di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]
I. La morte di Don Chisciotte
Le traduzioni italiane del Don Chisciotte si sono moltiplicate negli ultimi trent’anni: cominciò il Giannini, ven nero poi il Carlesi e il Marone ed ecco oggi la lunga fatica di Vittorio Bodini, un giovane poeta leccese che si era già fatto notare per una buona traduzione del teatro lorchiano e che ha dedicato tre anni interi alla scommessa di darci un testo attuale, a volte fin troppo moderno, del capolavoro cervantino (Cervantes, Don Chisciotte, Einaudi : il volume della collana « I Millenni » è arricchito dalle illustrazioni del Daumier). Quattro traduzioni tutte ugualmente prege voli secondo determinati punti di vista, in uno spazio di tempo così breve potrebbero far pensare a un ritorno impo nente del grande libro e a un risveglio di interessi: la cosa Darebbe piuttosto nuova da parte nostra, soprattutto se si (iene presente che fino al nostro secolo si sono avute sol tanto due traduzioni, nel seicento quella del Franciosini e nell’ottocento quella del Gamba. Ma sono cifre di difficile le (tura e se il fenomeno delle scarse traduzioni fino al novecento ha trovato valide spiegazioni (la conoscenza molto diffusa dello spagnolo per il seicento e per una parte del settecento, la superiorità della nostra cultura che ha permesso di avere un peso e una influenza su quella spa gnola ecc.) il ripetersi delle traduzioni nel nostro secolo resta sempre un mistero, dal momento che non possiamo parlare di un interesse veramente nuovo per l’opera del Cervantes e di un aumento di suggestione del grande perso naggio fantastico sui nostri spiriti.
Purtroppo bisogna riconoscere che verso il libro di Cer vantes la cultura italiana, rispetto a quelle francese, tedesca e soprattutto inglese, è rimasta sempre in una posizione di incertezza e di debole capacità d’eco: ai rari contributi spesso confusi o insostenibili (si pensi ai due libri del De Lollis e del Casella) corrisponde esattamente una nostra in capacità di restituzione fantastica, di partecipazione arti stica. Alludo, beninteso, alla famiglia dei lettori responsa bili e lascio da parte il costante successo del Don Chisciotte fra i lettori semplici, apparentemente sprovveduti. È un fatto, questo, da non sottovalutare e che forse varrebbe la pena di sviscerare con un po’ di calma. Il sopravvento dei lettori comuni sui lettori specializzati, che si sono dimostrati troppo legati a preoccupazioni culturali o interpretazioni filosofiche aberranti, suona come un avvertimento di carat tere generale e cioè che – – nonostante tutto – – un libro come Don Chisciotte deve essere letto liberamente senza preconcetti e soprattutto senza la preoccupazione di trovare dei simboli e il nome di questi simboli. Anche il Bodini nella sua introduzione sembra soffrire di quella malattia e lo sen tiamo parlare di rinascimento e di controriforma, di uma nesimo e di molte altre cose: certe sue suggestioni potreb bero anche fermarci ma alla fine si sente che la sua è una strada pericolosa mentre conviene affrontare il libro senza schemi e senza impedimenti. È proprio dei grandi libri fare a meno di strutture, di costruzioni marginali e il Don Chisciotte sta a dimostrare quale forza di respiro abbia, quale violenza, per cui ogni generazione lo intende come vuole e ogni cultura lo sfrutta secondo i suoi bisogni. L’importante è che il suo discorso riesce a dare frutti, a radicarsi nel terreno altrui e ora questo â— lo ripeto â— da noi non è acca duto mai con quella intensità che sarebbe stata augurabile.
Quante cose non sono state dette per trovare la chiave del libro, di quanta luce non si è inondata la figura del pro tagonista, con quanti testi non si è cercato di giustificare la sua presenza accanto a quella di Sancio e tutti sanno in che modo sia stata studiata la natura del conflitto che anima la ragione stessa del libro. Ma fino a che punto aiuta dire che uno rappresenta l’ideale e l’altro la realtà, Don Chisciotte lo spirito e Sancio la materia? Lo sapeva benis simo il sottile e un po’ sofisticato Unamuno che, messosi su questa strada, è arrivato a sostituirsi a Cervantes (El bueno de Cervantes, diceva) e a rifarsi il libro a modo suo.
