Le rose del professore

di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 5 agosto 1970]

« Ti vengo a prendere tra mezz’ora. Andiamo a Montefubio ».

« Montefubio! Mi vuoi por ­tare laggiù? ».

« Tra mezz’ora sono da te ».

« Ma che ci trovi in quel paese? ».

Si udì nel microfono la voce più roca, più rapide le parole:

« Voglio rivedere i fiori di mia madre ».

« Bene ».

Fazi, l’amico che telefonava, era professore di dirit ­to internazionale all’Università, partecipava a Congressi, pubblicava nel Foro italiano certi saputi commenti, insomma aveva molte virtù, ma ogni settimana â— mi aveva confidato â— andava al cimitero, davanti alla tomba di sua madre.

« Le parli? ».

« Sì ».

« Che le dici? ».

« Tutto ».

Col Fazi avevo preso l’abitudine di fare passeggiate per la campagna lucchese. Anche d’inverno battevamo le colli ­ne, capitasse pure la neve come quella volta a Montefegatesi.

Fermavamo la macchina a tre, quattro chilometri dalla nostra meta, e, via! mano ­vrando nell’aria i bastoni. Con facilità sorgevano le confidenze, specialmente le sue che era nato in quella cam ­pagna.

Ne abbiamo visti di memo ­rabili luoghi! Selve, boschi, purissime chiese dai marmi corrosi, ville rimbombanti per latrare di cani, paesi che sem ­pre più si diradano di abi ­tanti; frantoi abbandonati, prede di ogni erba. Paesaggi che vaporano verso le torri di Lucca.

Il Fazi, il professore, forse ispirato dal profilo di quelle colline, automaticamente ogni volta si metteva a narrare di quando era ragazzo, quando viveva nel podere di sua ma ­dre, a Montefubio e poi do ­po, quando la famiglia si tra ­sferì a San Pitigliano di Lavrina, dallo zio prete. Il suo faccione, alla pietà di certi ricordi, impallidiva.

Il periodo in parrocchia fu il più intenso; la vita del pae ­se passava di lì. All’improvvi ­so il professore illuminava delle scene: le campane che la domenica battevano nel celeste del cielo; sussurrati conciliaboli in sacrestia; la fanciulla morta in così tenera età e lui, ragazzo, per tre ore mosse la corda della cam ­pana per il rintocco mentre lento il trasporto si snodava per i campi fino al lontano cimitero; le feste pagane, ce ­lebrazioni primaverili per pro ­piziare i raccolti. Il professo ­re sapeva dei contadini tutte le astuzie, le diffidenze, i sospetti; e come la loro vita scorreva felice.

Si diffondeva il Fazi anche su suo padre, grande faccen ­diere nella canonica, convinto che nel mondo tutti sono de ­diti all’inganno, trionfante quando si sentiva vittorioso in questa lotta; ricordava di lui sentenze più che aspre, consigli troppo pesanti di ma ­terialismo.

Invece parlando della ma ­dre gli tremavano le parole, una contadina che aveva la ­vorato fino all’ultimo respiro, senza tregua; aveva dedicato tutta se stessa al beneficio de ­gli altri, per sé nulla. Il figlio era stato giornalmente testi ­mone di questa bontà.

Passati di poco i sessanta anni, un male prese a divo ­rarla, un cancro. Siccome era in parti considerate vergogno ­se non ne parlò con nessuno. Sopportò ogni dolore. Una se ­ra, vinta, disse: « Sono per morire ».

*

Il Fazi arrivò da me. Si prese la via di Montefubio. La campagna era colma di frutti.

Oltrepassammo Quattro Mura, Zone, Lunata. All’oste ­ria della Quercia, prima di Montefubio, il Fazi infilò per un sentiero. I baffi delle erbe frusciavano su i raggi delle ruote.

Si fermò; eravamo nell’aia, nel podere di sua madre. La casa aveva mattoni cotti dal sole; metà della facciata era coperta da una pianta di ro ­se, il fusto vigoroso. Era la pianta che la madre da bam ­bina aveva seminato e tirato su-su fino a divenire quel grosso albero aderente al muro.

