La zampata del Gattopardo  

di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]

Esce postumo il romanzo di uno sconosciuto, Il Gatto ­pardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa:

un libro per molti versi più che notevole, un libro d’eccezione nel mi ­glior senso della parola, tale da costituire non soltanto un caso ma da autorizzare il senso di una rivelazione, soprat ­tutto se si tengono presenti le condizioni della nostra nar ­rativa.

Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampe ­dusa â— questo è il nome intero di tutti i titoli â— morto a Roma l’anno scorso era nato a Palermo nel 1890. Grazie alle notizie che ci fornisce il suo profeta Giorgio Bassani, sappiamo anche che il Tomasi a vent’anni dovette interrom ­pere gli studi per correre al fronte e da allora direttamente (egli rimase in carriera fino al 1925) o indirettamente (occu ­pandosi di studi militari, specialmente di Clausewitz) il suo mestiere fu quello dell’ufficiale. Durante il fascismo preferì fare dei lunghi viaggi e soggiorni all’estero, inutile aggiungere che nella triste guerra del ’40 tornò al suo posto e ancora una volta indossò la divisa. Notizie esteriori che riflettono la parte morta della sua carriera, il lettore potrà invece avere l’immagine sicura del Tomasi non perdendo di vista il protagonista del romanzo, il principe Fabrizio Salina. Nello stemma gentilizio â— il gattopardo â— non è difficile scovare il ritratto appena velato, appena roman ­zato del Tomasi: così come non è difficile trovare nell’im ­pronta del felino, il segno dell’unghia dello scrittore.

Sembra –  lo ha confidato la vedova – che il Tomasi abbia per molti anni vagheggiato di scrivere un romanzo storico sullo sbarco garibaldino a Marsala, centrato su un suo antenato astronomo. E non c’è dubbio che da questa lunga incubazione su una fragile trama e più attraverso la meditazione sull’essenza della vita il Tomasi sia appro ­dato di sorpresa a un romanzo scritto di getto; non si trat ­tava di un caso ma di una conclusione, di un frutto matu ­rato naturalmente e lentamente.

Il romanzo è opera singolare per il rapporto vitale che lo anima : Il Gattopardo obbedisce alle regole classiche del genere e in questo senso è un buon esercizio, dove invece ci colpisce è nella parte di testamento, di meditazione oggettivata. Mentre lo scrittore segue i fatti, trova modo di inserire senza stridori e quasi senza umori polemici la verità strappata al lungo colloquio con le cose. Vedia ­mone un momento la struttura: il protagonista, Fabrizio Salina, il nipote (figlio di una sorella del principe) Tancredi Falconeri e dietro di loro la grossa nobiltà palermi ­tana sorpresa dallo sbarco dei garibaldini, pardon dei « pie ­montesi » e ancor prima dai sentori di libertà, cioè il qua ­dro di una classe con tutto il carico di tradizioni, abusi e privilegi e di fronte la classe nuova che sorge dalla rovina dell’altra, impersonata da don Calogero Sedàra, padre di Angelica. Questi quattro personaggi rappresen ­tano il giuoco di passaggio e di sostituzione, l’avvicenda ­mento delle classi al potere. Il romanzo non subisce la facile polemica delle opposizioni. Il Tomasi crede alla sto ­ria che si fa per passi, soprattutto per accomodamenti e quindi è naturale che la trama sopporti questa concezione: Tancredi sposerà Angelica, diventerà deputato al parla ­mento italiano otterrà incarichi diplomatici. Tutto si svolge nel giro di vent’anni o poco più, conosciamo il principe nel 1860, di cinquant’anni, ancora vigoroso e bello come un dio greco e lo lasciamo morente sulla terrazza di un albergo a Palermo nel 1883; il libro ha un’appendice (inutile come altre parti del romanzo) che probabilmente nell’intenzione dell’autore, doveva rendere più sensibile l’usura del tempo, presentandoci la fine dei sogni dei personaggi, la decadenza della famiglia Salina, la rovina dei sentimenti (per esem ­pio, la condotta di Angelica era prevista ma il Tomasi ha sentito il bisogno di sottolinearla).

Una trama delle più semplici ma sufficiente a tradurre l’idea prima del Tomasi, per cui i fatti vanno interpretati e corretti, non potendo modificarli o, peggio ancora, vincerli.