Un libro immortale e universale come questo, è anzitutto un libro che accoglie tutte le letture, le assorbe e se ne libera: non dico che si tratti di lavoro inutile, al contrario la varietà delle testimonianze sta a dimostrare la vitalità, la forza dell’invenzione. Sono secoli che gli spiriti più co scienti sono affascinati dall’immagine di Don Chisciotte e nessuno saprebbe fare a meno dei suggerimenti di Turgenev e di Flaubert, di Carducci e di Heine, di Delacroix e di Dorè, di Dalì e di Pabst, di Ibert e di Arnoux: sono tutte parti di un discorso che Cervantes ha iniziato secoli fa e che per ora non ha trovato la sua conclusione, il suo esauri mento.
Ci sono infatti almeno due segreti, due episodi non illu strati che sono registrati nell’ultimo divino capitolo del libro e tormentano tutti i lettori della storia: il sonno e la confessione di Don Chisciotte. Il mondo così come ce lo rappresenta il Cervantes è un teatro in cui i personaggi entrano ed escono liberamente, hanno la pura funzione di recitare la loro parte, senza secondi fini, senza presunzione di simboli, il loro inventore non li giudica e neppure giu dica le loro azioni. Giustamente è stato osservato che soltanto il Don Chisciotte della pazzia viene portato di fronte al tribunale cervantino e condannato: meglio sarebbe dire che è condannata la pazzia, la malattia, tutto ciò che porta fuori della regola, della realtà come norma. L’uomo non può intervenire in compiti che sono soltanto di Dio : siamo molto lontani dall’uomo-giudice, lontanissimi dall’autore-giudice. La risposta finale è ancora quella della miseri cordia (ecco il frutto, se non il senso lungo del sonno di Don Chisciotte) la misericordia divina è infatti la unica con fidenza che Don Chisciotte ci faccia all’uscire dal sonno di sei ore che argina il suo ritorno in Alonso Quijano. Di fronte a questa profonda serenità, una pacificazione piut tosto che il semplice sonno, le parole degli altri acquistano un senso di pietà, di dolce poesia umana, ormai egualmente inefficaci. Di fronte alla vita che continua (la vita truccata dagli inviti di Carrasco e l’umile vita quotidiana della ni pote e di Sancio che pensano all’eredità) Don Chisciotte muore : le cose restano come prima, soltanto la pazzia è stata vinta, il male sconfitto. Alla realtà, dunque, è lasciata l’ul tima parola; ma non dimentichiamo che quella realtà vive soltanto nella speranza e nella promessa della misericordia divina, in una obbedienza senza parole, concreta, senza illu sione, quasi senza poesia.
Questi sono i termini fissi della vicenda di Don Chisciotte e la nostra scienza non ci dice come vadano interpretati in modo definitivo e risolti; la forza e il segreto del libro stanno nel metro stesso della vita, in un’identità non procla mata, ineliminabile ed eterna.
6 agosto 1957.
II. Verso Cervantes
Si riesce a studiare, a scrutare fino in fondo uno scrit tore capitale 3 fissarne con qualche certezza l’immagine?
A prendere come esempio Cervantes e il suo maggiore stu dioso Américo Castro, si dovrebbe dire di no. Il Castro aveva già dedicato molti anni fa un libro fondamentale al pensiero del Cervantes e bastava il tema del saggio a sot tolineare la novità della indicazione, la piccola rivoluzione della prospettiva che si suggeriva a tutta una critica orien tata diversamente: per intenderci a chi voleva fare di Cer vantes l’autore casuale, non responsabile o a dirittura in cosciente di un capolavoro. A distanza di oltre trent’anni, ecco che il Castro ritorna sull’argomento centrale della sua vita di critico, portando correzioni, suggestioni alla vecchia tesi: i quattordici saggi che compongono il nuovo volume soltanto in parte sono dedicati allo studio diretto del Cer vantes, mentre per il resto contemplano uomini e movi menti della letteratura precedente e da questa prima parte prende luce il titolo del volume, Hacia Cervantes (ed. Taurus, Madrid).