Nell’aia non c’era nessuno. Le rose erano rosse con ri ­flessi neri; occhieggiavano anche da dietro il fitto foglia ­me. La porta della cucina era aperta, il pavimento corroso; in un angolo il focolare, consumato da veglie invernali.

Spuntò da un filare l’attuale proprietario, il cugino del Fazi: a lui era stato venduto il podere. Affannava; probabilmente mentre lavorava per i campi aveva visto passare la macchina del cugino, ed era corso su. Era in là con gli anni, magro, il viso con chiazze rossastre; muoveva le mani callose con una partico ­lare gentilezza.

Non erano quasi finiti i sa ­luti e le presentazioni che d’un tratto, come volesse na ­scondere una emozione, si buttò alla facezia, al motteg ­gio. La voce stridula, tenuta alta. Dapprincipio non affer ­rai bene chi beffeggiava, su chi esercitava la rampogna, poi riuscii a captare a volo qualche cosa, battute che sem ­bravano derivare da solitarie meditazioni, da lunghe ama ­rezze:

« Sono schiavi! Le macchi ­ne sugli altari. Macché giova ­ni! Più vecchi di me. Se ne sono andati. Qui erano liberi. Il lusso. Inginocchiati all’in ­dustria ».

Gli occhi piccoli e infossati avevano dei lampi, la bocca ghignava; in certi momenti affiorava sulle labbra un sor ­riso, che era prossimo al pianto.

Intanto che l’ascoltavo mi domandavo dove avevo visto un personaggio simile, se in una commedia di Molière, se in una di Terenzio.

*

Tra l’una e l’altra scaglia di frase gettata per aria, ci fece accomodare in cucina.

Il professore, abituato alle satire del cugino contro le lussurie moderne, su i giovani che hanno abbandonato i campi, contro i burocrati gon ­fi di superbia, sulle mode cit ­tadine, aspettava che si sfo ­gasse. Intanto sogguardava per l’aia, certamente popolata di ricordi di sua madre, che lì era nata e vissuta per molti anni.

Comparvero la moglie e il figlio del contadino, che sa ­lutarono e si sedettero in si ­lenzio, anche loro in attesa che il vecchio finisse. Sapevo che quel figlio, unico, non si era sposato e questo doveva essere un altro cruccio del vecchio.

Ci offrirono olive, formag ­gio, vino; roba dei loro campi.

Il vecchio portava il collo della camicia rovesciato all’insù, non per civetteria. Spiegò – sempre a sprazzi â— che mentre era soldato gli si in ­durirono le ghiandole del collo. Il chirurgo militare le asportò e predisse pochi mesi di vita. Trenta anni erano passati. Il vecchio accese la celia anche su quel sapiento ­ne di chirurgo.

In certi punti del collo la pelle era però color ciliegia ed emetteva un gemizio, per questo il vecchio rovesciava all’insù il colletto della cami ­cia, per nascondere.

Il professore approfittò di una pausa. Lo udii sussurrare alla donna, alla moglie del contadino:

« Mi prepari le rose? ». La donna sorrise e disse pacatamente: « Sì, subito ».

Prese da una mensola le forbici. Il professore la seguì. Anche noi ci alzammo.

I colori dell’aia erano fusi uno dentro l’altro; perfino il rosso si incrostava col celeste. Quel casolare doveva essere antico.

La contadina fece un gran mazzo di rose. Viste da vici ­no erano carnose, pesanti.

Adesso anche il figlio del vecchio contadino si era mes ­so a parlare, doveva aver già toccato la quarantina; aveva delle speciali mosse delicate.

Visitammo la stalla, tutta in penombra; due vacche dal mantello marrone si voltaro ­no a guardarci, staffilando l’aria con la coda.

Il vecchio, avvertendo che eravamo per partire, ebbe una breve riaccensione: « Si ingi ­nocchiano alle macchine! Su ­gli altari le hanno messe! Macché giovani! Hanno ab ­bandonato i campi, e si son fatti servi ».

Ci furono i saluti. Mentre stringevo la mano al vecchio, mi sembrò di scorgere nei suoi occhi una disperata solitudine.

Le rose furono poste nel se ­dile posteriore. Si riprese la via di Lucca. Durante il viag ­gio parlammo di altro, di fatti differenti.

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