[da “La Fiera Letteraria”, numero 6, giovedì 9 febbraio 1967]
Caro Cibotto,
la lettera semichiusa che mi scrivi (Fiera Letteraria, 19 gen naio 1967) esige, senza mezzi ter mini, una risposta professionale. Nella sostanza, tu tocchi una del le piaghe delle quali è coperta
la nostra industria culturale, tut ta occupata a rincorrere le novi tà del nostro tempo, con le esi genze a carattere economico che vi sono implicite; e adombri, nel la vitalità poetica degli autori che citi â— morti da poco e prov visoriamente dimenticati â— uno specifico interesse editoriale. Insomma suggerisci in modo som mario una serie di autori e di opere, dell’ultimo trentennio, re peribili a fatica sul mercato ita liano e meritevoli, a tuo parere, di lettura, di studio, di riflessio ne da parte delle nuove genera zioni.
Il problema andrebbe studiato da persone sveglie, discusso e af frontato avendo per obiettivo ti rature irrisorie (qualche migliaio di copie, per curiosi e ritardata- ri della cultura). Io non posso, per quello che vale il mio pare re, dir altro che l’argomento me riterebbe un attento studio, e che lo studio dovrebbe essere esperito con larghezza di espe rienze ma senza fondare su di esso soverchie illusioni mercan tili. In sostanza si tratterebbe di rileggere un centinaio di autori, a partire dall’inizio del secolo per arrivare alla fine della seconda guerra mondiale. Qualche cosa di simile al censimento critico of ferto dal Pancrazi nel 1939, con i Racconti e novelle dell’Ottocento; e porterebbe certo a qualche scoperta letteraria. Ma chi se la sente di impostare e condurre a fondo un lavoro del genere, alla luce delle nostre esperienze e dei nostri gusti, quando mancano ancora al nostro mercato cultu rale molti titoli tra quelli sugge riti ventisette anni fa dal Pancrazi? Voglio dire: quale autori tà commerciale ha oggi, per le grandi case editrici, il parere di un critico sia pure autorevole? Non è vero che la ristampa di un’opera poetica sia sempre at tesa dal pubblico: è sempre atte sa da duemila buongustai, letto li finissimi. Ma che cosa se ne fa un grande editore, di duemila lettori?
L’operazione critica, che pro poni di svolgere in sede editoria le, è â— a dir poco â— sospetta ai collegi di lettura, agli esperti e, in generale, all’editor che ne de cide la pubblicazione. Il loro giu dizio non è di merito ma di op portunità, di tempestività a raggiungere il mercato con un nome di prestigio, circonfuso di au reole non dimenticate (vedi i ca si recenti di Soldati e Pratolini). Nelle scelte delle grandi case â— se non vado errato â— una parte del gioco è sostenuta dal diverti mento, dal gusto mondano, dalla curiosità di un titolo nuovo. Non fosse così, gli uffici pubblicitari mondadoriani avrebbero deciso diversamente nei rapporti di un libro splendido come I giorni ve ri di Giovanna Zangrandi (de gno di dare il proprio nome a una stagione letteraria); o a un’opera prima come Gloria di Sergio Ferrerò, subito affondata nell’indifferenza del mercato, e â— peggio â— della critica. Ma che cosa c’e di ingrato in questi due libri, che cosa consiglia l’editore a lasciare inascoltato il grido « un uomo in mare! », che vada no avanti con la loro forza, che si salvino da soli? Caro mio, que sto ti sembrerà un discorso cru do, irriguardoso per la fatica, le lacrime e magari il sangue che uno ci ha messo a scrivere le sue pagine. E ammettiamo per un momento che ci siano le une e l’altro (e che il pubblico le trovi sgradevoli, Irritanti, fastidiose, anche se vere e poetiche). L’edi tore, che deve vendere quel tito lo, non ha bisogno di fare trop pa strada per capire lo stato d’animo del pubblico. Rivolge le sue lusinghe ad altri titoli, tien tirata la corda dove gli pare che il gioco valga la candela.
Un discorso crudo che è giusto fare
Stiamo diventando, anche sul piano editoriale, un grande Pae se, modernamente strumentato e governato da eccellenti managers, che si valgono di ogni mez zo pubblicitario per vendere un prodotto gradevole, ben confezio nato. Stiamo imponendo al pub blico una gamma stupefacente di prodotti, che nazioni più ricche della nostra ci comprano. Ed è naturale, stando così le cose, che ne vada di mezzo la poesia; che capiti al libro autentico di esse re travolto da una valanga di cartaccia, che pubblico (e critici) finiscano â— in generale â— per essere toccati (sic!) dalle sugge stioni della pubblicità. Dov’è in Italia l’uomo autorevole, la voce ascoltata, la personalità critica capace di imporre 11 suo punto di vista ai lettori di un Paese culturalmente sottosviluppato co me il nostro, se basta il chiasso mondano di un premio letterario a far la fortuna di un romanzo meno che mediocre? Se basta una nutrita e ben orchestrata campagna pubblicitaria, con con torno di pappagalli, a far salire le tirature di racconti che non meriterebbero la curiosità di due mila lettori?