Con questo titolo Castro vuole ricordare che il Cervantes riassume tutta una parte della letteratura spagnola, essendo in un certo senso la somma di tanti movimenti, il centro vitale ma lascia sottintendere anche un’altra cosa e, cioè, che un’opera fondamentale come quella del Cervantes e che mantiene la sua posizione di assoluto privilegio, esige dal futuro la stessa misura di attenzione: c’è anche per noi questo dovere di andare verso Cervantes. Cosa che per la verità gli spiriti più responsabili della nuova Spagna non hanno mai mancato di fare: dal tempestoso e arbitrario Unamuno al filosofo Ortega, da uomini della vecchia gene razione come Azorín a studiosi agguerriti come il Casalduero (tanto per citare il più dotato dei giovani critici). Cervantes resta il punto vivo della situazione spirituale spagnola, il metro del confronto e, alla fine, un testo ine sauribile di suggestioni, di interrogazioni e di conquiste intellettuali.
Il libro di Castro è una specie di diario ideale del critico cervantino: lungo molti anni, egli non ha smesso di studiare la struttura del Quijote, l’importanza della parola scritta, la prepotente correzione apportata dal Cervantes all’idea di realtà e quindi alla misura letteraria del realismo, così com’è codificato nel romanzo picaresco, tanto per accennare ai temi che interessano più da vicino. Vale soprattutto nota re una confessione del Castro sul punto di vista adottato nel la sua prima opera : egli dice di aver studiato il pensiero del Cervantes in un senso stretto occidentale, cercando di sta bilire nella sua indagine i vari influssi subiti dallo scrittore, tutt’altro che privo di buoni studi, come vuole una inve terata e sciocca leggenda critica. Naturalmente il Cervantes così ricostruito rispondeva soltanto alla nostra cultura occi dentale e la sua intelligenza del mondo, la sua lettura, veni vano assolte attraverso la cifra dello stoicismo e della visione erasmiana. Castro adesso aggiunge un dato che sem bra risultare indispensabile, il dato, cioè, del testo « rile vato » che è una concezione tipicamente orientale della vita.
Il Quijote, soprattutto nella prima parte, si basa sull’im portanza del mondo letto, della parola scritta che può di ventare occasione di una nuova interpretazione del mondo. In tal modo la stessa ipotesi iniziale del libro obbedirebbe, non più a un fatto di cronaca, ma a qualcosa di più essen ziale, a qualcosa di intimamente collegato alla concezione del mondo; non si tratterebbe soltanto di un fenomeno di pazzia ma di divinazione, di vita fatata. Non una diminu zione ma un accrescimento delle nostre possibilità.
Una volta spostato il centro iniziale di interpretazione, si passa inevitabilmente a correggere altri luoghi comuni della critica. Di solito si dice che il Quijote è la storia di una profonda contraddizione, di una lotta fra due imma gini di vita, il sogno e la realtà, lo spirito e la carne, ecc. Il Castro restringe questa contraddizione dialogata nell’in timo dei due protagonisti. Non è vero che don Chisciotte obbedisca soltanto al giuoco puro e astratto della fantasia mentre Sancio sarebbe l’espressione semplice, umile della convenienza pratica: no, tutt’e due i personaggi sono espres sioni di questa lotta, tutt’e due registrano i contraccolpi della fantasia e della realtà, secondo i momenti della vita, meglio ancora secondo il flusso costante della vita. Questa infatti sarebbe la vera conquista dello scrittore Cervantes, questa la ragione per cui gli è riuscito di evitare la mecca nica, la orchestrazione della commedia. Se i personaggi cervantini avessero obbedito soltanto alla stretta lezione della commedia stabilita a priori, nel migliore dei casi sarebbero risultati degli « esempi » dei tipi, in parole povere dei bu rattini che eseguiscono una parte. Al contrario ognuno di noi si riconosce in don Chisciotte e in Sancio: non sono tipi sono l’uomo. In Cervantes c’è una straordinaria libertà ed è per l’appunto quella libertà che coincide nel momento alto della creazione e dell’invenzione.
