di Roberto Ridolfi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 23 aprile 1970]
A cose fatte (e fatte a quel modo), i conti non tornano. La fama del Segretario fiorentino è venuta sempre crescendo e crescerà «finché il mondo lon tano », cresce in tutto il mon do lo studio dell’uomo e del suo pensiero, si moltiplicano (anche troppo e con poco o nessun vantaggio del testo) le edizioni delle sue opere, si gonfia come un fiume in piena la sua bi bliografia: ebbene, di fronte a tanto giganteggiar di fortune, s’è visto un centenario un po’ nanerottolo.
Non è mica una mia scoper ta. Oratori, scrittori, giornali sti hanno deplorato pubblica mente la cosa; c’è chi l’ha (co me oggi si dice) «politicizza ta », rinfacciando a chi ci go verna la scarsità dei mezzi stan ziati e una certa freddezza in travista al sommo delle gerar chie governative; da parte go vernativa, si è replicato nume rando i milioni elargiti e mo strando che non sono stati poi tanto pochi. Pochi non sono stati; ma in verità nemmeno molti; specie se si paragonino i denari spesi per onorare que sto grande italiano a quelli spe si per i centenari d’altri italiani grandissimi, ma sempre meno grandi di lui.
Antico difetto
Eppure io credo che il torto non sia tutto di chi ci governa. In questo centenario, per farmi bello di un’altra espressione corrente, « qualcosa non ha fun zionato ». La colpa va divisa equamente in tante parti e cia scuno di noi, me compreso, de ve prendersene la sua fetta. Non si può dire che in tutti sia mancata la buona volontà; c’è stato chi ne ha avuta per sé e per altri: addirittura com movente il fervore del sindaco di San Casciano, instancabile a mettere insieme forze disper se, a promuovere incontri, a su scitare dormienti e svogliati.
Certo ha nociuto non poco che nella città del Machiavelli, nel Palazzo della Signoria do ve il Segretario fiorentino per tanti anni operò, proprio allo scoccar del centenario sia va cato lo scanno del primo citta dino: e anche prima, da un po’ di tempo, ci tirava l’aria che doveva tirarci dopo il sacco di Prato. Se su quello scanno ci fosse stato a sedere qualcuno, sarebbe già parsa una bella cosa; ancora più bella se, una volta in cent’anni, lui, suo pa dre, suo nonno, e magari qual che altro ascendente, fossero stati battezzati con l’acqua del l’Arno. Tra i difetti dei fioren tini (e Dio sa quanti n’hanno) c’è anche questo: le cose di fa miglia se le governano volen tieri da sé.
Ha poi nociuto la solita fa ciloneria all’italiana, la fede nel nostro estro d’improvvisazione, nel miracolo dell’ultim’ora. Ri cordo che per il centenario savonaroliano del 1952 mi furono dati pochi giorni per mettere insieme una mostra di docu menti e di edizioni. Il miracolo quella volta ci fu, e all’apertu ra della mostra il catalogo era già pronto. Ma non si può sem pre contar sui miracoli.
Questa volta è mancato un disegno d’insieme, è mancato uno spiritus regens, è mancata l’opera e l’autorità di qualcuno che si facesse promotore in se de parlamentare o governativa di una legge che sola avrebbe consentito, come è stato fatto per altri centenari minori e più fortunati, di stanziare le non molte decine di milioni oc correnti: oggi che si trovano così facilmente centinaia di mi liardi per cose magari non sen za importanza sociale, ma di ri levanza minore sub specie ae-ternitatis. E, vacando lo scan no che ho detto, è da deplorare che un deputato o un senatore di Firenze non abbia rizzato per tempo questa bandiera.
E neppure s’è trovato uno studioso di bastante autorità che la rizzasse; anche se, co me accade in queste circostan ze, prima ancora che la dili genza del centenario fosse sul le mosse, era cominciato già l’arrembaggio. Studiosi illustri e meno illustri che mai s’erano occupati del Machiavelli, o se n’erano occupati a quel modo, fecero ressa agli sportelli, o sa lirono addirittura a cassetta. In quel pigia pigia, altri si tirò educatamente da parte.
Giuseppe Prezzolini, scriven do dei convegni tenuti per il centenario, confessò con diver tita compunzione di non averci preso parte perché nessuno lo aveva invitato. Gli specialisti di professione, forse, non lo consi derano dei loro, meritandosi così la sua gratitudine; ma egli si è occupato tanto del Machia velli, lo ha capito sotto certi aspetti meglio di molti altri, ha tanto ingegno quanto nessuno di noi, ha un luogo tale nella storia della cultura italiana, che anche questo mi pare un segno (se non altro) di confu sione in chi, cocchiere o mosca cocchiera, ha creduto di poter guidare la diligenza.
