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LETTERATURA: I MAESTRI: L’ombra del Chisciotte

25 Maggio 2014

di Carlo Bo
[da: ‚ÄúLa religione di Serra‚ÄĚ, Vallecchi, 1967]

I. La morte di Don Chisciotte

Le traduzioni italiane del Don Chisciotte si sono moltiplicate negli ultimi trent’anni: cominci√≤ il Giannini, ven ¬≠nero poi il Carlesi e il Marone ed ecco oggi la lunga fatica di Vittorio Bodini, un giovane poeta leccese che si era gi√† fatto notare per una buona traduzione del teatro lorchiano e che ha dedicato tre anni interi alla scommessa di darci un testo attuale, a volte fin troppo moderno, del capolavoro cervantino (Cervantes, Don Chisciotte, Einaudi : il volume della collana ¬ę I Millenni ¬Ľ √® arricchito dalle illustrazioni del Daumier). Quattro traduzioni tutte ugualmente prege ¬≠voli secondo determinati punti di vista, in uno spazio di tempo cos√¨ breve potrebbero far pensare a un ritorno impo ¬≠nente del grande libro e a un risveglio di interessi: la cosa Darebbe piuttosto nuova da parte nostra, soprattutto se si (iene presente che fino al nostro secolo si sono avute sol ¬≠tanto due traduzioni, nel seicento quella del Franciosini e nell’ottocento quella del Gamba. Ma sono cifre di difficile le (tura e se il fenomeno delle scarse traduzioni fino al novecento ha trovato valide spiegazioni (la conoscenza molto diffusa dello spagnolo per il seicento e per una parte del settecento, la superiorit√† della nostra cultura che ha permesso di avere un peso e una influenza su quella spa ¬≠gnola ecc.) il ripetersi delle traduzioni nel nostro secolo resta sempre un mistero, dal momento che non possiamo parlare di un interesse veramente nuovo per l’opera del Cervantes e di un aumento di suggestione del grande perso ¬≠naggio fantastico sui nostri spiriti.

Purtroppo bisogna riconoscere che verso il libro di Cer ¬≠vantes la cultura italiana, rispetto a quelle francese, tedesca e soprattutto inglese, √® rimasta sempre in una posizione di incertezza e di debole capacit√† d’eco: ai rari contributi spesso confusi o insostenibili (si pensi ai due libri del De Lollis e del Casella) corrisponde esattamente una nostra in ¬≠capacit√† di restituzione fantastica, di partecipazione arti ¬≠stica. Alludo, beninteso, alla famiglia dei lettori responsa ¬≠bili e lascio da parte il costante successo del Don Chisciotte fra i lettori semplici, apparentemente sprovveduti. √ą un fatto, questo, da non sottovalutare e che forse varrebbe la pena di sviscerare con un po’ di calma. Il sopravvento dei lettori comuni sui lettori specializzati, che si sono dimostrati troppo legati a preoccupazioni culturali o interpretazioni filosofiche aberranti, suona come un avvertimento di carat ¬≠tere generale e cio√® che – – nonostante tutto – – un libro come Don Chisciotte deve essere letto liberamente senza preconcetti e soprattutto senza la preoccupazione di trovare dei simboli e il nome di questi simboli. Anche il Bodini nella sua introduzione sembra soffrire di quella malattia e lo sen ¬≠tiamo parlare di rinascimento e di controriforma, di uma ¬≠nesimo e di molte altre cose: certe sue suggestioni potreb ¬≠bero anche fermarci ma alla fine si sente che la sua √® una strada pericolosa mentre conviene affrontare il libro senza schemi e senza impedimenti. √ą proprio dei grandi libri fare a meno di strutture, di costruzioni marginali e il Don Chisciotte sta a dimostrare quale forza di respiro abbia, quale violenza, per cui ogni generazione lo intende come vuole e ogni cultura lo sfrutta secondo i suoi bisogni. L’importante √® che il suo discorso riesce a dare frutti, a radicarsi nel terreno altrui e ora questo √Ę‚ÄĒ lo ripeto √Ę‚ÄĒ da noi non √® acca ¬≠duto mai con quella intensit√† che sarebbe stata augurabile.