Da dove deriva questa libertà? Anzitutto dal modo di vedere o di saper vedere la realtà. In Cervantes non c’è mai una visione comandata, di pregiudizio: gli sarebbe stato facile, soprattutto in base alla sua dolorosa esperienza umana (la guerra, la prigionia, la miseria, le disavventure familiari) dare un senso alla realtà, un volto intenzionale e quindi far scivolare il racconto verso la satira o una rappresentazione sospetta incerta fra commedia e tragedia. No, in lui l’ultima parola spetta alla realtà equilibrata, in lui la visione è sempre di ordine critico e il principio a cui si ispira è quello dell’assoluta libertà. Si pensi a quello che lo stesso Don Chisciotte dice a Sancio : ciò che a te sembra una baci nella, a me sembra l’elmo di Mambrino e a un terzo sem brerà un’altra cosa. È la misura del terzo, dell’altro che fini sce per stabilire un equilibrio fra i due contendenti, fra chi
intende dare della vita una spiegazione eccitata e chi invece crede soltanto in una valutatone pratica, immediata delle cose.
A ben guardare, la libertà nasce inevitabilmente dall’espe rienza vitale, dalla scienza diretta della vita. Castro ricorda che in Europa c’erano già stati esempi di questa esperienza applicata, di questa scienza dell’uomo e il riferimento im mancabile è Rabelais, Montaigne, senonché Cervantes avrebbe aggiunto un altro colore, dando alla sua lettura una maggiore ampiezza e questo sia perché era convinto della seconda vita dei libri, sia perché credeva nei libri non come a dei mezzi ma come a degli strumenti dotati di vita propria e capaci di istituire un altro dominio delle cose. La seconda parte del Quijote sarebbe basata per l’appunto su questa concezione ampliata della vita.
Tale coincidenza fra parola detta e parola scritta che apparterrebbe a un carattere dell’anima orientale avrebbe consentito a Don Chisciotte di andare per conto suo, di continuare a vivere, di rinnovarsi perpetuamente, senza soggia cere a una sola interpretazione, a un unico modo di lettura, (cosa che invece hanno subito perfino i grandi romanzieri dell’Ottocento, anche quelli che hanno preso il Quijote come termine di confronto, per esempio Flaubert) ed è il fatto che ancor oggi ci costringe a rimetterci, giorno per giorno, in cammino « verso Cervantes », impedendo a gran di studiosi come Castro, di dare una chiave definitiva, limi tando le ricerche a una zona di prudenza in cui si resta sulla sponda delle proposte e delle supposizioni.
Succede con questi libri quello che succede con la vita, ci si illude di essere andati avanti e improvvisamente ci si accorge di essere sempre allo stesso punto o, peggio, di avere sbagliato, di non aver capito. Non c’è dubbio â— per esempio â— che il Castro del 1925, l’autore del Pensiamento de Cervantes, avesse molte più illusioni del timido saggista di questi ultimi anni. Che è alla fine dei conti una bella lezione di critica.
12 marzo 1959.
III. La professione di Don Chisciotte
Una rivista romana ha proposto nove domande sul ro manzo a un gruppo di scrittori. Per il momento non ci inte ressa studiare il senso delle risposte o, tanto meno vedere se per caso non ci aiutano a fare qualche passo avanti nella complicata questione del romanzo. Quello che ci ha col pito leggendo le risposte all’ultima domanda « Quali sono i romanzieri che preferite e perché? » è la particolare frequenza del nome di Cervantes. Tre di questi scrittori, â— e non dei minori â— hanno tenuto a fissarlo come punto di ri ferimento e un quarto, alludendo al Don Chisciotte, ne riconosce sia pure indirettamente il valore di simbolo. Si tratta di una piacevole sorpresa, vuoi dire che Cervantes è uscito da quella specie di limbo in cui i nostri scrittori lo avevano relegato per un numero di ragioni che non serve illustrare qui.