Ma anche il pubblico (che vor rebbe un Gattopardo all’anno), anche la critica, non esagerano dedicando abbondante spazio a opere, delle quali s’è perduto â— per eccesso di indulgenza â— la proporzione?
Dicevo che viviamo in un Pae se culturalmente sottosviluppa to; e suppongo tu capisca al vo lo quello che vorrei tacere per brevità. Ma questa è una lettera pubblica, in seguito alla quale do vrei trovare almeno un opposito re capace â— con buone ragioni â— di coprirmi di insulti. E, invece, l’oppositore non ci sarà, perché nessuno potrà dimostrarmi che, in Italia, le strutture e le infra strutture culturali sono efficien ti. Il mercato editoriale italiano, rigoglioso per tanti aspetti, tro va corrispettivi e consensi sol tanto in seguito alle sue iniziati ve; e può con succèsso vendere la merce più indifferenziata in seguito alle capacità operative della sua industria, perché si tro va davanti a un pubblico incapa ce di distinguere: non dico con metodo critico ma col gusto del lettore avvertito. Che è un let tore di tipo medio. Ma il nostro, quello odierno, non ha retroter ra culturale in senso moderno, mescola libri e televisione, e vi soprammette il cinema; e asse dia le edicole, dove gli succede di scegliere il peggio. Voglio dire che gli si può dare a intendere ciò che si vuole (non ho detto da vedere, il discorso del vedere è un altro e va fatto a parte). Così non fosse, avrebbe letto a suo tempo Verga e Svevo, Mon tale e Saba, Palazzeschi e Cam pana (per stare a casa nostra); e non avrebbe aspettato i pro grammi di via Teulada per sbir ciare le pagine Ottuagenario, e adesso quelle de I Promessi Sposi.
Le strutture e le infrastruttu re culturali italiane si stendono in un’area che va dalla scuola alle pubbliche biblioteche. La sciamo la prima ai suoi proble mi; e tra le seconde mettiamo da parte, per ragioni di pietà civile, le biblioteche governative, illu stri depositori di opere prezio se. Per biblioteche pubbliche mi restringerò alle 71 comunali e al le 10 provinciali. Che cosa furo no, che cosa continuano a essere, lo sappiamo noi, che vi abbiamo studiato e che continuiamo a fre quentarle. Ma non è decoroso che uno Stato moderno, o che si voglia tale, su 8100 Comuni di sponga (sulla carta), di 280 biblio teche, delle quali soltanto un’ot tantina efficienti; legate da una struttura amministrativa inefficiente e insufficiente; che non si sia esteso â— da Vicenza, nato in periodo di Comitato di Liberazio ne Nazionale! â— l’istituto del Consorzio della civica biblioteca, tra Comune e Amministrazione provinciale che ha fatto di que sta (in virtù di strumenti mo derni) un ambiente vivo e alta mente qualificato. E’ nei retro terra culturali di questo genere che si forma, si aggiorna, si rin nova la cultura moderna e cre scono gli uomini di domani; (non ho detto, a scanso di equi voci, che debba crescere a Vicen za: parlo di istituti, sia chiaro); i capaci, i meritevoli che, secon dola Costituzione, hanno il dirit to di raggiungere i più alti gradi dello studio. E quando dico ca paci e meritevoli, è chiaro che non alludo soltanto agli studen ti, ma a tutti coloro che voglio no studiare.
Dove sta da noi una società di lettori?
In un ambiente culturalmen te sottosviluppato come il nostro, quale efficacia possono avere ri lievi critici di ogni specie? Vo glio dire quelli sui testi e sulle attività letterario-mondane, che gli servono di supporto ? Dove sta di casa la società dei lettori, che saprebbero difendersi dall’azione massiccia dell’industria cultura le? Bisogna fare questa società. Non c’è bisogno di promotori, statuti, tessere: vogliamo crede re che si farà da sola, che tra qualche decennio sarà matura, e saprà distinguere il buono dal mediocre. E a questo avranno contribuito gli errori, le scelte, la bontà dei testi che escono in que sti anni a valanga; e la capacità di distinguere, che intanto si sarà maturata nelle nuove generazio ni. Nello stesso senso, con la stes sa procedura e analoga metodo logia, si sarà maturato il senso della democrazia. Vi saranno, nel nostro Paese, più persone educa te alle discipline elementari del la vita, al senso delle realtà sociali e culturali.
Cominciamo, intanto, con l’in segnare come si legge, (a propo sito: chi vorrà scrivere un Saper leggere, sapiente per ironia, gu sto e leggerezza di tocco?). Ven ga fuori il maestro di lettura, di letture soltanto italiane, che met ta il dito sulla piaga. dei distin guo, nei quali si confonde la cul tura umanistica dei nostri lau reati: insegni che cos’è lingue e che cos’è linguaggio, dov’è poe sia e non poesia, quali sono gli spartiacque della nostra cultu ra classica e romantica e quali gli autori vivi e morti. Ecco: i morti e i vivi. Tra questi vivi non sarà Impossibile trovare gli autori da te citati, caro Giannantonio, e dei quali lamenti l’assen za dei testi. Io, per quel che mi sembra di capire, non esiterei a prognosticare per un Saper leg gere, scritto con l’ironia del Ga lateo di Monsignor Della Casa, la più grande fortuna.
