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LETTERATURA: I MAESTRI: Lettere su Shakespeare

3 Settembre 2016

[da: Sigmund Freud “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio”, Boringhieri, 1969]

Lettere a Richard Flatter sul “Re Lear”

Vienna, 30 marzo 1930

Stimatissimo dottore,

La ringrazio per l’amichevole invio della Sua traduzione del Lear, che mi ha dato modo di rileggere quell’opera possente.

Alla domanda, che Lei mi fa, se Lear non debba essere interpre ­tato come un isterico, vorrei rispondere che non si ha il diritto di pretendere dal poeta quadri patologici, psichiatrici, corretti. Basta che in nessun caso il nostro sentimento venga offeso, e che la nostra psichiatria, per cosi dire popolare, ci permetta di se ­guire in tutti i suoi smarrimenti la persona rappresentata come abnorme.

Questo è anche il caso di Lear; non lo troveremo urtante né perché, nella sua amarezza, abbandona il contatto con la realtà, né perché, prigioniero del suo trauma, si abbandona a fantasie di vendetta, né perché infuria e imperversa nell’eccesso delle pas ­sioni, sebbene il carattere di una psicosi coerente sia incrinato da questo comportamento. Del resto, non so se queste figure miste di attaccamento affettivo al trauma e di repulsione psicotica da esso non siano abbastanza frequenti nella realtà. Il fatto che reagi ­sca in modo mite e normale quando si sente protetto da Cordelia non mi sembra offrire alcun motivo per una diagnosi di isteria.

Con la massima considerazione

Suo Freud

Vienna, 20 settembre 1932

Egregio dottore,

Grazie per l’invio della traduzione dei Sonetti. Confesso la mia sorpresa nel costatare che è possibile tradurli in questo modo. Al ­cuni si leggono come fossero originali. E io so quali difficoltà presentano al traduttore proprio queste brevi poesie.

Ciò che Lei dice nella Sua lettera esaminando criticamente i So ­netti mi sembra un fatto assodato. Intendo dire che nessuno dubita più della loro serietà e del loro valore di autoconfessione. Quest’ultimo aspetto si spiega col fatto che furono pubblicati senza l’inter ­vento dell’autore, dopo la sua morte, mentre non erano stati desti ­nati alla pubblicazione.

Il loro contenuto è stato utilizzato per definire la personalità del poeta, che è pur sempre dubbia. Ho davanti agli occhi un libro di Gerald H. Rendali, Shakespeare’s Sonnets and Edward de Vere (John Murray, Londra 1930). Vi si sostiene la tesi che queste poesie erano dirette al conte di Southampton e che sono dovute al conte di Oxford. Sono davvero quasi convinto che il nostro Shakespeare non fu altri che questo aristocratico. Alla luce di questa interpretazione i Sonetti diventano infinitamente più com ­prensibili.

Suo devotissimo Freud

Lettera a James S. H. Bransom

Vienna, 25 marzo 1934

Stimatissimo signor Bransom,

ho letto con slancio il Suo saggio sul Re Lear e sono giunto alle conclusioni seguenti. Lei ha ragione; l’ultima breve sezione del libro chiarisce il significato nascosto della tragedia: la pretesa in ­cestuosa â— e rimossa â— all’amore della figlia. Noi ipotizziamo che alle origini della famiglia umana tutte le femmine appartenevano al padre; le figlie erano, non meno delle madri, oggetti sessuali del padre. Di questo atteggiamento si sono conservate tracce parziali nella nostra vita quotidiana; questi desideri hanno conservato in ­tatta nell’inconscio la loro intensità. I poeti possono intuirli meglio di noi e cercano di esprimerli. Nell’Amleto, Shakespeare ci ha mostrato quanto egli fosse ricettivo a un altro di questi atteggia ­menti rimossi, il complesso edipico.

La Sua ipotesi chiarisce sia l’enigma di Cordelia che quello di Lear. Le sorelle maggiori hanno già superato il fatale amore per il padre e gli sono diventate ostili: in linguaggio analitico, sono piene di risentimento per la delusione subita dal loro primo amore. Cor ­delia si aggrappa ancora a lui; il suo amore per il padre è il suo sacro segreto. Invitata a rivelarlo pubblicamente, è costretta a un rifiuto caparbio e a restare muta. Ho osservato esattamente questo comportamento in molti casi.

