di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, sabato 6 settembre 1969]
Cesare Angelini, il nostro don Cesare, mi manda un altro dei suoi preziosi volu metti: Ritratto di Vescovo (Monsignor Giovanni Cazzani), primo dei Quaderni del Seminario di Pavia. Ritratto di ‘un Vescovo di antica li turgia’, dice l’autore: stupen da pagina per un’ideale anto logia della pietà. Soprattutto nella prima parte del discor so, quella che riguarda il pe riodo cesenate del Cazzani che trovò poi la sua defini tiva sistemazione a Cremona, l’Angelini ci offre ancora una volta la misura di una prosa nuova, cristiana e classica in sieme: esempio unico in un secolo dove pure non sono mancati scrittori di stretta ubbidienza cattolica. Si sente che una vita non è stata spesa inutilmente e che ora ha il suo premio nel più alto magistero della parola. Certo che dal ritratto del Vescovo salta fuori un’immagine di cattolicesimo che oggi non sembra più godere di nessun credito. La figura stessa del Cazzani si ispira ad una particolare ragione di ubbi dienza che nella situazione attuale viene contrastata ro bustamente o addirittura in tesa come un errore o un tradimento del Vangelo (i recenti casi di don Mazzi sono davanti a tutti noi).
Così quando l’Angelini viene a toccare questo problema rifacendo la storia del Cazza ni cesenate trova – almeno a nostro giudizio – la parola più giusta che è poi di netto sapore manzoniano: « In cer te occasioni, uno è più grande nell’ubbidienza che ap parentemente lo cancella, che non nella disubbidienza che apparentemente lo solleva ». Si tratta di una verità eterna che va molto al di là del caso particolare che c’interessa in questo momento: so prattutto è una di quelle tre o quattro verità che oggi vengono allegramente saltate e vituperate come ‘ scandalose ‘.
Con questo non si intende affatto dire che chi si muove sotto l’ispirazione della sua convinzione e per questo si trovi ad essere in contrasto con l’autorità religiosa non ne senta tutto il dolore e il suo cuore di fedele non sanguini. No, si vuol dire soltanto che ci sono due prezzi da pagare, e nell’ubbidienza e nella disubbidienza, e che forse il primo supera di gran lungo il secondo. La ragione è semplice: chi ubbidisce fe rendo il proprio orgoglio non ha nessuno che lo stia a sentire, non ha amici. Chi disub bidisce – oggi poi che il più piccolo rumore si trasforma subito in tempesta – ha pronta una legione di spiriti interessati a far eco, a forza re il significato di certi ‘ no ‘.
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E’ storia di tutti i giorni e non ci vuol molto a capire che col tempo la vittima del la disubbidienza gridata si trasforma insensibilmente in eroe: di qui una serie di com piacenze e di vanità che, se hanno una facile catalogazio ne umana, mancano però del l’indispensabile contraccolpo religioso. Lo scontro non è più fra due opinioni, fra due giudizi della storia ma fra due persone o meglio fra due simboli della società. Anche senza volerlo, la vittima del la disubbidienza svende in pubblico quelle che pure in partenza erano delle ottime ragioni critiche e in questo lavoro finisce per trovare una compensazione, anche se al fondo appare il volto vero dell’illusione.
Ma se questo è il nuovo regime per cui la disubbi dienza sembra essere diventa ta la regola, tutto diverso era l’antico regime dell’ubbidien za a tutti i costi, quello, cioè, di cui il Cazzani fu a suo tem po un fedele illustre. E’ la storia di secoli fatti di rinun ce e di silenzi e di sofferenze che non avevano platee di alcun genere e che finivano per morire nell’ombra e nella lenta comunione dell’eterno. Di questi disubbidienti che hanno immediatamente rispo sto al primo richiamo gli sto rici qualcosa hanno illuminato ma di quello che era il gran de tesoro di spirito cristiano formato da mille esempi di rinuncia nessuno sa niente e non è possibile immaginarne le proporzioni. Si sa soltanto che indirettamente esso ha ispirato il senso stesso della verità, perché a suo modo era un ‘ segno del tempo ‘, un seme che avrebbe fruttifi cato più tardi. La storia del modernismo sembra fatta a posta per testimoniare in que sto senso. Lo stesso principio vale per il giansenismo, di cui per l’appunto si trova qualche eco nella formazione del vescovo di Angelini. Se prima fosse mancata questa barriera dell’ubbidienza, se, cioè, si fosse ceduto al pri mo impulso della ribellione probabilmente gran parte di quei fermenti si sarebbero perduti, avrebbero preso un’altra strada e non avrebbero più potuto incidere sulla vita stes sa del cattolicesimo.