Quante cose non sono state dette per trovare la chiave del libro, di quanta luce non si √® inondata la figura del pro ¬≠tagonista, con quanti testi non si √® cercato di giustificare la sua presenza accanto a quella di Sancio e tutti sanno in che modo sia stata studiata la natura del conflitto che anima la ragione stessa del libro. Ma fino a che punto aiuta dire che uno rappresenta l’ideale e l’altro la realt√†, Don Chisciotte lo spirito e Sancio la materia? Lo sapeva benis ¬≠simo il sottile e un po’ sofisticato Unamuno che, messosi su questa strada, √® arrivato a sostituirsi a Cervantes (El bueno de Cervantes, diceva) e a rifarsi il libro a modo suo.

Un libro immortale e universale come questo, √® anzitutto un libro che accoglie tutte le letture, le assorbe e se ne libera: non dico che si tratti di lavoro inutile, al contrario la variet√† delle testimonianze sta a dimostrare la vitalit√†, la forza dell’invenzione. Sono secoli che gli spiriti pi√Ļ co ¬≠scienti sono affascinati dall’immagine di Don Chisciotte e nessuno saprebbe fare a meno dei suggerimenti di Turgenev e di Flaubert, di Carducci e di Heine, di Delacroix e di Dor√®, di Dal√¨ e di Pabst, di Ibert e di Arnoux: sono tutte parti di un discorso che Cervantes ha iniziato secoli fa e che per ora non ha trovato la sua conclusione, il suo esauri ¬≠mento.

Ci sono infatti almeno due segreti, due episodi non illu ¬≠strati che sono registrati nell’ultimo divino capitolo del libro e tormentano tutti i lettori della storia: il sonno e la confessione di Don Chisciotte. Il mondo cos√¨ come ce lo rappresenta il Cervantes √® un teatro in cui i personaggi entrano ed escono liberamente, hanno la pura funzione di recitare la loro parte, senza secondi fini, senza presunzione di simboli, il loro inventore non li giudica e neppure giu ¬≠dica le loro azioni. Giustamente √® stato osservato che soltanto il Don Chisciotte della pazzia viene portato di fronte al tribunale cervantino e condannato: meglio sarebbe dire che √® condannata la pazzia, la malattia, tutto ci√≤ che porta fuori della regola, della realt√† come norma. L’uomo non pu√≤ intervenire in compiti che sono soltanto di Dio : siamo molto lontani dall’uomo-giudice, lontanissimi dall’autore-giudice. La risposta finale √® ancora quella della miseri ¬≠cordia (ecco il frutto, se non il senso lungo del sonno di Don Chisciotte) la misericordia divina √® infatti la unica con ¬≠fidenza che Don Chisciotte ci faccia all’uscire dal sonno di sei ore che argina il suo ritorno in Alonso Quijano. Di fronte a questa profonda serenit√†, una pacificazione piut ¬≠tosto che il semplice sonno, le parole degli altri acquistano un senso di piet√†, di dolce poesia umana, ormai egualmente inefficaci. Di fronte alla vita che continua (la vita truccata dagli inviti di Carrasco e l’umile vita quotidiana della ni ¬≠pote e di Sancio che pensano all’eredit√†) Don Chisciotte muore : le cose restano come prima, soltanto la pazzia √® stata vinta, il male sconfitto. Alla realt√†, dunque, √® lasciata l’ul ¬≠tima parola; ma non dimentichiamo che quella realt√† vive soltanto nella speranza e nella promessa della misericordia divina, in una obbedienza senza parole, concreta, senza illu ¬≠sione, quasi senza poesia.

Questi sono i termini fissi della vicenda di Don Chisciotte e la nostra scienza non ci dice come vadano interpretati in modo definitivo e risolti; la forza e il segreto del libro stanno nel metro stesso della vita, in un’identit√† non procla ¬≠mata, ineliminabile ed eterna.

6 agosto 1957.

II. Verso Cervantes

Si riesce a studiare, a scrutare fino in fondo uno scrit ¬≠tore capitale ¬† 3 fissarne con qualche certezza l’immagine?

A prendere come esempio Cervantes e il suo maggiore stu ¬≠dioso Am√©rico Castro, si dovrebbe dire di no. Il Castro aveva gi√† dedicato molti anni fa un libro fondamentale al pensiero del Cervantes e bastava il tema del saggio a sot ¬≠tolineare la novit√† della indicazione, la piccola rivoluzione della prospettiva che si suggeriva a tutta una critica orien ¬≠tata diversamente: per intenderci a chi voleva fare di Cer ¬≠vantes l’autore casuale, non responsabile o a dirittura in ¬≠cosciente di un capolavoro. A distanza di oltre trent’anni, ecco che il Castro ritorna sull’argomento centrale della sua vita di critico, portando correzioni, suggestioni alla vecchia tesi: i quattordici saggi che compongono il nuovo volume soltanto in parte sono dedicati allo studio diretto del Cer ¬≠vantes, mentre per il resto contemplano uomini e movi ¬≠menti della letteratura precedente e da questa prima parte prende luce il titolo del volume, Hacia Cervantes (ed. Taurus, Madrid).

