare mai, anche se di fronte a noi si appalesano momenti difficili che disorientano e scoraggiano. Ci√≤ soprattutto va tenuto conto da chi opera nella scuola. La seconda parte, la pi√Ļ ampia, che ci fa comprendere la difficolt√† di chi si adopera nella traduzione di opere, soprattutto poetiche. Penso che sia particolarmente difficile tradurre in altra lingua poesia. Si rischia di ‚Äúdesostanziare‚ÄĚ il contenuto e di alterare la forma, stravolgendo il ritmo e l’accentazione. Ci√≤ avviene particolarmente se il traduttore vuole imporre il suo modo di concepire il verso e forza la mano nel fornire certi significati personalizzati alle parole tradotte.
    Per quanto riguarda il discorso sul Pascoli traduttore, anche se sono stati evidenziati alcuni comprensibili piccoli ‚Äúnei‚ÄĚ nella sua traduzione dell’Odissea, io ritengo che il poeta di Castelveccio sia stato un ottimo traduttore, uno dei migliori, insieme con Pindemonte
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 3 Agosto 2008 @ 00:45

    Era un piacere per me leggere in quegli anni le pagine di Giacomo Devoto. Spero che i lettori di Parliamone sappiano apprezzarlo come fai tu.
    Ciao.

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Bart