di G. A Cibotto
[da “La Fiera Letteraria”, numero 3, giovedì 19 gennaio 1967]
Caro Neri,
se ad un certo punto questa mia lettera che doveva essere indirizzata solo ad alcuni editori fra i molti che conosco, ha trovato improvvisamente un destinatario abitan te in quel di Vicenza, dove il tempo scorre ancora in modi più garbati, la ragione è piut tosto semplice. Si ricollega strettamente alla tua visione romantica di fare l’editoria, lontano dalle scadenze indu striali che impongono molto spesso ai tradizionali criteri di scelta quelli più spregiudicati e disinvolti della necessi tà produttiva. Non per nien te le volte che ho la fortuna di incontrarti (sempre più rare ahimè, perché il mestiere di scrittore sta ormai diventando una cosa assai complessa, con l’aereo sempre in attesa di un ultimo passeggero trafelato, con le braccia ingombre di libri e di giornali), il tuo saluto assume subito il carattere di uno sfogo che si divide equa mente fra le accuse alla criti ca responsabile di non dare più alcuna indicazione seria al pubblico, arreso fatalmente ti motivi esterni, con partico le riguardo alle sollecitazioni del costume, e gli autori, ammalati di pubblicità e di sol di quasi il loro mestiere non ricevesse un compenso più nobile e alto che si chiama poesia.
Lo schianto
Aggiungi che dopo aver lasciato morire una collana di narrativa, ricca di nomi quali Gadda, Buzzati, Soavi, Gilber to Rossi, tanto per citare i primi titoli di una lunga serie chiusa dalle mie Cronache del l’alluvione, proprio nel mo mento in cui gli scrittori ita liani stavano diventando di moda, ne hai aperto una se conda nella fase difficile del trapasso. Quasi a sottolineare che in giorni di affannoso mu tamento, in cui le strutture artigianali della nostra edito ria cedevano di schianto sotto i colpi dell’industria, tu sban dieravi imperterrito un vessil lo sul quale era incisa a lette re cubitali la parola « contro- corrente ».
A dire il vero non è che dei tuoi libretti di taglio ancora ottocentesco, stampati in ca ratteri alti, chiari, e delle tue scelte scrupolose, accurate, in tese a riproporre certe voci appartate, solitarie, il grosso pubblico ne abbia avuto noti zia. Se ne sono tuttavia accor ti gli specialisti, i quali non hanno mancato di sottolineare il tuo sforzo con la dovuta ampiezza, e fra questi il sottoscritto, che si accinge a farti « tesoro » d’una sua scoperta piuttosto recente.
Dovendo rivedere un certo numero di schede sulla lette ratura nostrana del ‘900, con particolare riguardo agli scrit tori che si sono affermati nel periodo delle riviste, che van no dalla seconda Voce Sola ria, mi sono accorto che in questo dopoguerra è accaduto uno strano fenomeno. Sono spariti magicamente dalla cir colazione decine di autori che gli studiosi continuano a ricor dare, gli studenti si devono leggere e qualche lettore più fortunato ha la sorpresa di gu stare in prestito da qualche amico fornito d’una biblioteca degna di questo nome. Cioè che sono tuttora vivi sul pia no culturale, ma morti in se de editoriale, perché le loro opere non si ristampano più da vari anni, e se uno vuole trovarle deve pagare il pedag gio piuttosto salato del merca to antiquario.
Il nuovo
E’ vero che il nostro è un tempo in cui non si può più vivere con la testa rovesciata all’indietro, ma ad essere sin cero non vorrei che la foga torrenziale usa a spingere consulenti, editori e stampato ri in cerca del nuovo, li facesse dimentichi d’una misura di valori ignara della cronaca. Un po’ come è accaduto ai contadini delle mie parti dopo l’alluvione del ’51, che scappa ti dalle loro vecchie case affon date nella nebbia della bassa con il miraggio dei palazzoni cittadini, hanno regalato per quattro soldi sedie armadi e cassettoni di marca veneziana agli antiquari, oppure al ric chi milanesi calati nelle valli da caccia.
Polvere
Mi sembra infatti che a ri leggere con calma attenzione i vecchi cataloghi ormai rele gati negli archivi polverosi delle varie case editrici, si pos sa mettere le mani su un grup po di narratori e poeti e saggi sti che sapientemente rilan ciati potrebbero addirittura trovare un loro pubblico. Se non addirittura rappresenta re un caso clamoroso.
