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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Pensieri e emozioni

23 Maggio 2011

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 22 aprile 1969]

Difesa della natura

In certi istanti, durante il congresso che l’¬ę Anglo-italian Society ¬Ľ per la protezione de ¬≠gli animali ha tenuto a Bagni di Lucca, con l’apporto di al ¬≠tre associazioni, tra cui ¬ę Ita ¬≠lia Nostra ¬Ľ, s’√® avuto paura d’un dissidio. Svanir√† √Ę‚ÄĒ ci si chiedeva √Ę‚ÄĒ l’unit√† d’intenti e l’armonia, favorita dal luogo?

Una valle stretta e ombro ¬≠sa; la Lima nelle cui acque vive la trota salmonata; ar ¬≠chitetture sette-ottocentesche rispettate: un che di sceno ¬≠grafico e tuttavia naturale. E lapidi testimonianti l’incontro ormai secolare, per merito della poesia, della Gran Bre ¬≠tagna e dell’Italia. Una com ¬≠plementariet√† che talvolta sembra perfetta. Il forestiero, dopo aver dato una mano all’invenzione dell’ambiente, e averci aggiunto qualcosa di suo √Ę‚ÄĒ una chiesa e un cimi ¬≠tero evangelici √Ę‚ÄĒ non na ¬≠sconde d’essere felice appena si ritrova fra questi monti. La gente del posto appare sod ¬≠disfatta che la valle sia stata scelta, e continui a essere pre ¬≠diletta, da gente che, anche quand’√® di origine sociale modesta, ha la raffinatezza che una volta i romanzi inglesi attribuivano alle classi ele ¬≠vate.

Parevano, in taluni momen ¬≠ti, resistere solo le differenze f√¨siche. L’ambasciatore britan ¬≠nico Sir Evelyn Shuckburg, sullo sfondo dei Bagni, ha un bell’essere fiero del pizzo rinascimentale o spagnolesco. Resta inglese, non meno delle giovani donne convenute, la cui gentilezza e rigidit√† ricor ¬≠dano le porcellane settecentesche. E non mancavano, l’al ¬≠tro giorno, i richiami a epo ¬≠che pi√Ļ lontane. Ian Green- lees, direttore dell’Istituto bri ¬≠tannico di Firenze, ha una robustezza elisabettiana. Fa ¬≠ceva contrasto la nostra di ¬≠sarmata semplicit√†. E un’en ¬≠fasi, quando confrontata alla compostezza britannica, di ¬≠ventava evidente perfino nei toscani di solito gelidi. Un che d’incontrollato, un alter ¬≠narsi di furbizia e bonariet√†. Eppure un comune desiderio di migliorarsi reciprocamente.

Gli inglesi volevano sape ­re perché noi si sia tanto im ­placabili con gli uccelli. E che ci spinga a violentare la na ­tura: monti, colli, acque, bo ­schi. Però, Robin Chanter, af ­finché i suoi connazionali non fossero fraintesi, ebbe a pre ­cisare subito: noi inglesi ne sappiamo qualcosa. Nei tempi passati, e non lontani, com ­mettemmo gli stessi peccati.

Gli inglesi insistevano sulla protezione dei volatili dall’e ¬≠sercito dei cacciatori √Ę‚ÄĒ pi√Ļ d’un milione e duecentomila in armi √Ę‚ÄĒ che, l’ultima do ¬≠menica d’agosto, sferra la car ¬≠neficina, forte di protezioni politiche, com’ebbe a dire il professor Augusto Toschi. Centinaia di milioni spesi dal ¬≠le province per un ripopola ¬≠mento che poche ore di cac ¬≠cia annulla. A un certo pun ¬≠to, l’esercito venatorio venne descritto simile a una mino ¬≠ranza che s’impone alla mag ¬≠gioranza degli italiani, ostili o almeno indifferenti alla strage.