Mi sono già permesso di accennarLe che io identifico Shakespeare con Edward de Vere, diciassettesimo conte di Oxford. Vediamo un po’ se questa ipotesi offre qualche contributo alla comprensione della tragedia. Oxford aveva effettivamente tre figlie adulte (altre, e con esse l’unico maschio, erano morte in giovane età): Elisabeth, nata nel 1575, Bridget, nata nel 1584, e Susanne, nata nel 1587. Voglio attirare la Sua attenzione su una modificazione evidentis-sima che Shakespeare introdusse nel suo materiale. In tutti i reso ­conti delle fonti cui egli attinse le figlie al momento della prova d’amore sono nubili e si sposano soltanto in seguito (vedi R. Fischer, Quellen zur Konig Lear, 1914). In Shakespeare le due più anziane sono già sposate in quel momento (Gonerilla è già in ­cinta) mentre Cordelia è ancora nubile. Se poniamo che Re Lear fu composto â— ed è certo cosi â— nei tardi anni della vita del poeta, ci troviamo di fronte a una coincidenza evidentissima. Elisabeth sposò Lord Derby nel 1595; Bridget sposò Lord Norris nel 1599. Poiché Oxford mori nel 1604 e Susanne, la nostra Cordelia, sposò Lord Pembroke soltanto nel 1604, fin tanto che visse il padre essa fu nubile. Dobbiamo naturalmente supporre che il Re Lear sia stato composto dopo il 1599, e in ogni caso prima del 1604 (vedi B. M. Ward, The Seventeenth Earl of Oxford, 1928). L’altra modificazione decisiva che il poeta apportò al suo mate ­riale fu, com’è noto, quella di rappresentare Lear come pazzo, e lo fece a suo arbitrio, senza che alcuna delle fonti lo confermasse. Forse riusciamo a comprenderlo tracciando un paragone con l'”as ­surdo” nel sogno. Esso significa un’energica ripulsa del contenuto onirico, quasi dicesse: “Sarebbe insensato credere una cosa del genere.” Shakespeare potrebbe aver fatto lo stesso quando le sue brame sessuali rivolte alle figlie si approssimarono troppo alla sua coscienza. Bisognava che Lear fosse rappresentato come pazzo proprio perché la vera cronaca storica aveva sottolineato il suo amore eccessivo per le figlie. E del resto, non è strano che nel passo in cui si tratta dei rapporti del padre con le tre figlie non si faccia neppure un cenno della madre? Eppure, dopo tutto, deve pur es ­sercene stata una! Questo è uno dei tratti che danno alla tragedia un colore piuttosto aspro di disumanità. Se Shakespeare fosse Lord Oxford, la figura del padre che diede alle figlie tutto ciò che pos ­sedeva avrebbe esercitato su di lui una particolare forza d’attra ­zione compensatrice, perché Edward de Vere era esattamente il contrario: un padre inetto che non fece mai il suo dovere nei con ­fronti dei figli. Dissipatore del suo patrimonio, come uomo d’affari fu un disastro, oppresso dai debiti; non era in grado di dar da mangiare alla sua famiglia, non viveva con i suoi e abbandonò l’educazione e la cura delle tre figlie al loro nonno, Lord Burleigh. Il suo matrimonio con Ann Cecil finì col diventare infelicissimo. Se egli era Shakespeare, ebbe a soffrire di persona i tormenti di Otello.

Confrontando la data della morte di Oxford (1604) con quella della pubblicazione e con lo stato in cui si trova il testo, sembra probabile che il poeta non portasse a termine un lavoro dopo l’altro, ma lavorasse per un lungo periodo a più opere contempo ­raneamente, sicché quando egli mori parecchie erano ancora in ­compiute. Furono completate in qualche modo da amici e col ­leghi e poste in grado d’essere rappresentate e pubblicate. (Lord Derby, il suo primo genero â— che corrisponderebbe ad Albany nel Lear e a Orazio nell’Amleto â— è il nome di un cugino predi ­letto di Oxford, Horatio de Vere.)

In un vecchio saggio dal titolo Il motivo della scelta degli scrigni (1913) ho dato alla storia di Lear un’altra interpretazione, che con ­trasta soltanto in apparenza con la Sua. Ciò che in quel saggio cercai di stabilire era il contenuto mitologico del materiale, al quale in origine il legame tra padre e figlia era estraneo. Con l’inserzione di quest’ultimo tratto la leggenda acquista un interesse psicologico che fa passare in secondo piano quello originario; spero di dimo ­strare che nel Re Lear di Shakespeare il significato antico trapela a volte attraverso quello nuovo.

Con devoti saluti

Suo Freud


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