E cominciamo dalla narra tiva, che rappresenta un po’ l’incognita dei vari program mi editoriali, per l’impossibi lità d’intuire gli umori mutevoli del pubblico e i criteri orientativi dei critici che ma novrano le macchine inferna li dei premi, tuttora efficacissi mi nel settore vendite, come dimostrano chiaramente le quasi centomila copie rag giunte da Alberto Bevilacqua con il suo romanzo Questa specie d’amore, e le ottantamila di Michele Prisco con il suo romanzo Una spirale di nebbia. Il primo nome che vie ne alle labbra, anche perché comincia con la prima lettera dell’alfabeto, è quello di G. B. Angioletti, scrittore fino a ieri assai stimato ed apprezzato. A riprendere in mano i suoi mol ti volumi non tutto brilla di una luce ancora nitida e auto noma, ma certo che sapendo scegliere c’è da ricavare una antologia di racconti degni di stare alla pari con certi classi ci minori. E lo stesso si po trebbe dire di altri scrittori suoi coetanei come Alberto Savinio, Carlo Linati, Orio Vergani, Nino Savarese, Giani Stuparich, Enrico Pea. Volen do uno potrebbe tirar fuori dei volumi saporosi e ricchi d’umore scandagliando persi no fra le carte narrative di due grandi commediografi ce lebri all’estero e trascurati nel nostro Paese: Ugo Betti e Ros so di San Secondo. Per non di re di certe voci ancora più re mote come quella di Paola Drigo, che Manara Valgimigli in un capitolo non facilmente dimenticabile dei suoi ricordi letterari ha ritratto con genti lezza di amico e intelligenza di critico capace di leggere co me pochi.
Tascabili
E passiamo alla poesia, che per merito dei tascabili sta co noscendo finalmente il miracolo delle alte tirature. Si potrebbe cominciare con due no mi legati ai fasti della linea li gure, quelli di Raccatagliata Ceccardo e di Novaro, e conti nuare con Domenico Giuliotti, Ugo Betti, Vann’Antò, fino allo schivo e scontroso Adria no Grande, che sempre mi an nuncia di essersi deciso a rac cogliere la sua produzione poe tica che invece non vedo mai. Ma altri nomi a ripensarci meritano di venire sottratti al l’ombra di un silenzio ingiu sto e profondamente immeri tato, quali Arturo Onofri, Sci pione, il povero Sandro Baganzani, e, più grande di tut ti, il milanese Tessa, che tut tora attende una edizione or ganica e completa di tutte le sue poesie.
La critica
Il discorso si fa ancora più grave, logicamente, se lo esten diamo al campo della saggisti ca, con particolare riguardo al la critica letteraria. Nono stante che al ritorno dalla fie ra-mercato di Francoforte i vari bollettini editoriali pro clamino « tempi d’oro per la saggistica », i maestri acclama ti durante gli anni che corro no dalla prima alla seconda guerra mondiale sono stati ac cantonati. Si dirà che molti so no ormai superati, che nuovi interessi e nuove discipline polarizzano l’attenzione delle generazioni più giovani, per cui ristamparli sarebbe un ri schio forse troppo gravoso. Ri tengo tuttavia che fare una scelta accurata delle Pagine stravaganti di Giorgio Pasqua li (comprese le ultime e su preme), pubblicare i saggi let terari di Concetto Marchesi, riproporre nomi come Adria no Tilgher, Piero Pancrazi, Gianandrea Zottoli, Arrigo Ca jumi, non rappresenti unica mente una specie di cedimen to all’onda dei ricordi. Per non dire di un Boine, che a ri leggerlo si scopre ha addirittu ra anticipato le previsioni cri tiche della stagione più re cente. Mi sono limitato a po chi nomi, i primi affiorati dal buio incerto della memoria. A consultare però una qualun que enciclopedia di ieri, la li sta rischia d’ingrossare in mo do pauroso. Perché la nostra cultura è fatta di debiti mai saldati, vecchio Neri. Non ti sembra che sia ormai giunta l’ora, dopo le troppe illusioni degli anni più recenti, di fare qualcosa?
Con il solito affetto, tuo
G. A. Cibotto