di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]
La storia di Simone de Beauvoir ha subito negli ultimi sei o sette anni una forte correzione che lascia capire molte cose non soltanto sul suo caso personale ma addirittura su un certo tipo di letteratura e forse sulla condizione stessa dello scrittore dei nostri giorni. Potrebbe essere la riprova per chi crede che l’unico modo di inventare, oggi, sia quello di raccontare se stessi.
Nata alle lettere al tempo della guerra e sulla scia del suo grande amico Sartre, la Beauvoir ha cominciato aggre dendo con foga tutti i generi possibili, romanzo, teatro, saggio, ma soltanto dopo molti anni, quando un po’ si era spenta la luce sulla ribalta delle attualità, ha scoperto la sua vera natura e ha individuato quello che era il campo più adatto alle sue ricerche. Questa seconda, e per noi più vera Beauvoir è nata con un libro che formalmente ripe teva le tracce e le disposizioni del romanzo mentre in fon do per il tono della confessione, per il modo di raccontare la realtà apparteneva piuttosto al genere delle memorie. Così accadde che Les Mandarins, pubblicato nel 1954, fosse continuato, o meglio venisse ripreso da principio nei Memoires d’une jeune fille rangée (tradotto da pochi mesi in italiano dall’editore Einaudi).
Nei Mandarini si raccontava la storia di una particolare famiglia di intellettuali parigini che per comodità diciamo « esistenzialisti », nelle Memorie la luce cadeva esclusiva mente su una figura sola. Era la storia dell’unica, della vera protagonista di tutti i libri di Simone: la storia di se stessa, a cominciare dai primi anni fino alla liberazione dal giogo della famiglia. Nata nel 1908, nel primo tomo delle Me morie si portava alla soglia dei vent’anni con la morte ideale della ragazza per bene e qui il racconto avrebbe dovuto finire. Invece la scrittrice avvertì che il suo compito non era finito, perché non bastava raccontare la storia della liberazione come una semplice storia di desideri ma era necessario far vedere in che modo la conquista veniva con solidata dopo i primi momenti euforici, dire in che modo erano stati riempiti i giorni sottratti alla vita e ai pre giudizi della ragazza di famiglia.
L’origine del secondo volume delle Memorie è stata dunque, questa. Vediamo adesso in che modo Simone ha soddisfatto il suo nuovo compito, per essere più precisi, il secondo tempo della sua storia. Non c’è dubbio che d’ora in poi di questo genere di racconto di vita, la scrittrice farà un vero e proprio film. Nel primo volume era studiata l’in fanzia e l’adolescenza, nel secondo che s’intitola La Forcede l’í¢ge (ed. Gallimard) si raccontano gli anni che vanno dal 1920 al 1944, fra i primi esperimenti didattici e la fine della guerra. È difficile calcolare i limiti del terzo volume già annunciato, anzi è difficile dire se basterà un altro vo lume o se per i quindici anni del dopoguerra, date le larghe esperienze, i viaggi, gli incontri della scrittrice, non sarà necessario dividere la nuova storia in più volumi. La cau tela del pronostico è necessaria, se si confrontano le tre cento pagine delle Memorie con le seicento del nuovo volume.
Com’è la nuova Simone? Direi che col tempo il ritratto guadagna in evidenza, la scrittura si fa più sciolta o, per lo meno, risulta meno inceppata dagli intenerimenti di dubbia natura che falsavano il tono di confidenza delle Memorie. Con il passare degli anni, a mano a mano che la ragazza si perde nella donna, le cose acquistano un mag gior rilievo e ottengono da parte di chi racconta una di versa giustizia.
Per uscire dallo stato di nebulosa, in cui l’età ingrata la costringeva nonostante gli stimoli e gli impulsi di ribel lione, alla Beauvoir sono stati necessari dei veri e propri tempi di chiarificazione. Gli anni di insegnamento a Marsiglia prima, a Rouen dopo, e infine a Parigi, i viaggi, la vicinanza con Sartre (finalmente lo vediamo uscire dallo stato di incertezza in cui era bloccato nei Mandarini) l’han no aiutata a farsi, a trovarsi. Molto di più delle esperienze puramente intellettuali, assai più delle letture, degli in contri con Nizan, con Merleau-Ponty, con Aron, che erano poi gli amici e i colleghi di Sartre. Caso mai a voler sotto lineare il primato dello spirituale – tanto per riprendere un titolo famoso di Maritain che la Beauvoir e Sartre usa vano ironicamente – hanno avuto un peso chiaro le idee di rotta, le norme che hanno guidato indirettamente la sua vita di donna.
Non ci si conosce, dice Simone, ci possiamo soltanto rac contare e infatti il suo libro è piuttosto una lunga rela zione, una relazione infinita che solo per comodità del let tore è stata contenuta in termini accettabili. Certe lungag gini che per noi non hanno senso, trovano la loro giusti ficazione nel tentativo di ricreare la vita così com’è stata, di restituire il suono autentico della narrazione.
Detto questo, è inutile aggiungere che il libro non è viziato dal gusto della retorica o delle belle frasi: la sciat teria è un prezzo alto per sfuggire all’errore dell’ingrandi mento psicologico: ma riconosciamo che la Beauvoir l’ha sempre pagato con assoluto disinteresse. Ancora, le sarebbe stato facile â— avendo di fronte il protagonista della sua vita, Sartre — fare della sua storia un tentativo di inter-pretazione del grande compagno, ora di proposito si è negata a questo giuoco facile, comodo, ma alla fine vile. Ciò non significa che non si parli di Sartre ma se ne parla nel modo più anonimo e Sartre è presente ma lo è come qualsiasi altro personaggio, come Nizan, come gli amici privati, il cui nome è già stato cancellato dal tempo.
Ciò che si è detto per Sartre, vale per gli avvenimenti di quegli anni: il Fronte popolare, la guerra di Spagna, la grande guerra del ’40, l’occupazione su su fino alla Libe razione. C’era davvero tutto per cadere sui toni alti, ora anche su questo punto Simone ha preferito far la figura dell’ingenua, di chi non ha capito: e questo da alla sua storia un accento di sincerità di cui non si saprebbe non tenere conto. Ha detto tutto? Dentro certi limiti, sì. Per contro lei stessa confessa di aver fatto delle omissioni, ma per quanto riguarda la vicenda della sua intelligenza si direbbe che il più c’è. Si veda la confessione â— così diffi cile per una donna come quella â— delle sue necessità in time, e soprattutto le ultime pagine sulla morte e sul peso che la morte ha per chi si è scoperto mortale. La Beauvoir non è certo uno spirito religioso e a nessuno verrebbe in mente di tentare dei ricuperi, eppure la sua testimonianza ha un valore altissimo. Per una volta il suo discorso rompe il patto con l’anonimo e diventa personale, diretto, di chiara esigenza classica.
Diventare donna ha significato per lei fare un lavoro di sfrondamento e di equilibrio, soprattutto di sincerità. Non è un quadro che vuole darci di se stessa, di una stagione, dei caffè famosi della letteratura francese al tempo dell’oc cupazione, ma una storia comune, scritta non con intenti moralistici, non per insegnare ma per raccontare se stessa senza rimorsi e senza eccessivi rimpianti. E questo, sì, resta un caso singolare.
16 novembre 1960.