di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 8 settembre 1970]
Se fa bel tempo, come que st’anno, la fine d’agosto nei Paesi Bassi è singolare e pia cevole per un contrasto ed accordo di varii elementi.
Ma, premetto, Paesi Bassi è una locuzione antiquata, imprecisa e anche antipatica. Mi avventuro pertanto a co niare dall’olandese Nederland una italianizzata « Neder- landa » che mi sembra stili sticamente più riguardosa ver so la nazione per tanti rispet ti di nobile civiltà e tradizio ne. S’intende, arrischio tale locuzione ad uso mio perso nale.
Contrasto, dunque, e ac cordo: e intanto, quando fa bel tempo, cioè non sempre, a quanto m’è stato detto, e neanche spesso, in cotesta fi ne d’agosto si sente il dono, l’eccezione, la grazia del cli ma in un bel tempo che sem bra sospeso e come stupito di sé,
E’ il sole caldo e vivido, temperato da un fondo d’aria fresca acquatica, propria del paese fluviale e lagunare nell’immenso estuario renano: e quando sembra che stia per appesantire, vengono a schia rirla e rinfrescarla le ventate marine oceaniche, spiranti dal largo.
Sono i luminosi grigiori della caligine lieve e diffusa, i nitori dell’azzurro intenso e chiaro, sono i colori e l’aria, le luci e trasparenze di Vermeer, i candori delle bian che nuvole torreggianti o fug giasche; sono i verdi degli ampi pascoli ed erbai, delle rigogliose boscaglie, delle du ne vaste e dei terreni che a ridosso di queste e degli ar gini e nelle plaghe dov’è in atto il prosciugamento e la bonifica, serbano un caratte re fantasiosamente selvatico o assumono quello travagliato degli inizi di bonifica: stagni e sorgive e acquitrini e step pe e sabbie.
Sono i verdi, vien fatto di pensare, dell’estate di un pae se che non sa che sia la sic cità, ma una fin d’agosto co me quella di quest’anno in Nederlanda li impregna, essi e la luce e l’aria, a contrasto e in accordo, d’uno splenden te, nutritissimo rigoglio esti vo, e d’un rassegnato e te nero presagio autunnale, in una luce e clima che non paiono ancor d’agosto e son già più che di settembre. C’è come una letizia di natura doviziosa, contenta, non che rassegnata, della sua breve cagione, come ne sentisse il dono e il pregio prezioso.
Quanto alle tante varietà di verdi, cotesto climatico pre sagio induce a cercare se c’è qualche frasca in cui la fo glia cominci a sentir l’autun no; ma è una ricerca vana. Si direbbe che le foglie, tanto son vive e nutrite, seccheran no di colpo, anzi cadranno tutte insieme ancor verdi. Ma è una fantasia; e per non ca stigarla, non sono stato a chiedere.
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Un’altra contrastante carat teristica del paese estuariale, vien dal fatto che l’immenso, veramente formidabile lavoro di dighe ed argini e canali, a conquista e difesa, prosciu gamento e bonifica, in buona parte quasi sparisce e si oc culta, quasi fin dai suoi pri mi risultati. Salvo nelle po tenti dighe foranee, l’operato umano riesce come naturale e naturalizzato.
E questo è venuto a ricor darmi Venezia e quel che chiamerei l’impianto idrauli co di quest’altro gran lavoro umano della laguna e del l’estuario fluviale veneto: anch’esso appare naturale, na turalizzato, e come se fosse stato sempre. Non sto a dire quanto sia illusoria impres sione, di cui attualissime e dolorose esperienze mostran semmai l’inganno e la falla cia e quanto lavoro occorra a mantenerlo.
Un confronto storico fra Venezia e Olanda, si sa quant’è ricco di concordanze: una sta nella gloria della pittura, grandissima e comune all’una e all’altra oligarchica repub blica marinara.