Con questo titolo Castro vuole ricordare che il Cervantes riassume tutta una parte della letteratura spagnola, essendo in un certo senso la somma di tanti movimenti, il centro vitale ma lascia sottintendere anche un’altra cosa e, cio√®, che un’opera fondamentale come quella del Cervantes e che mantiene la sua posizione di assoluto privilegio, esige dal futuro la stessa misura di attenzione: c’√® anche per noi questo dovere di andare verso Cervantes. Cosa che per la verit√† gli spiriti pi√Ļ responsabili della nuova Spagna non hanno mai mancato di fare: dal tempestoso e arbitrario Unamuno al filosofo Ortega, da uomini della vecchia gene ¬≠razione come Azor√≠¬≠n a studiosi agguerriti come il Casalduero (tanto per citare il pi√Ļ dotato dei giovani critici). Cervantes resta il punto vivo della situazione spirituale spagnola, il metro del confronto e, alla fine, un testo ine ¬≠sauribile di suggestioni, di interrogazioni e di conquiste intellettuali.

Il libro di Castro √® una specie di diario ideale del critico cervantino: lungo molti anni, egli non ha smesso di studiare la struttura del Quijote, l’importanza della parola scritta, la prepotente correzione apportata dal Cervantes all’idea di realt√† e quindi alla misura letteraria del realismo, cos√¨ com’√® codificato nel romanzo picaresco, tanto per accennare ai temi che interessano pi√Ļ da vicino. Vale soprattutto nota ¬≠re una confessione del Castro sul punto di vista adottato nel ¬≠la sua prima opera : egli dice di aver studiato il pensiero del Cervantes in un senso stretto occidentale, cercando di sta ¬≠bilire nella sua indagine i vari influssi subiti dallo scrittore, tutt’altro che privo di buoni studi, come vuole una inve ¬≠terata e sciocca leggenda critica. Naturalmente il Cervantes cos√¨ ricostruito rispondeva soltanto alla nostra cultura occi ¬≠dentale e la sua intelligenza del mondo, la sua lettura, veni ¬≠vano assolte attraverso la cifra dello stoicismo e della visione erasmiana. Castro adesso aggiunge un dato che sem ¬≠bra risultare indispensabile, il dato, cio√®, del testo ¬ę rile ¬≠vato ¬Ľ che √® una concezione tipicamente orientale della vita.

Il Quijote, soprattutto nella prima parte, si basa sull’im ¬≠portanza del mondo letto, della parola scritta che pu√≤ di ¬≠ventare occasione di una nuova interpretazione del mondo. In tal modo la stessa ipotesi iniziale del libro obbedirebbe, non pi√Ļ a un fatto di cronaca, ma a qualcosa di pi√Ļ essen ¬≠ziale, a qualcosa di intimamente collegato alla concezione del mondo; non si tratterebbe soltanto di un fenomeno di pazzia ma di divinazione, di vita fatata. Non una diminu ¬≠zione ma un accrescimento delle nostre possibilit√†.

Una volta spostato il centro iniziale di interpretazione, si passa inevitabilmente a correggere altri luoghi comuni della critica. Di solito si dice che il Quijote √® la storia di una profonda contraddizione, di una lotta fra due imma ¬≠gini di vita, il sogno e la realt√†, lo spirito e la carne, ecc. Il Castro restringe questa contraddizione dialogata nell’in ¬≠timo dei due protagonisti. Non √® vero che don Chisciotte obbedisca soltanto al giuoco puro e astratto della fantasia mentre Sancio sarebbe l’espressione semplice, umile della convenienza pratica: no, tutt’e due i personaggi sono espres ¬≠sioni di questa lotta, tutt’e due registrano i contraccolpi della fantasia e della realt√†, secondo i momenti della vita, meglio ancora secondo il flusso costante della vita. Questa infatti sarebbe la vera conquista dello scrittore Cervantes, questa la ragione per cui gli √® riuscito di evitare la mecca ¬≠nica, la orchestrazione della commedia. Se i personaggi cervantini avessero obbedito soltanto alla stretta lezione della commedia stabilita a priori, nel migliore dei casi sarebbero risultati degli ¬ę esempi ¬Ľ dei tipi, in parole povere dei bu ¬≠rattini che eseguiscono una parte. Al contrario ognuno di noi si riconosce in don Chisciotte e in Sancio: non sono tipi sono l’uomo. In Cervantes c’√® una straordinaria libert√† ed √® per l’appunto quella libert√† che coincide nel momento alto della creazione e dell’invenzione.