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Non intendiamo, per questo, difendere gli errori dell’auto rità: vogliamo soltanto dire che tali errori nell’ambito della verità spirituale personale hanno un loro peso, vanno a far parte di un altro registro, appartengono a un’altra con tabilità. Ora è proprio di que sta contabilità che le nuove tendenze sembrano voler igno rare l’esistenza, figuriamoci il valore di sollecitazione mora le. Limitando la « rissa cri stiana » a un rapporto di forze fra l’alto e il basso si fomen terà certo un maggior spirito di giustizia terrena ma nello stesso tempo si sposteranno i termini della questione, pun tando tutte le carte sul tavolo dei risultati politici. Lo spiri to di unità in tal modo salta viene vanificato. Ed era inve ce in nome di questa unità che dai disubbidienti di un tem po, disubbidienti fino alla sco munica, veniva scelto il silen zio e si preferiva l’ombra alla luce dei riflettori, la mortifi cazione ai comunicati-stampa.
A questa luce non possono sussistere più dubbi: il prezzo pagato dal Buonaiuti era enor me, aveva un peso che nessu na manifestazione teatrale dei nostri giorni potrà mai avere.
Ma non basta, chi ubbidi sce non commette un atto di viltà né dà prova di spirito di dimissione. La sua risposta ha un senso ben preciso, quello di rimettere a un altro giudice la sentenza. Beninteso, qui si parla di casi in cui non siano da mettere in dubbio la since rità e l’onestà delle due parti: ma quando chi comanda e chi ubbidisce rispondono soltanto a questo criterio, inevitabil mente si rivolgono a qualcuno che sta al di sopra e che in dovina le sorti del domani. E ancora, il processo si svolge in due tempi: il primo appar tiene a chi propone nuove in terpretazioni, il secondo vie ne dall’autorità. In altre paro le, è uno scontro fra la realtà e il simbolo ed è – in ultima analisi – uno scontro nell’am bito della stessa verità.
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C’è infine un ultimo proble ma: chi dei due favorisce di più il naturale sviluppo della fede? Chi accetta la risposta in spirito di ubbidienza o chi disubbidendo vuole sottolinea re la propria indipendenza? La risposta sta ancora nel regi stro dell’unità. Anche il più sincero dei disubbidienti e de gli impazienti sente che la sua è una lotta personale, parti colare, dove oltre tutto, la parte dei commenti pretestuo si minaccia di annullare quella delle reazioni critiche. Pensia mo ancora al Buonaiuti, alla sua ostinazione nel voler re stare vicino alla Chiesa che pure lo aveva condannato e della cui forza terrena soppor tava le più cocenti delusioni e amarezze: ebbene quella sua ostinazione era pur sempre un simulacro della sua volontà di ubbidienza. Non rinnegava la sua verità ma nello stesso tempo accettava con saldezza di cuore la sentenza che lo privava della vita che gli era più necessaria.
Lo sappiamo, i confronti sono pericolosi: resta il fatto che il cristianesimo del disub bidiente Buonaiuti aveva un carattere tutto interiore men tre il fenomeno che si ripete quotidianamente dei nuovi ri belli appartiene piuttosto alla storia del dissenso; intanto è pubblico e senza questo pub blico non nascerebbe neppure e non riesce a nascondere al di sotto delle fiamme spettaco lari l’assenza della cenere, di quella cenere che è il primo segno del cristiano che ricono sce i propri limiti e la sua infi nita miseria.