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Grande artista, grande spi rito, occorre dirlo? il pittore e incisore di quella serie d’e piche storie bibliche ed evan geliche e di realistiche figu razioni civili, domestiche, paesistiche, che son la gloria del figlio del mugnaio di Leida. Che Rembrandt sia un genio pittorico e poetico è super fluo a dirsi, salvo per aggiun gere che univa alle sue facol tà geniali una capacità di pe netrazione e comprensione umana che ha poche uguali e nessuna superiore. Ma an che questo si sa: semmai, ba sterebbe citare La fidanzata ebrea del museo di Amster dam, oppure il piccolo qua dro del Louvre, in cui vive tutta e pura la semplice poe sia umana e la sublimità re ligiosa della « frazione del pane » e della rivelazione del Risorto ai due discepoli nella cena di Emmaus.
Anche superfluo e vano sa rebbe dire che pochi quadri abbian avuto tanta presa su di me, e nessuno di più, se non fosse per scusarmi di quel che sto per dire. E cioè che la più che famosissima « Ronda » del museo di Amsterdam, tanto a vederla quan to a ripensarla, in tutto e con tutto il suo meraviglioso sfog gio di virtuosistica bravura, non resta d’apparirvi come ir retita, captata. Si risente, mi pare, dell’obbligo ufficiale, dell’impegno fastoso e cele brativo, cerimoniale. Vi si sente la tensione della ricer ca, la posa dei personaggi, l’esasperazione degli effetti: movimento, luce, composizio ne. L’errore stesso di creder la notturna può denunciare l’artificiosità delle sue illumi nazioni pittoriche, ossia una loro retorica. Insomma, pit tura di parata per un sogget to di parata, il suo argomento aveva poco da dire, in pro fondo e nell’intimo, al pitto re della Lezione di anatomia del professore Tulp, nel mu seo dell’Aja.
Qui, da parte le virtù tec niche, che ci son tutte, dell’artista, il contrasto fra i co lori della morte sul cadavere sezionato, e i colori della vita sui visi del docente e dei di scepoli, le varie gradazioni e qualità delle diverse attenzio ni e curiosità di essi, (ce n’è perfino uno distratto), la sce na e lo spirito della scena, l’argomento e il suo caratte re storico ed umano, hanno parlato all’artista con forza grande e intimità profonda.
Il cappello stesso in capo al professore è un tratto sti listico, insegna d’autorità ac cademica, ma Rembrandt ha colto e reso in una maniera quanto mai e quanto non si potrebbe più vera quel che di grave e drammatico ave vano le pratiche dell’anato mia fra difficoltà e impedi menti pratici, scrupoli reli giosi, riluttanze d’ogni sorta, mentre il modo come veniva sezionato il cadavere, general mente di un giustiziato, espo neva al pericolo delle infe zioni necrotiche.
Con questo e anzi per que sto, la grande opera, spiran te intelligenza vivida e ani moso amor del sapere e dell’indagine e della scoperta queste virtù, oltre che rappresentarle in sé stesse, essa le celebra in gloria del paese e in un periodo storico in cui vigoreggiarono in Olanda e nella civiltà europea.
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Come tutti sanno, ci sarebbe, al museo d’Amsterdam un’altra « anatomia », ma un vandalico sacrilegio artistico, tagliandola, non ne ha lasciato sussistere altro che due figure e lo scorcio del trono sventrato e del cranio sezionato, sicché se ne può ricavare la cognizione estetica del drammatico orrore del pittore per gli oggetti di tali soggetti. Vuol dire che l’ebbe a vincere per dipingere la lezione, dove appar superato, dominato, illuminato da un alta e vigorosa ispirazione non che estetica, anche morale e filosofica e religiosa?
Tutto questo è detto dal lacerto della Anatomia di Amsterdam, il quale anche dice, miserevolmente, per quali mani e per quali catastrofiche vicissitudini passò il tesoro delle arti.
Passò? Sarà più conforme al vero usare il passato prossimo: e se si pensa, oggi e come oggi, all’Estremo od al Vicino Oriente…
In un momento d’ansia d’umor nero m’è venuto un tetro epigramma: . Che cos’è mai più inutile – Che adontarsi del mondo come va? Solamente rispondere – Che va così da sempre come andò. – E sarebbe a desumerne – Che sempre com’è andato così andrà, – Se non desse a presumere – Per esperienza, che peggiorerà. –
Mi scuso del pronostico.