Da dove deriva questa libert√†? Anzitutto dal modo di vedere o di saper vedere la realt√†. In Cervantes non c’√® mai una visione comandata, di pregiudizio: gli sarebbe stato facile, soprattutto in base alla sua dolorosa esperienza umana (la guerra, la prigionia, la miseria, le disavventure familiari) dare un senso alla realt√†, un volto intenzionale e quindi far scivolare il racconto verso la satira o una rappresentazione sospetta incerta fra commedia e tragedia. No, in lui l’ultima parola spetta alla realt√† equilibrata, in lui la visione √® sempre di ordine critico e il principio a cui si ispira √® quello dell’assoluta libert√†. Si pensi a quello che lo stesso Don Chisciotte dice a Sancio : ci√≤ che a te sembra una baci ¬≠nella, a me sembra l’elmo di Mambrino e a un terzo sem ¬≠brer√† un’altra cosa. √ą la misura del terzo, dell’altro che fini ¬≠sce per stabilire un equilibrio fra i due contendenti, fra chi

intende dare della vita una spiegazione eccitata e chi invece crede soltanto in una valutatone pratica, immediata delle cose.

A ben guardare, la libert√† nasce inevitabilmente dall’espe ¬≠rienza vitale, dalla scienza diretta della vita. Castro ricorda che in Europa c’erano gi√† stati esempi di questa esperienza applicata, di questa scienza dell’uomo e il riferimento im ¬≠mancabile ¬† ¬† √® ¬† ¬† Rabelais, ¬† ¬† Montaigne, ¬† ¬† senonch√© ¬† ¬† Cervantes avrebbe aggiunto un altro colore, dando alla sua lettura una maggiore ampiezza e questo sia perch√© era convinto della seconda vita dei libri, sia perch√© credeva nei libri non come a dei mezzi ma come a degli strumenti dotati di vita propria e capaci di istituire un altro dominio delle cose. La seconda parte del Quijote sarebbe basata per l’appunto su questa concezione ampliata della vita.

Tale coincidenza fra parola detta e parola scritta che apparterrebbe a un carattere dell’anima orientale avrebbe consentito a Don Chisciotte di andare per conto suo, di continuare a vivere, di rinnovarsi perpetuamente, senza soggia ¬≠cere a una sola interpretazione, a un unico modo di lettura, (cosa che invece hanno subito perfino i grandi romanzieri dell’Ottocento, anche quelli che hanno preso il Quijote come termine di confronto, per esempio Flaubert) ed √® il fatto che ancor oggi ci costringe a rimetterci, giorno per giorno, in cammino ¬ę verso Cervantes ¬Ľ, impedendo a gran ¬≠di studiosi come Castro, di dare una chiave definitiva, limi ¬≠tando le ricerche a una zona di prudenza in cui si resta sulla sponda delle proposte e delle supposizioni.

Succede con questi libri quello che succede con la vita, ci si illude di essere andati avanti e improvvisamente ci si accorge di essere sempre allo stesso punto o, peggio, di avere sbagliato, di non aver capito. Non c’√® dubbio √Ę‚ÄĒ per esempio √Ę‚ÄĒ che il Castro del 1925, l’autore del Pensiamento de Cervantes, avesse molte pi√Ļ illusioni del timido saggista di questi ultimi anni. Che √® alla fine dei conti una bella lezione di critica.

12 marzo 1959.

III. La professione di Don Chisciotte

Una rivista romana ha proposto nove domande sul ro ¬≠manzo a un gruppo di scrittori. Per il momento non ci inte ¬≠ressa studiare il senso delle risposte o, tanto meno vedere se per caso non ci aiutano a fare qualche passo avanti nella complicata questione del romanzo. Quello che ci ha col ¬≠pito leggendo le risposte all’ultima domanda ¬ę Quali sono i romanzieri che preferite e perch√©? ¬Ľ √® la particolare frequenza del nome di Cervantes. Tre di questi scrittori, √Ę‚ÄĒ e non dei minori √Ę‚ÄĒ hanno tenuto a fissarlo come punto di ri ¬≠ferimento e un quarto, alludendo al Don Chisciotte, ne riconosce sia pure indirettamente il valore di simbolo. Si tratta di una piacevole sorpresa, vuoi dire che Cervantes √® uscito da quella specie di limbo in cui i nostri scrittori lo avevano relegato per un numero di ragioni che non serve illustrare qui.