D’altra parte, il ricorso a Cervantes â— un ricorso diretto e immediato com’è quello dei veri responsabili della vita letteraria â— dovrebbe essere praticato come una consuetudine dell’intelligenza e, â— se il termine non urta, â— come una misura profilattica contro il pericolo delle mode, soprattutto contro l’abuso dell’intellettualismo a detrimento delle qualità istintive della fantasia e dell’amore della real tà. Una stagione, o per usare l’immagine concreta di Thomas Mann una « traversata » con Don Chisciotte resta una profonda e intensa lezione di verità umana.
Il grande romanziere tedesco indicò l’opportunità di questo tipo di confronti, apparentemente liberi e divaganti, quando per la prima volta andò in America e il lettore italiano può trovare ora nella bella collana delle Silerchie di Alberto Mondadori la ristampa del saggio (Una traver sata con Don Chisciotte, ed. del Saggiatore). Non ci si aspetti di trovare indagini in profondità o conclusioni a proposito del capolavoro cervantino: no, ciò che conta è saper mettere a tono la lezione di Mann, vedere in che modo una esperienza di lettore possa innestarsi nel corso stesso della vita o, addirittura, fondersi con le ansie e le preoccupazioni dell’intelligenza. Il saggio nato originaria mente come una serie di corrispondenze giornalistiche per la « Neue Zurcher Zeitung », a distanza di venticinque anni non ha perso gran che della sua efficacia.
Caso mai, ci si potrebbe chiedere se la nostra civiltà o meglio le nostre nuove abitudini di vita consentirebbero an cora di queste divagazioni, di questi ozi preziosi, ma anche questa è una domanda da evitare; purtroppo siamo abituati diversamente e abbiamo bisogno di confronti immediati. Non crediamo più ai modelli eterni, i nostri eroi sono prov-visori, fotografici e senza fondo. In altre parole siamo con vinti che l’unica verità utile sia quella del momento e che tutto il resto faccia parte di un agio, di una ricchezza che ormai ci sono proibiti. Ma non è neppure di questo che dob biamo occuparci: per il momento ci sembra più opportuno mettere l’accento su un altro fatto e, cioè, che la sempli cità discorsiva di Mann finisce per toccare due punti vivi della questione Don Chisciotte, di solito sacrificati e annul lati da un eccesso di intenzioni culturali, dal bisogno di tro vare dei simboli e delle spiegazioni cervellotiche alla grande fantasia cervantina. Il caso limite di questa aberrazione si verificò proprio da noi qualche anno dopo l’apparizione del saggio manniano e per opera di un filologo inspiegabilmente smarritosi in una spaventosa selva parafilosofica: l’idea di spiegare le vicende di Don Chisciotte con il sus sidio di Sant’Agostino era un’idea come un’altra, ma in pratica non doveva servire che a darci un pensum illeggi bile e inutile.
Purtroppo questa mania non si è spenta, se proprio in questi giorni arriva dalla Spagna la notizia che un letterato avrebbe trovato finalmente la chiave del capolavoro cervantino nella storia di Ignazio di Loyola: anche quando sarà pubblicata la tesi enorme di Rodrigo Valdés ho il sospetto che il mistero di Cervantes resterà per nostra for tuna intatto. Ha ragione da vendere Mark Van Doren nel suo libretto Don Quixote’s profession(New York, Columbia University Press) quando, a proposito del mistero del libro, tiene a ripetere una cosa non nuova ma che un po’ tutti noi siamo portati fatalmente a trascurare. Dice il cri tico americano che nessun lettore del Don Chisciotte legge lo « stesso libro », di qui la necessità dell’origine delle in finite teorie. In realtà tale prerogativa spetta a tutti i grandi libri che non si esauriscono nell’ambito di una esperienza personale, e si verifica tutte le volte che lo scrittore riesce a fare della propria storia una storia anonima, senza un volto preciso, anzi suscettibile di sciogliersi in cento altre sembianze. Van Doren studia assai bene il fenomeno della verosimiglianza umana di Don Chisciotte. Il personaggio vive e, se si, in che modo?
