Miti ebraici e miti greci: Le cugine Eva e Pandora

di Arturo Lanocita
[dal “Corriere della Sera”, 11 settembre 1969]

Un modo nuovo di propor ­re la Bibbia e i testi sacri ebraici che seguirono alla Bibbia â— giacché quelli che precedevano sono andati per ­duti â— nel volume di Robert Graves e di Raphael Patai, ora edito in Italia da Longa ­nesi: I miti ebraici (pp. 391, L. 4000). L’uno protestan ­te e l’altro israelita, i due compilatori collegano questo lavoro al precedente di Gra ­ves, sui miti greci; ma non senza forzature di metodo, una volta che la Bibbia non ha caratteri mitologici, per gli studiosi, e i testi ellenici hanno soltanto quelli.

I miti ebraici si riferisce alla Genesi, il primo dei cin ­que libri del Pentateuco, dal ­l’alba della creazione sino al ­la migrazione in Egitto. Sen ­za essere una « critica alla Genesi », come è detto im ­propriamente nel sottotitolo, il volume, nella parte esege ­tica, intercalata al testo, po ­ne a raffronto, con acutezza, la storia sacra ebraica e quel ­la della Grecia antica, non tanto per puntualizzarne le dif ­ferenze quanto le affinità. Ed è qui, appunto, la novità del ­l’opera, nel parallelismo fra due grandi tradizioni, che poi divergono per stacco di luogo e di tempo, ma più ancora perché la prima è il retaggio d’una religione mo ­noteistica e l’altra del più classico esempio di politei ­smo. Che coincidessero in più punti, se pure in altrettanti discordano, può risultare sor ­prendente solo per chi, co ­me noi, ha familiarità occa ­sionale con gli studi dei testi sacri, mentre è acquisito per gli esperti.

Pilastro della cristianità come dell’ebraismo, una Bib ­bia così singolarmente com ­mentata â— come i documenti sacri successivi, destinati alla chiarificazione della legge mosaìca â— appare un paesaggio su cui si siano avventati i fendenti delle luci di rifletto ­ri variamente e imprevista ­mente colorati. Rilievi inat ­tesi, dirupi e cime non cono ­sciuti, al luogo dei boschi e delle pietraie che lo sguardo altre volte incontrava, fan ­no a tratti pittoresco il pa ­norama e a tratti disameno; il mondo antico, comunque, ne risulta più compatto e uni ­forme, almeno in questo no ­stro angolo di pianeta che negli scorsi millenni fu cre ­duto l’universo, ed era sol ­tanto il bacino mediterraneo, pertinente ad Israele come all’arcipelago ellenico.

Lo stesso mare, gli stessi miti. A cominciare dalla pre ­sunta dissennatezza femmini ­le: la Genesi fa colpa ad Eva della caduta dell’uomo, a causa dell’indigesta mela, così come il paganesimo ad ­dossa a Pandora la respon ­sabilità di aver dato via li ­bera a tutti i mali dell’uma ­nità, venuti fuori dal vaso in ­cautamente aperto; e la mi ­soginia costituisce così il pie ­distallo delle due tradizioni. Senza scagionare, con questo, la maschilità, che esige la sua parte di disobbedienza; e dà il cattivo esempio Zeus anco ­ra ragazzo, capostipite degli dei ellenici, che osa castra ­re Crono, suo padre, com ­portandosi allo stesso modo di Cam, nei riguardi del ge ­nitore Noé. Se non che, per la Bibbia, che non tollera contestazioni giovanili, Cam sconta il crimine con la con ­danna a schiavitù perpetua; mentre per la leggenda gre ­ca Zeus è addirittura pre ­miato e promosso, con l’asse ­gnazione dei galloni più do ­rati, quelli che toccano al ge ­neralissimo fra le divinità. Se non i delitti, cambiano i tribunali; e i verdetti.