D’altra parte, il ricorso a Cervantes √Ę‚ÄĒ un ricorso diretto e immediato com’√® quello dei veri responsabili della vita letteraria √Ę‚ÄĒ dovrebbe essere praticato come una consuetudine dell’intelligenza e, √Ę‚ÄĒ se il termine non urta, √Ę‚ÄĒ come una misura profilattica contro il pericolo delle mode, soprattutto contro l’abuso dell’intellettualismo a detrimento delle qualit√† istintive della fantasia e dell’amore della real ¬≠t√†. Una stagione, o per usare l’immagine concreta di Thomas Mann una ¬ę traversata ¬Ľ con Don Chisciotte resta una profonda e intensa lezione di verit√† umana.

Il grande romanziere tedesco indic√≤ l’opportunit√† di questo tipo di confronti, apparentemente liberi e divaganti, quando per la prima volta and√≤ in America e il lettore italiano pu√≤ trovare ora nella bella collana delle Silerchie di Alberto Mondadori la ristampa del saggio (Una traver ¬≠sata con Don Chisciotte, ed. del Saggiatore). Non ci si aspetti di trovare indagini in profondit√† o conclusioni a proposito del capolavoro cervantino: no, ci√≤ che conta √® saper mettere a tono la lezione di Mann, vedere in che modo una esperienza di lettore possa innestarsi nel corso stesso della vita o, addirittura, fondersi con le ansie e le preoccupazioni dell’intelligenza. Il saggio nato originaria ¬≠mente come una serie di corrispondenze giornalistiche per la ¬ę Neue Zurcher Zeitung ¬Ľ, a distanza di venticinque anni non ha perso gran che della sua efficacia.

Caso mai, ci si potrebbe chiedere se la nostra civilt√† o meglio le nostre nuove abitudini di vita consentirebbero an ¬≠cora di queste divagazioni, di questi ozi preziosi, ma anche questa √® una domanda da evitare; purtroppo siamo abituati diversamente e abbiamo bisogno di confronti immediati. Non crediamo pi√Ļ ai modelli eterni, i nostri eroi sono prov-visori, fotografici e senza fondo. In altre parole siamo con ¬≠vinti che l’unica verit√† utile sia quella del momento e che tutto il resto faccia parte di un agio, di una ricchezza che ormai ci sono proibiti. Ma non √® neppure di questo che dob ¬≠biamo occuparci: per il momento ci sembra pi√Ļ opportuno mettere l’accento su un altro fatto e, cio√®, che la sempli ¬≠cit√† discorsiva di Mann finisce per toccare due punti vivi della questione Don Chisciotte, di solito sacrificati e annul ¬≠lati da un eccesso di intenzioni culturali, dal bisogno di tro ¬≠vare dei simboli e delle spiegazioni cervellotiche alla grande fantasia cervantina. Il caso limite di questa aberrazione si verific√≤ proprio da noi qualche anno dopo l’apparizione del saggio manniano e per opera di un filologo inspiegabilmente smarritosi in una spaventosa selva parafilosofica: l’idea di spiegare le vicende di Don Chisciotte con il sus ¬≠sidio di Sant’Agostino era un’idea come un’altra, ma in pratica non doveva servire che a darci un pensum illeggi ¬≠bile e inutile.

Purtroppo questa mania non si √® spenta, se proprio in questi giorni arriva dalla Spagna la notizia che un letterato avrebbe trovato finalmente la chiave del capolavoro cervantino nella storia di Ignazio di Loyola: ¬† anche quando sar√† pubblicata la tesi enorme di Rodrigo Vald√©s ho il sospetto che il mistero di Cervantes rester√† per nostra for ¬≠tuna intatto. Ha ragione da vendere Mark Van Doren nel suo libretto Don Quixote’s profession(New York, Columbia University Press) quando, a proposito del mistero del libro, tiene a ripetere una cosa non nuova ma che un po’ tutti noi siamo portati fatalmente a trascurare. Dice il cri ¬≠tico americano che nessun lettore del Don Chisciotte legge lo ¬ę stesso libro ¬Ľ, di qui la necessit√† dell’origine delle in ¬≠finite teorie. In realt√† tale prerogativa spetta a tutti i grandi libri che non si esauriscono nell’ambito di una esperienza personale, e si verifica tutte le volte che lo scrittore riesce a fare della propria storia una storia anonima, senza un volto preciso, anzi suscettibile di sciogliersi in cento altre sembianze. Van Doren studia assai bene il fenomeno della verosimiglianza umana di Don Chisciotte. Il personaggio vive e, se si, in che modo?