A poco a poco, divent√≤ chiaro che allo sdegno ingle ¬≠se, velato dall’ironia, gli ita ¬≠liani presenti nella sala azzur ¬≠ra del Casino opponevano il nostro buon senso di sempre. Solo un vegetariano pu√≤ arro ¬≠garsi il diritto alla predica, dis ¬≠se Mario Soldati. Non dovreb ¬≠be, semmai, ripugnarci di pi√Ļ la carne dei vitelli, delle muc ¬≠che, degli ovini, o dei mam ¬≠miferi, insomma, parenti pros ¬≠simi della nostra specie? La natura, obiettava Giorgio Bassani, va difesa nel suo insie ¬≠me. Insomma, gli italiani, di ¬≠menticato il tema del conve ¬≠gno, insistevano sgomenti sul ¬≠le acque avvelenate dall’indu ¬≠stria, sui pini della Versilia morenti, sui cipressi destinati al deperimento, sulla bruttez ¬≠za della nostra architettura consistente di palazzine pre ¬≠tenziose. Poi, l’incanto si ri ¬≠componeva. Tanto si compe ¬≠netravano le due nazioni cul ¬≠turali, da diventare meno vi ¬≠sibili le diversit√† fisiche, e da risultare meno evidenti i due generi d’oratoria: il realismo inglese pieno d’ironia; l’enfa ¬≠si italiana non priva di quel cinismo che il buon senso comporta sempre.

Finzione teatrale  

Tutti parlano di teatro, e uno finisce con volere inter ¬≠loquire. L’amavo quand’era una finzione. Ricordo la re ¬≠cita al Giglio, e, una fredda sera, al Pantera, secondo tea ¬≠tro cittadino, oggi cinema, che io fui tra i pochissimi spettatori scomodatisi per una pri ¬≠ma assoluta mondiale, come annunziavano le locandine, di un commediografo non lucchese.

In seguito, lo conobbi di persona, a Milano, l’autore del dramma. E la tristezza, come poi imparai consueta, dello sguardo, la scambiai per momentanea. Supposi ch’egli mi avesse riconosciuto, e che gli ricordassi la prova del suo fallimento teatrale. Pi√Ļ d’una volta, in quegli anni milanesi, stetti per confermargli con crudelt√† d’essere stato seduto in una poltrona di prima fila – sebbene munito solo di bi ¬≠glietto per un posto, come si diceva, distinto √Ę‚ÄĒ in tale oc ¬≠casione, ma i suoi occhi buo ¬≠ni, da setter, me l’impedirono sempre.
Eppoi come avrebbe potuto riconoscere in me già in carne il ragazzo esile che a quel tempo ero?

La mia diffidenza teatrale data da quando dettero a Lucca ¬ę I sei personaggi ¬Ľ, tragedia che non mi persuase, nonostante gli sprazzi lirici. Quel non sapere o volere cre ¬≠dere alla realt√† scenica, quel linguaggio culturalistico e so ¬≠fistico resta fra me e il teatro anche perch√© il motivo piran ¬≠delliano del ¬ę teatro del tea ¬≠tro ¬Ľ continua, dopo quaran ¬≠totto anni, a essere sfruttato come scoperta che da sola possa garantire la spregiudi ¬≠catezza tanto dell’autore quan ¬≠to del pubblico. E’ successo che, alla convenzione realisti ¬≠ca √Ę‚ÄĒ e quindi ricca d’infinite possibilit√† √Ę‚ÄĒ se ne sia sosti ¬≠tuita un’altra monotona seb ¬≠bene ritenuta provocatoria.

E ci sono altre cause del mio disagio. I registi tanto in ¬≠vadenti da far dimenticare la loro relativa utilit√†. Essi, per ricercare effetti spettacolari, frappongono tra me e il testo, non solo il loro modo di leg ¬≠gerlo ma un bric √† brac di elementi estranei: dall’arreda ¬≠mento, rivelatore d’un gusto privato e magari effimero, a certe forzature del testo a cui fingono d’essere costretti dal ¬≠le idee oggi prevalse, come se toccasse loro aggiornare il pensiero di Becque o di Ibsen o di Pirandello. Oggi poi gli stessi autori si gloriano di proporre non un mondo poe ¬≠tico ma un’azione d’ordine pratico. Si mettono nello sta ¬≠to opposto a quello ideale dei poeti, e anche dei romanzieri che, dopo Flaubert e il miglior Tolstoi, travasano la realt√† nelle parole con l’ambizione di raggiungere un alto grado di levit√† e naturalezza.