È la domanda capitale su cui poggia tutta la costruzione dello scrittore e su cui dovrebbe regolarsi l’intelligenza del lettore: guai a porre dei limiti, suggerire riserve su questo punto, altrimenti si finisce per aprire la prima breccia al gioco dell’interpretazione, qualcosa come le scatole cinesi che si ripetono all’infinito.
Una volta ammessa la vita vera del personaggio cervan tino, bisogna però chiedersi: come vive? Van Doren ri sponde: vive come un attore, come uno che deve rappresentare una parte. Ecco la professione di Don Chisciotte, essere l’attore della propria vita e ci suggerisce un’altra di stinzione: sul piano dell’esistenza la sua professione è quella dell’attore, ma su quello della volontà esistenziale è quella del Cavaliere errante.
Metterei l’accento sulla scelta della professione come segno di evasione : ognuno di noi tende a rappresentare una parte per evitare la responsabilità delle ultime domande. La definizione di Van Doren : « un gentiluomo di cinquan t’anni, che non avendo nulla da fare si inventa un’occupa zione » vale per Don Chisciotte ma anche per noi. Caso mai la differenza sta altrove : Don Chisciotte non aveva da fare nulla, ma aveva una sua fede, noi abbiamo soltanto da fare. Qualunque cosa ci tiene il posto di fede. Tutta la vita resta dilaniata da questa contraddizione in profondità e non a caso Thomas Mann, alla fine della navigazione, sogna Don Chisciotte, ma un Don Chisciotte diverso da quello famoso.
« Aveva baffi grossi e cespugliosi, la fronte alta e sfug gente e, sotto le sopracciglia dense, gli occhi grigi erano quasi ciechi. Non si presentò come cavaliere dei Leoni, ma come Zaratustra ». Ma anche questo è un sogno da europeo, è una fantasia da intellettuale. Nietzsche ha trovato la solu zione della vita nel gorgo della pazzia, probabilmente la sua era un’avventura non più sostenibile nell’ambito d’una vocazione umana. Al contrario la mania di Don Chisciotte resta per ogni lettore di buon senso un invito al concreto, alla realtà, e tanto Mann quanto Van Doren hanno ragione nel raccomandare di tenere il pedale sull’importanza dello spirito comico, sulla grossa vena di scienza umana che nutre e domina la storia del Cavaliere errante.
Sono proprio le grosse contraddizioni del libro, gli squi libri, i bruschi passaggi dal comico al compassato a renderci sicuri della profondità della visione umana del libro; siamo noi a essere sempre seri, Cervantes, dice ancora Van Doren, è allegro, superficiale, strano, come la vita stessa. La chiave vera del problema sta qui: come la vita stessa. Un libro si salva dalla letteratura quando restituisce questo suono inconfondibile, quando gode di queste straordinarie ed enormi contraddizioni: in qualsiasi altro modo obbedisce soltanto a una moda e, nel giro di quella moda, muore.
Varrebbe la pena di ricordare una verità tanto semplice ai commentatori del Don Chisciotte, soprattutto a quelli che si servono del libro per dar prova di acutezza e di inge gno. Non si tratta di spiegare il Don Chisciotte come una serie di piccoli problemi, ma di lasciarsi penetrare da quella scienza della vita, semplice fino ad apparire grossolana, che si basa sulla verità naturale, rifiutando i sofismi, gli abusi, l’errore dell’intelligenza.
30 luglio 1959.