√ą la domanda capitale su cui poggia tutta la costruzione dello scrittore e su cui dovrebbe regolarsi l’intelligenza del lettore: guai a porre dei limiti, suggerire riserve su questo punto, altrimenti si finisce per aprire la prima breccia al gioco dell’interpretazione, qualcosa come le scatole cinesi che si ripetono all’infinito.

Una volta ammessa la vita vera del personaggio cervan ¬≠tino, bisogna per√≤ chiedersi: come vive? Van Doren ri ¬≠sponde: vive come un attore, come uno che deve rappresentare una parte. Ecco la professione di Don Chisciotte, essere l’attore della propria vita e ci suggerisce un’altra di ¬≠stinzione: sul piano dell’esistenza la sua professione √® quella dell’attore, ma su quello della volont√† esistenziale √® quella del Cavaliere errante.

Metterei l’accento sulla scelta della professione come segno di evasione : ognuno di noi tende a rappresentare una parte per evitare la responsabilit√† delle ultime domande. La definizione di Van Doren : ¬ę un gentiluomo di cinquan ¬≠t’anni, che non avendo nulla da fare si inventa un’occupa ¬≠zione ¬Ľ vale per Don Chisciotte ma anche per noi. Caso mai la differenza sta altrove : Don Chisciotte non aveva da fare nulla, ma aveva una sua fede, noi abbiamo soltanto da fare. Qualunque cosa ci tiene il posto di fede. Tutta la vita resta dilaniata da questa contraddizione in profondit√† e non a caso Thomas Mann, alla fine della navigazione, sogna Don Chisciotte, ma un Don Chisciotte diverso da quello famoso.

¬ę Aveva baffi grossi e cespugliosi, la fronte alta e sfug ¬≠gente e, sotto le sopracciglia dense, gli occhi grigi erano quasi ciechi. Non si present√≤ come cavaliere dei Leoni, ma come Zaratustra ¬Ľ. Ma anche questo √® un sogno da europeo, √® una fantasia da intellettuale. Nietzsche ha trovato la solu ¬≠zione della vita nel gorgo della pazzia, probabilmente la sua era un’avventura non pi√Ļ sostenibile nell’ambito d’una vocazione umana. Al contrario la mania di Don Chisciotte resta per ogni lettore di buon senso un invito al concreto, alla realt√†, e tanto Mann quanto Van Doren hanno ragione nel raccomandare di tenere il pedale sull’importanza dello spirito comico, sulla grossa vena di scienza umana che nutre e domina la storia del Cavaliere errante.

Sono proprio le grosse contraddizioni del libro, gli squi ­libri, i bruschi passaggi dal comico al compassato a renderci sicuri della profondità della visione umana del libro; siamo noi a essere sempre seri, Cervantes, dice ancora Van Doren, è allegro, superficiale, strano, come la vita stessa. La chiave vera del problema sta qui: come la vita stessa. Un libro si salva dalla letteratura quando restituisce questo suono inconfondibile, quando gode di queste straordinarie ed enormi contraddizioni: in qualsiasi altro modo obbedisce soltanto a una moda e, nel giro di quella moda, muore.

Varrebbe la pena di ricordare una verit√† tanto semplice ai commentatori del Don Chisciotte, soprattutto a quelli che si servono del libro per dar prova di acutezza e di inge ¬≠gno. Non si tratta di spiegare il Don Chisciotte come una serie di piccoli problemi, ma di lasciarsi penetrare da quella scienza della vita, semplice fino ad apparire grossolana, che si basa sulla verit√† naturale, rifiutando i sofismi, gli abusi, l’errore dell’intelligenza.

30 luglio 1959.