Arrivati alle porte coi sassi, s’è pensato finalmente anche alla legge: ma era ormai trop po tardi. La Direzione generale delle Accademie e Biblioteche, pilotata dal professor Salvato re Accardo, un direttore gene rale come pochi ne ho trovati nella mia lunga navigazione fra gli scogli dei due ministeri che governano biblioteche ed archivi, ha fatto quel che ha potuto e qualcosa di più: ha trovato nei raschiatissimi fon di del bilancio un bel numero di milioni per la mostra ma chiavelliana in Palazzo Vecchio (della quale, fra parentesi, non s’è visto ancora il catalogo, che ragionevolmente avrebbe dovu to uscire, se non prima che la mostra si aprisse, almeno quan do era ancora aperta: non già quando quel catalogo non ser virà né ai più longevi visitatori sopravvissuti né agli specialisti, che hanno per illuminarsi altri moccoli) ; a questi milioni ne ha aggiunti poi quanti si presu me che bastino per una biblio grafia di ciò che finora è stato scritto nel mondo sul Machia velli: la quale sarà forse il maggiore acquisto del centena rio, perché le conoscenze senza bibliografie sono come un pae se senza strade. Ha infine con corso con altri stanziamenti ad altre manifestazioni minori, ma pur esse opportune.
L’impresa fallita
Oltre questa bibliografia, alla quale sta lavorando una squa dra di bibliotecari professional mente molto ben preparati, re steranno del Centenario le varie relazioni lette nel convegno in detto a Roma dall’Accademia Nazionale dei Lincei, nei conve gni di Firenze e in quello pro mosso a Venezia dalla Fonda zione « Giorgio Cini », consule Vittore Branca; per non par lare di più modeste celebra zioni.
A occhio e croce, non mi pare che siano venute fuori novità strepitose : una n’era venuta fuori appena quattro anni pri ma con un più completo testo della Mandragola, e un’altra apparirà a festa finita: un frut to che maturerà nell’estate. Ma anche in quelle relazioni del buono ci sarà certamente e ri marrà: riporremo dunque nel granaio il grano sceverato dal loglio e dalla pula delle parole inutili. Ciò potrà farsi soltanto alla fine della battitura, quan do, per uscir finalmente di me tafora, saranno pubblicati gli Atti dei convegni suddetti.
Nulla, invece, rimarrà di una faraonica impresa, di cui s’era favoleggiato: una pubblicazio ne che avrebbe dovuto racco gliere tutti i minutari della se conda Cancelleria, dei Dieci, dei Nove, al tempo del Machia velli, e non so che altro: scu sate se è poco. L’impresa, slar gata poi entro ancor più vasti confini, doveva essere irrigata da un’alluvione di dollari, che si aspettavano d’oltre Atlanti co. Di così fatte speranze talu ni si sono pasciuti; sebbene, a parte la confusione e certa ri dondanza del disegno, poco co strutto ci si potesse vedere.
In un’adunanza dove si trat tavano queste cose del cente nario, qualcuno (che potrebb’essere anche il sottoscritto) raccontò un aneddoto tratto dalla leggenda aurea del poeta Giovan Battista Fagioli. Per dirlo in poche parole, era pas sato da Firenze un turco con un maraviglioso cavallo, offren do al granduca di fargliene ave re altri come quello o meglio di quello. Il granduca gli ave va anticipato a chius’occhi non so quante migliaia di ducati; uscito poi dai Pitti in carrozza per la passeggiata, trovò sul Ponte Vecchio il poeta, seduto a un tavolino con un librone dinanzi. Fatta fermare la car rozza e domandatogli che diavol facesse, quello rispose es ser lì per registrare tutti i fur bi che passavano (veramente l’epiteto fu un altro). Il gran duca, scherzando come usava far col Fagioli, gli domandò se per caso non avesse segnato anche lui.
« Guardi, Altezza, lei è il pri mo. Che vuol Ella? Dopo aver dato tutti quei denari a un fo restiero che nessuno aveva mai visto e che mai più nessuno ve drà… ».
« O se invece torna coi ca valli? ».
«Allora si fa così: cancello lei e ci metto lui ».
Ma intanto i lumi del cente nario sono spenti da un pez zo, e sul librone del poeta ci sono rimasti i nomi di chi in quei milioni dello zio d’Ameri ca aveva creduto.
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Mi piacerebbe che molti leggessero La recitazio ne (narrazione) del caso di Pietro Pagolo Boscoli e di Agostino Capponi, scritta da Luca della Robbia l’anno 1513. Il Boscoli si era messo in mente di uccidere Giuliano e Lorenzo dei Medici, quali tiranni. Nella sua testa era penetrato Bruto. La lista dei possibili congiurati fu dal Boscoli smarrita. La polizia la trovò. Tra i nomi c’era quello del Machiavelli, che fu anche lui arrestato e sot toposto ai doloranti tratti di corda. Al Boscoli e al Cappo ni fu tagliata la testa. Luca della Robbia narra come il Boscoli si presentò alla mor te, riferisce con tale sempli cità e sincerità, con parole così oneste e precise da ele varsi alla più grande arte; anche la politica qui diven ta poesia. Fu già questo rac conto pubblicato da Le Monnier nel 1943, con prefa zione di Bacchelli.
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Una risposta a “Machiavelli celebrato sottovoce”