Nei testi sacri ebrei come nei miti pagani â— e qui si torna alle affinità â— la ri ­volta contro la gerarchia ce ­leste è organizzata nel fondo delle acque. Mentre dai flut ­ti asiatici si erge, sino alla cintola, il principe del mare, Rahab, a sfidare Jehovah, il dio d’Israele, altrettanto fa nell’Egeo il nume Poseidone, che dalla sua reggia marina vorrebbe scavalcare il fratel ­lo arcipotente, Zeus; e in questo atto di superbia delle due autorità idriche, qualco ­sa come il complotto degli ammiragli, e anche nella loro sconfitta, la parentela delle due tradizioni si convalida. In quanto alla nascita di Abramo, che sua madre ab ­bandona, ancora fantolino, in una grotta ritenuta inacces ­sibile, perché non lo uccida il barbaro re Nimrod, avver ­sario giurato della materni ­tà e infanzia, è fin troppo noto che i miti delle più re ­mote civiltà, e non solo di quella greca, narrano la sal ­vezza di certi eroi in fasce, sfuggiti miracolosamente, do ­po la nascita, alla strage del ­l’innocenza: da Mosé a Edi ­po, da Ciro a Romolo e Re ­mo, da Paride a Teseo, qua ­si tutti allattati da lupe o da orse o da capre, più graziose e benigne degli esseri umani.

Se sono in pochi ad igno ­rare il mito, rimbalzato dal ­l’una latitudine all’altra, dei neonati sottratti allo stermi ­nio, perché grandi missioni li attendono, non appare ine ­dito neppure il parallelo fra l’arca concessa a Noè, per ­ché il diluvio non travolga e cancelli tutti gli esseri viventi, e l’arca concessa da Zeus a re Deucalione e a sua moglie Pina, anch’essi minacciati, per la leggenda pagana, dal ­le acque che stanno per som ­mergere la terra. Questi prov ­videnziali interventi divini per riscattare i pochi giusti dallo sterminio dei molti in ­giusti s’incontrano, in egua ­li circostanze, con eguali mo ­di, nei miti degli ebrei come nei miti dei greci: per esem ­pio, se i pagani Filemone e Bauci, coppia vetusta, ma in altro tempo ospite premuro ­sa di Giove, scampano per volere dei numi alla distru ­zione della loro città disso ­luta, nella Bibbia Lot e sua moglie, giudicati meritevoli di trattamento particolare, sono sottratti, grazie a un preavviso, alla pioggia sulfu ­rea che incenerisce gli altri abitanti di Sodoma.

E, per Lot, un secondo pa ­rallelo: egli vede sua moglie tramutarsi in una statua di sale, nella Genesi, perché si è volta a guardare, nonostan ­te il monito ricevuto, come fanno a crollare i palazzoni dei corrotti cittadini di So ­doma. Non è lo stesso, ma nemmeno è molto diverso ciò che accade a un’altra coppia famosa, quella della ninfa Euridice e del poeta musico greco Orfeo, il quale ottiene di poter recuperare, scendendo agli inferì, la sua compagna morta, a condizio ­ne che, mentre essa gli tien dietro, lui non si volga a guardarla. E tutti sappiamo della disastrosa disobbedien ­za. (Se Orfeo non avesse avu ­to troppa fretta, se avesse amato un po’ meno Euridice).

A furia di esemplificare, l’analogia fra miti ebraici e miti greci suggerita da Graves e Patai appare sempre più insistente. Cambiano, tut ­tavia, di frequente, le conclu ­sioni edificanti delle narra ­zioni; e, nel confronto con la leggenda ellenica, il testo e-braico resta diversamente se ­vero e ammonitorio. Mai vol ­gersi indietro, certo; ma, fra la signora Lot, salificata, nel ­la Genesi, per scontare un suo peccato, ed Orfeo che addossa alla moglie, rispro ­fondata negli abissi degli in ­feri, l’espiazione d’una colpa che gli appartiene, Euridice risulta chiaramente vittima di un’ingiustizia, mentre il marito fruisce del privilegio dell’immunità. Sembra valida la supposizione che i poeti godano di forti raccomanda ­zioni, in cima all’Olimpo. Lassù qualcuno li ama.

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