IV. L’ultimo sonno di Don Chisciotte

Gli italiani hanno finalmente scoperto Cervantes e si sono messi a leggere il Don Chisciotte? La domanda che per forza di cose resta oggi senza una risposta sicura, √® per√≤ autorizzata dalla moltiplicazione delle traduzioni del capolavoro cervantino in questo dopoguerra. Abbiamo avuto quella dell’Utet a cura di Gherardo Marone, quella di Einaudi, opera di Vittorio Bodini, ed ecco, freschissima di stampa, quella di Cesco Vian e Paula Cozzi delle ¬ę Edizioni per il Club del libro ¬Ľ di Milano.

Se si aggiungono le traduzioni dell’Ottocento e della prima met√† del Novecento ancora in commercio, bisogna ridimensionare per forza il campo della curiosit√† italiana. Un campo che per ora resta circoscritto al lavoro di divulgazione √Ę‚ÄĒ sia pure alto e controllato √Ę‚ÄĒ ma in avvenire dovr√† essere allargato e nutrito in profondit√† con interessi critici pi√Ļ diretti e responsabili. Non che in passato siano mancate in Italia opere di questo tipo (baster√† ricordare i libri di De Lollis e di Casella), √® per√≤ un fatto sicuro e indi ¬≠scutibile che da noi non si √® avuta quella particolare lette ¬≠ratura di amplificazione che sul tema di Don Chisciotte ha intrecciato un dialogo moderno, vivo e attuale. Nulla, cio√®, di quello che si √® verificato altrove, specialmente in Inghil ¬≠terra e in Germania, sulla spinta del romanticismo. Un lavoro che preso a s√© costituisce un vero e proprio capitolo della storia dell’intelligenza moderna, e ha fatto bene il Vian nella sua dotta introduzione a segnarne i confini e a valutarne le intenzioni.

Il Vian, dopo avere illuminato il vastissimo panorama della critica cervantina, ha creduto opportuno indicare al lettore italiano una strada di prudente intelligenza del Don Chisciotte, al di fuori delle sollecitazioni curiose o troppo azzardate o comunque pericolose per una esatta valutazione dell’opera. Che cosa suggerisce l’ultimo traduttore italiano? Accettare con forte criterio di discrezione i vari punti di vista, ma alla fine restituire alle intenzioni del Cervantes la giusta dose della verit√†: credere, cio√®, a quello che Cervantes ha detto di avere voluto fare con la storia del suo ¬ę fantasioso gentiluomo ¬Ľ, senza esasperare i sottintesi, le allusioni, i contraccolpi di una realt√† dolorosa che lo scrittore avrebbe per ragioni di opportunit√† travestito o addo ¬≠mesticato.

Come si vede, la posizione del Vian pecca √Ę‚ÄĒ caso mai √Ę‚ÄĒ per eccesso di onest√† e di buona fede; ma chi conosce il quadro delle infinite interpretazioni del capolavoro cervantino, non potr√† che apprezzarla meglio e coglierne la variet√† del rapporto. Per accreditare la sua raccomanda ¬≠zione di stare alla lettera del libro, con tutti i soccorsi del ¬≠l’intelligenza artistica, storica e filosofica, il Vian mette in rilievo la grande importanza dell’ultimo capitolo del libro o, per meglio dire, della morte dell’eroe.

Generalmente, e soprattutto da parte di quei critici che erano preoccupati di trovare nel libro la dimostrazione di una ¬ę loro ¬Ľ tesi, si ritiene che la morte di Don Chisciotte sia soltanto uno stratagemma e per di pi√Ļ abbastanza ba ¬≠nale e puerile, per trovare una soluzione di comodo, in netto contrasto con la verit√† stessa del libro. Il Vian nega recisa ¬≠mente tale supposizione e trova nella malattia, nel testa ¬≠mento e nella morte di Don Chisciotte, l’esatta articolazione di risposta all’avventura della vita, agli errori, agli eccessi del protagonista. √ą un modo di comporre naturalmente √Ę‚ÄĒ proprio il contrario dell’arbitrio e dell’accorgimento √Ę‚ÄĒ il disegno di una esistenza, che ha peccato per mancanza di unit√† e di equilibrio.

In altre parole, il Vian raccomanda di non scegliere un momento, una frase dell’eroe per costruirci sopra una filoso ¬≠fia, una interpretazione della vita, soprattutto della vita che deve servire a noi, mentre si batte per restituire alla storia di Don Chisciotte un senso di responsabilit√†, insomma quel modo di vedere le cose della realt√† ¬ę insieme ¬Ľ e non da un solo punto di vista, sul filo di un equilibrio inventato. Con ci√≤ non si rinnegano quelli che sono i diversi ¬ę punti di vista ¬Ľ su cui del resto proprio il Cervantes ha costruito il mondo del suo eroe.