IV. L’ultimo sonno di Don Chisciotte
Gli italiani hanno finalmente scoperto Cervantes e si sono messi a leggere il Don Chisciotte? La domanda che per forza di cose resta oggi senza una risposta sicura, è però autorizzata dalla moltiplicazione delle traduzioni del capolavoro cervantino in questo dopoguerra. Abbiamo avuto quella dell’Utet a cura di Gherardo Marone, quella di Einaudi, opera di Vittorio Bodini, ed ecco, freschissima di stampa, quella di Cesco Vian e Paula Cozzi delle « Edizioni per il Club del libro » di Milano.
Se si aggiungono le traduzioni dell’Ottocento e della prima metà del Novecento ancora in commercio, bisogna ridimensionare per forza il campo della curiosità italiana. Un campo che per ora resta circoscritto al lavoro di divulgazione â— sia pure alto e controllato â— ma in avvenire dovrà essere allargato e nutrito in profondità con interessi critici più diretti e responsabili. Non che in passato siano mancate in Italia opere di questo tipo (basterà ricordare i libri di De Lollis e di Casella), è però un fatto sicuro e indi scutibile che da noi non si è avuta quella particolare lette ratura di amplificazione che sul tema di Don Chisciotte ha intrecciato un dialogo moderno, vivo e attuale. Nulla, cioè, di quello che si è verificato altrove, specialmente in Inghil terra e in Germania, sulla spinta del romanticismo. Un lavoro che preso a sé costituisce un vero e proprio capitolo della storia dell’intelligenza moderna, e ha fatto bene il Vian nella sua dotta introduzione a segnarne i confini e a valutarne le intenzioni.
Il Vian, dopo avere illuminato il vastissimo panorama della critica cervantina, ha creduto opportuno indicare al lettore italiano una strada di prudente intelligenza del Don Chisciotte, al di fuori delle sollecitazioni curiose o troppo azzardate o comunque pericolose per una esatta valutazione dell’opera. Che cosa suggerisce l’ultimo traduttore italiano? Accettare con forte criterio di discrezione i vari punti di vista, ma alla fine restituire alle intenzioni del Cervantes la giusta dose della verità: credere, cioè, a quello che Cervantes ha detto di avere voluto fare con la storia del suo « fantasioso gentiluomo », senza esasperare i sottintesi, le allusioni, i contraccolpi di una realtà dolorosa che lo scrittore avrebbe per ragioni di opportunità travestito o addo mesticato.
Come si vede, la posizione del Vian pecca â— caso mai â— per eccesso di onestà e di buona fede; ma chi conosce il quadro delle infinite interpretazioni del capolavoro cervantino, non potrà che apprezzarla meglio e coglierne la varietà del rapporto. Per accreditare la sua raccomanda zione di stare alla lettera del libro, con tutti i soccorsi del l’intelligenza artistica, storica e filosofica, il Vian mette in rilievo la grande importanza dell’ultimo capitolo del libro o, per meglio dire, della morte dell’eroe.
Generalmente, e soprattutto da parte di quei critici che erano preoccupati di trovare nel libro la dimostrazione di una « loro » tesi, si ritiene che la morte di Don Chisciotte sia soltanto uno stratagemma e per di più abbastanza ba nale e puerile, per trovare una soluzione di comodo, in netto contrasto con la verità stessa del libro. Il Vian nega recisa mente tale supposizione e trova nella malattia, nel testa mento e nella morte di Don Chisciotte, l’esatta articolazione di risposta all’avventura della vita, agli errori, agli eccessi del protagonista. È un modo di comporre naturalmente â— proprio il contrario dell’arbitrio e dell’accorgimento â— il disegno di una esistenza, che ha peccato per mancanza di unità e di equilibrio.
In altre parole, il Vian raccomanda di non scegliere un momento, una frase dell’eroe per costruirci sopra una filoso fia, una interpretazione della vita, soprattutto della vita che deve servire a noi, mentre si batte per restituire alla storia di Don Chisciotte un senso di responsabilità, insomma quel modo di vedere le cose della realtà « insieme » e non da un solo punto di vista, sul filo di un equilibrio inventato. Con ciò non si rinnegano quelli che sono i diversi « punti di vista » su cui del resto proprio il Cervantes ha costruito il mondo del suo eroe.