Abbimi, con amicizia
Neri Pozza
La replica di G. A. Cibotto
Caro Neri,
scusa se aggiungo alcune ri ghe di commento alla tua lunga risposta. M’impongono di farlo il tuo eccessivo pessimismo, e, soprattutto, il bellissimo elzeviro di Enrico Falqui apparso giorni addietro sul Tempo di Roma, nel quale completa e precisa il mio discorso. L’impresa di rileggere un centinaio di autori compresi fra l’inizio del secolo e la secon da guerra mondiale è già stata fatta da vari critici, per cui un eventuale editore avrebbe soltan to l’imbarazzo della scelta. E’ ve ro che molti titoli dei titoli sug geriti dal Pancrazi nella sua fa mosa antologia sono ancora clan destini, ma non puoi negare che altri da lui proposti, al contra rio, siano entrati nel circuito dei valori attivi.
Nulla da eccepire sui criteri squisitamente industriali che sempre più stanno caratterizzan do la produzione editoriale, al meno per quanto riguarda il set tore della narrativa. Devo però confessarti che se faccio tesoro della mia personale esperienza, ho trovato sia gli editori che i loro mutevoli (cambiano a un ritmo vertiginoso) consulenti, ab bastanza sensibili alle ragioni culturali.
Purtroppo si ritrovano quasi sempre fra le mani delle opere di seconda mano, che devono lo stesso lanciare sul mercato co me se fossero letterariamente importanti, perché questa è la legge del mercato. Se non fa cessero in questo modo, le fa mose macchine messe in moto dai famosi operai che bisogna pagare ogni settimana puntual mente, resterebbero silenziose. Lusso che gli editori non posso no certo permettersi, specie in una stagione che sembra accu sare una stanchezza mista a dif fidenza nei riguardi del libro.
Credo però che se qualcuno si preoccupasse di segnalare testi di ieri capaci di fare ancora pre sa nel gusto contemporaneo, sa rebbero ben felici. Ed io riten go che di libri del genere, nel gran numero dei dimenticati, ce ne siano parecchi. In fondo se analizzi con attenzione certi pun ti di vendita, come li definisco no i produttori, traspare con evi denza che sul mercato c’è posto sia per i fumettoni, per i cosid detti prodotti confezionati, che per la poesia. Il problema è di non avere inutili soggezioni, e di dare alle opere letterariamen te pregevoli la stessa spinta pub blicitaria che viene data alle al tre. Il guaio che tu denunci di un lettore medio privo di retro terra culturale è (la un lato sen za dubbio un ostacolo, ma da un altro un vantaggio da sfruttare subito con sapienza. Si tratta semmai di aiutarlo, compito che dovrebbe essere assolto dalla cri tica. E’ qui al contrario che si nasconde l’insidia più grave, per ché la critica è affetta da una cupidigia di servilismo che sgo menta. A tal punto che qualcu no mescolando ingenuamente le carte rimprovera ai premi lette rari di venir meno ai doveri della critica. Quasi premi lette rari e critica non avessero fini e intendimenti ben diversi. In sostanza il passo più felice e in dovinato della tua risposta mi sembra quello riguardante le bi blioteche. lasciate in uno stato di abbandono che fa pena. Ma a questo punto il discorso di venta stranamente delicato e in veste le responsabilità d’una classe dirigente che per la cul tura non ha mai dimostrato al cun interesse. Se interpelli i no stri governanti avrai magari la sorpresa di sentirti rispondere che il loro disinteresse nasce dal rispetto, ma si tratta di una co moda scusa. L’importante ad ogni modo, è di non lasciarsi scorag giare come sembri fare tu. alme no se mi affido alle note più amare della tua lettera. Dalla costanza nascono sempre tante cose… Non diceva Simone Weil che l’amore stesso si riduce a una costanza dell’attenzione?
Concludendo, tutte le tue mo tivate perplessità non mi sem bra che tolgano validità alla pro posta di riproporre al pubblico gli autori morti che sono anco ra più vivi dei vivi, come dice Falqui riprendendo un titolo di Ugo Ojetti. Che poi sia più uti le ricorrere ai medaglioni anzi ché alle ristampa integrale, al fine di evitare il pericolo delle « più belle pagine » indicato da Falqui, il quale non nasconde il suo scrupolo di sottrarre una collana del genere alla « tenta zione di una accentuazione trop po strettamente letteraria, e ai rischi e ai danni che gliene de riverebbero in tempi così illet terari da sembrare a volte il letterati », è problema da studia re in una seconda fase. L’im portante per il momento è con vincere i « nuovi padroni » dell’editoria a carattere industriale che forse il libro del giorno si trova già nel loro catalogo, cioè che il passato può alle volte diventare domani. Con il solito affetto
tuo
G. A. Cibotto