Eppoi sospetto che alcuni scrittori, appena si stufano di s√© √Ę‚ÄĒ non avendo ottenuto il successo sperato o essendosi esauriti √Ę‚ÄĒ invece di resistere allo spasimo d’una impotenza forse momentanea, si siedano al tavolino e scrivano: atto primo, scena prima… Pu√≤ an ¬≠che darsi che si diano al tea ¬≠tro assillati dal bisogno d’in ¬≠fluire sulla societ√† contempo ¬≠ranea, compito che √Ę‚ÄĒ essi di ¬≠menticano √Ę‚ÄĒ spetta ai predi ¬≠catori religiosi e laici e ai po ¬≠litici.

¬ę Ora ve lo faccio sentire ¬Ľ ha l’aria di tuonare il roman ¬≠ziere stanco di s√©. E gli riesce solo fare del chiasso o pre ¬≠sentare, nei casi migliori, una trovata di cui √® tanto grezzo il meccanismo, da diventare impossibile avvolgerlo d’au ¬≠tentica verit√†. Il faut oser di ¬≠cono i francesi d’oggi, con ¬≠vinti d’avere la formula per guadagnare denaro e fama, l’uno e l’altra cos√¨ effimeri. Massima utilitaria d’un paese che della sua grandeur ha conservato solo lo spirito mon ¬≠dano, e l’opportunismo che ne deriva. Atteggiamento possibi ¬≠le appena difetti il pudore che accompagna sempre l’in ¬≠tuizione poetica.

Parto fra i libri

Mi giungono miagolii ma seguito a lavorare. Penso che la gatta abbia le doglie e che si sia nascosta nella stanza accanto al mio studio. Meglio non intervenire, mi dico; se annunciassi l’evento, so che qualcuno, in casa, avrebbe uno scrupolo. Lasciare parto ¬≠rire la gatta dove meglio cre ¬≠de, o salvare una poltrona, un cuscino o un tappeto?

La lettura d’una cartella ricopiata mi distrae. Alla fine, immaginandomi soddisfatto solo per avere ricopiato pi√Ļ volte una pagina, e per avere compiuto un indefinibile do ¬≠vere, alzo gli occhi e scorgo sul cuscino del divano di fron ¬≠te una grande macchia. Pri ¬≠ma non c’era. Vi ero stato seduto a leggere. ¬ę Dove sei? ¬Ľ chiedevo mentalmente alla gatta. ¬ę Da dove mi giungono i lamenti? ¬Ľ aggiungevo rivol ¬≠to a me stesso. Eppure lo sapevo gi√†: i lamenti, di cui non avevo creduto opportuno capire il senso inequivocabi ¬≠le, arrivavano dal rifugio om ¬≠broso che la partoriente aveva trovato sotto il sof√†. I neonati miagolavano protestando per i fastidi che incontra ogni crea ¬≠tura venuta al mondo.

L’anno scorso, sempre a primavera, eravamo partiti. Tornati, dopo alcune settima ¬≠ne, chiedemmo subito se la gatta bianco-nera avesse par ¬≠torito e dove. S’udivano √Ę‚ÄĒ ci venne risposto √Ę‚ÄĒ miagolii nel fienile, non altro. E c’era an ¬≠che chi li sentiva nella limo ¬≠naia. Sedutomi alla scrivania per aprire la posta, anche al ¬≠lora sentii i lamenti. Alzato finalmente lo sguardo, scorsi tre gattini gi√† vivaci, segno ch’erano nati da qualche set ¬≠timana. Udito il rombo del ¬≠l’auto in salita, la gatta aveva atteso che fosse riaperta una casa che ritiene sua, e, rien ¬≠tratavi, dal fienile o dalla li ¬≠monaia, m’aveva schierato da ¬≠vanti i frutti dei suoi amori autunnali.


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Bart