Nella lettura dei libri fondamentali, ci si illude spesso di trovare tutte le sollecitazioni possibili, ma bisogna stare attenti a non rompere quell’equilibrio naturale, quel lavoro di collaborazione, per estrarre il motivo che più ci interessa in quel preciso momento. Oltre tutto, si tratta di letture anti-storiche e provvisorie. Purtroppo tale tendenza ha trovato nel campo cervantino la possibilità di svilupparsi in ma niera paradossale. La bibliografia critica cresce in tutto il mondo, ma buona parte delle sue voci rientrano in quella categoria degli arbitrii di natura intellettuale, e sembrano riferirsi proprio a quel tipo di letteratura fantastica che è stata la prima rovina della saggezza di Don Chisciotte. Penso, per fare un esempio, ai saggi raccolti da José de Benito in un recente volume pubblicato a Madrid da Aguilar, Hacia de luz del Quijote, e alla vanità, allo spreco di tanto ingegno per approdare a dei risultati gratuiti e cervel lotici, diciamo pure a una critica anagrammatica.
Ma ritorniamo al punto che ci interessa oggi, alla morte di Don Chisciotte. Dice bene il Vian: « La conversione fi nale di Don Chisciotte non rappresenta affatto, come sembrò ai romantici, un ‘ rinnegamento ‘ degli ideali della cavalle ria, quindi una specie di tradimento, di brutto tiro giocato da Cervantes nei riguardi della sua creatura. In quel ca pitolo finale â— per nulla affrettato o posticcio, bensì al con trario, solenne e patetico â— Don Chisciotte doveva ricono scere i propri torti, che esistevano effettivamente ed erano gravi ». Parole giuste, e per trovarne la verità, bisognerebbe poter immaginare un’altra soluzione al Don Chisciotte, tro vare un’altra fine all’eroe. Quale fine, quale morte? Basta farsi la domanda per capire che qualsiasi altra soluzione avrebbe peccato di arbitrio, di eccesso, sarebbe stata ancora un « gesto » contro lo spirito di unità. Per restare nella favola, la chiave di tutta la vicenda donchisciottesca sta nelle sei ore di sonno che mutano il corso della sua vita e determinano la sua ritrattazione, ma â— si badi bene â— ritrattazione nella verità, attiva, non già di comodo.
Don Chisciotte pregò che lo lasciassero solo perché voleva dor mire un po’. Obbedirono, e dormì, tutto filato, come si usa dire, per più di sei ore tanto che la governante e la nipote temettero che sarebbe rimasto morto nel sonno…
E la spiegazione del sonno l’abbiamo poco dopo, quando parlando alla nipote, egli dice : « Vorrei morire in tal modo da far capire che la mia vita non fu tanto cattiva da meri tarmi la fama di pazzo: che, sebbene lo sia stato, non vor rei confermare questa verità con la mia morte ». Che non è una sconfessione, ma al contrario è una rivendicazione della propria libertà nella luce dell’unità e dell’equilibrio umano. Se non ci fosse stato l’ultimo sonno terreno di Don Chisciotte, si potrebbe pensare a una fine posticcia, a un arbi trio, ma c’è quel lungo spazio d’ombra, c’è quel tempo di silenzio di cui non sapremo indagare mai bene il peso di mistero e il rapporto di verità: sono lo spazio e il tempo della definitiva metamorfosi di Don Chisciotte in uomo, in un qualsiasi Alonso Chisciano, soprannominato il Buono. Là è avvenuto l’accordo, quel modo di ritrovarsi nella realtà che Sansone Carrasco illustrerà nell’ultima frase del suo epitaffio: «Vivere pazzo e morir savio ». Il sonno è stato così la strada della composizione finale di Don Chisciotte, il filtro delle illusioni e del famoso disinganno.
1 ° giugno 1961.