Nella lettura dei libri fondamentali, ci si illude spesso di trovare tutte le sollecitazioni possibili, ma bisogna stare attenti a non rompere quell’equilibrio naturale, quel lavoro di collaborazione, per estrarre il motivo che pi√Ļ ci interessa in quel preciso momento. Oltre tutto, si tratta di letture anti-storiche e provvisorie. Purtroppo tale tendenza ha trovato nel campo cervantino la possibilit√† di svilupparsi in ma ¬≠niera paradossale. La bibliografia critica cresce in tutto il mondo, ma buona parte delle sue voci rientrano in quella categoria degli arbitrii di natura intellettuale, e sembrano riferirsi proprio a quel tipo di letteratura fantastica che √® stata la prima rovina della saggezza di Don Chisciotte. Penso, per fare un esempio, ai saggi raccolti da Jos√© de Benito in un recente volume pubblicato a Madrid da Aguilar, Hacia de luz del Quijote, e alla vanit√†, allo spreco di tanto ingegno per approdare a dei risultati gratuiti e cervel ¬≠lotici, diciamo pure a una critica anagrammatica.

Ma ritorniamo al punto che ci interessa oggi, alla morte di Don Chisciotte. Dice bene il Vian: ¬ę La conversione fi ¬≠nale di Don Chisciotte non rappresenta affatto, come sembr√≤ ai romantici, un ‘ rinnegamento ‘ degli ideali della cavalle ¬≠ria, quindi una specie di tradimento, di brutto tiro giocato da Cervantes nei riguardi della sua creatura. In quel ca ¬≠pitolo finale √Ę‚ÄĒ per nulla affrettato o posticcio, bens√¨ al con ¬≠trario, solenne e patetico √Ę‚ÄĒ Don Chisciotte doveva ricono ¬≠scere i propri torti, che esistevano effettivamente ed erano gravi ¬Ľ. Parole giuste, e per trovarne la verit√†, bisognerebbe poter immaginare un’altra soluzione al Don Chisciotte, tro ¬≠vare un’altra fine all’eroe. Quale fine, quale morte? Basta farsi la domanda per capire che qualsiasi altra soluzione avrebbe peccato di arbitrio, di eccesso, sarebbe stata ancora un ¬ę gesto ¬Ľ contro lo spirito di unit√†. Per restare nella favola, la chiave di tutta la vicenda donchisciottesca sta nelle sei ore di sonno che mutano il corso della sua vita e determinano la sua ritrattazione, ma √Ę‚ÄĒ si badi bene √Ę‚ÄĒ ritrattazione nella verit√†, attiva, non gi√† di comodo.

Don Chisciotte preg√≤ che lo lasciassero solo perch√© voleva dor ¬≠mire un po’. Obbedirono, e dorm√¨, tutto filato, come si usa dire, per pi√Ļ di sei ore tanto che la governante e la nipote temettero che sarebbe rimasto morto nel sonno…

E la spiegazione del sonno l’abbiamo poco dopo, quando parlando alla nipote, egli dice : ¬ę Vorrei morire in tal modo da far capire che la mia vita non fu tanto cattiva da meri ¬≠tarmi la fama di pazzo: che, sebbene lo sia stato, non vor ¬≠rei confermare questa verit√† con la mia morte ¬Ľ. Che non √® una sconfessione, ma al contrario √® una rivendicazione della propria libert√† nella luce dell’unit√† e dell’equilibrio umano. Se non ci fosse stato l’ultimo sonno terreno di Don Chisciotte, si potrebbe pensare a una fine posticcia, a un arbi ¬≠trio, ma c’√® quel lungo spazio d’ombra, c’√® quel tempo di silenzio di cui non sapremo indagare mai bene il peso di mistero e il rapporto di verit√†: sono lo spazio e il tempo della definitiva metamorfosi di Don Chisciotte in uomo, in un qualsiasi Alonso Chisciano, soprannominato il Buono. L√† √® avvenuto l’accordo, quel modo di ritrovarsi nella realt√† che Sansone Carrasco illustrer√† nell’ultima frase del suo epitaffio: ¬ęVivere pazzo e morir savio ¬Ľ. Il sonno √® stato cos√¨ la strada della composizione finale di Don Chisciotte, il filtro delle illusioni e del famoso disinganno.

1 ¬į giugno 1961.


Letto 1548 volte.
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Bart