Questa lotta segreta che accompagna la storia privile ­giata di Salina costituisce la vera musica del libro. Il pro ­tagonista fa pensare al Don Cesare della Loi di Vailland ma quanto quel personaggio sposava e subiva l’ideologia dello scrittore francese, altrettanto questo del Tomasi di ­mostra di possedere un’autonomia e quella libertà che na ­sce dall’accordo perfetto tra educazione superiore, intelli ­genza e senso del limite. Il principe è uno scienziato, è in corrispondenza con Arago, è premiato in Sorbona, cita Baudelaire letto fra le pagine a Parigi e autori letti con più agio nelle sue ville, vive con un padre spirituale a fianco, il gesuita Pirrone, è un buon padre di famiglia ma cede ancora alle tentazioni della carne e conosce il pericolo delle dilet ­tazioni insistite. Tutto quello che ha avuto per nascita, per studio, per osservazione velata della realtà lo ha portato alla fine a una specie di filosofia o meglio a poter interpre ­tare la vita nel miglior modo possibile, senza troppi dolori, con paziente ironia. Fra romanziere e personaggio c’è una assoluta identità di vedute per cui il lettore trasferisce libe ­ramente argomentazioni e giudizi da una bocca all’altra, finendo per stabilire un’unica visione del mondo. Si misuri quello che i due principi dicono della Sicilia e dei siciliani, non si tratta di impressioni, di umori, sono cose sperimentate e sofferte. Esatta l’individuazione della meccanica del machiavellismo astratto dei siciliani, giusta la mozione di impenetrabilità agli affanni altrui e della pretesa fierezza che è soltanto cecità. I siciliani giudicano peccato il « fare », non hanno desiderio (altro che volontà) di migliorare per ­ché si credono degli dèi, uomini diversi e superiori. Il ro ­manzo corre su questo filo segreto, su questa obbedienza rispettata da tutte le classi di quel mondo : il sogno è « che tutto rimanga com’è », che non sia rotto lo stato di dor ­miveglia, di sonno. Qui il Tomasi non teme di fare un salto, passando dal ’60 all’80, poi al 1910 e quindi al fasci ­smo e infine alla Sicilia d’oggi, pur così attiva, americanizzata, la Sicilia del petrolio.

Il colore di fondo non cambierà mai, cambierà solo il colore delle camicie (dal rosso garibaldino al nero dei fa ­scisti al bianco d’oggi). Chi accusare? I siciliani perché vo ­gliono passare la vita in dormiveglia, i settentrionali perché li hanno ingannati e traditi (si veda la pagina altissima sul primo plebiscito)? Risponde Tomasi: no, si può, si deve ac ­cusare soltanto l’eternità. Strana bestemmia sapientemente avvolta nelle carte dei compromessi millenari, degli accomo ­damenti, che scoppia in un mondo ancora composto nel rispetto della Chiesa e nella fede testimoniata da padre Pirrone. È un mondo senza speranze che crolla lentamente, mai per vie dirette (non ci saranno rivoluzioni) ma attra ­verso complicatissime operazioni di usura, di stanchezza. È chiaro che questa parte di sconforto, di amarezza, questa sensazione di « più » ce l’ha aggiunta il Tomasi : il nostro tempo ha potuto aggiungere qualcosa alla pena equilibrata di Salina. E gli uomini? Quale giudizio dare? Condannarli, assolverli? Risponde qui il primo principe: no, non si possono condannare, a volte si può averne disgusto ma subito dopo si è presi da compassione. Tutto l’episodio del ballo (dove il richiamo a Proust non è eccessivo) è pervaso da questo senso di umanità, di misura, dalla capacità di vedere negli altri noi stessi, dall’ultima coscienza che non lascia nessuno di noi vincitore sull’altro, ma tutti ugual ­mente schierati nell’esercito degli sconfitti, nell’esercito de ­gli uomini. Di dove derivava Salina questa rara scienza? Da un’operazione che dovrebbe essere praticata da ogni vero uomo e che il nipote Tancredi chiamava fra l’ironico e il pittoresco « corteggiare la morte ». Quando il principe mo ­rente fa il bilancio dei suoi settantatre anni, ne salva tre nel porto dell’amore, della famiglia e delle meditazioni, ma tutto il resto? « E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inu ­tile sforzarsi a contare: tutto il resto: settant’anni ».

Come tutte le opere di peso, anche il romanzo dell’iso ­lato Tomasi deriva il suo pregio da questo costante e pro ­fondo rapporto con la morte e proprio per questa ragione tocca un altro piano. Non è soltanto una prova letteraria curiosa, più o meno riuscita (il libro ha certo i suoi difetti, non tutto è necessario e spesso ha cadute di tono, di gusto) il romanzo vale come testimonianza di vita ben spesa, se si spende bene il tempo a cercare di capire le cose nella luce della poesia e in quella della morte. Gli stessi riferi ­menti letterali che si possono fare (De Roberto, l’ultimo Brancati, Proust, Montale, ecc.) non servono, caso mai aiuta ­no a limitare la portata del romanziere. Il Tomasi si è ser ­vito del romanzo per confessare la sua esperienza umana, solo questo ma questo poco o tanto (ognuno sceglie se ­condo i suoi gusti) l’ha fatto con tanta sicurezza da lasciarci sorpresi e arricchiti. Di quanti romanzi si può dire altrettanto?

26 novembre 1958.

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