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LETTERATURA: I MAESTRI: Quarant’anni

20 Ottobre 2008

di Cesare Garboli
[da: “La stanza separata”, Mondadori, 1969]  

Per usare una parola orribile, lo spettacolo che Giovanni Arpino ci mette sotto gli occhi con La babbuina e altre storie potrebbe definirsi una « galleria » di personaggi e situazio ­ni del medio ceto italiano, una mostra di quegli anni in cui ci si guardava in faccia intontiti dal miracolo, sorpresi dal ­l’inattesa violenza della droga. Allineate in fuga sulle pareti del corridoio, si susseguono ventuno composizioni, ciascuna con la data in calce, tra gli estremi del ’58 e del ’67. Uno spaccato della piccola borghesia del Nord – coppie a spasso domenicale sulla macchina nuova, piccoli ingegneri « allegri », impiegati di banca in gita collettivamente organizzata, ragionieri, medici, geometri – nel punto in cui la sbornia del benessere non era ancora smaltita, la festa non accennava a finire, ma tra i bicchieri rovesciati, il fumo, le pietanze abbandonate sul tavolo si poteva già prevedere la sporcizia e lo squallore del risveglio, il futuro disgusto mattutino, le stanze in disordine tutte da rifare.
C’è un’aria così viziata, in questi racconti di Arpino, un tale ristagno di odori, un tale stordimento, una tale accidia incarognita che non si può fare a meno di connettere al cattivo alito della Storia un’ispirazione che insegue, o espri ­me, il voltastomaco come sottile e nascosta arma di provo ­cazione. Questi racconti sono stati scritti con la bocca amara, ma sottintendono anche una delusione, una confusione psicologica. E qualche puntata tra i contadini del Meri ­dione, dove sotto poveri tetti e tra foglie di tabacco scop ­piano tragedie e si consumano omicidi d’onore, come nel racconto dal titolo La moglie infedele, o nei quartieri alti, dove dame si aggirano in ville assediate dal mistero, accen ­nando passi di danza in giardino e lasciandosi baciare nella penombra dei sottoscala, come nel racconto La stanza buia, non fa che mettere in maggiore e più netto risalto la fonda ­mentale monocromia della tematica piccolo-borghese. Si sottrae alla struttura dell’insieme, invece, con forte contra ­sto, la quarta sezione del libro, che riunisce tre racconti, uno dei quali di gusto cechoviano, gli altri due di ispirazione fantascientifica (favole con una coda morale), e tutti insie ­me inaspettatamente ambientati tra la Russia e i cieli.
C’è da pensare che Arpino abbia messo insieme la raccolta senza darle troppo credito, forse senza neppure accorgersi del suo intrinseco aspetto sociologico. Del resto questo scrit ­tore, si sa, cammina liberamente per sentieri naturali, crede nelle « storie », presuppone – voglio dire – che un rac ­conto si organizzi soprattutto intorno a un’invenzione ori ­ginaria, a una trovata da sviluppare. Spesso le storie di Arpino assomigliano a barzellette crudeli, appunto a quel tipo di « storie » che in casa di amici, o in salotto, servono da eccitanti per mandare avanti una serata. Invenzioni bef ­farde, al limite del credibile, che risvegliano la verità col disgusto, attraverso procedimenti deformanti in chiave ge ­neralmente grottesca. Arpino è scrittore capace di ghigna ­re senza che mai si riesca a coglierlo in quella smorfia, il naturalismo gli ha insegnato l’obbiettività, la faccia im ­passibile quando è sul punto di colpire. E come tutti gli scrittori innamorati della « storia » che raccontano, ambien ­ta personaggi e situazioni d’intuito, lascia che il tema cresca su se stesso, lavorando meccanicamente, con pazienza artigiana, aggiustando a poco a poco le luci, ritocco su ritocco, come   farebbe un pittore   di   talento,   allontanandosi   e   ritraendosi dalla tela, ogni pennellata un effetto. I suoi quadri sono tutti concreti, tutti compiuti:     salva la quota di astrazione che compete a una vocazione spesso pretestuosa, la mano di Arpino è realistica, addirittura amante della sensibilizzazione animalesca del reale, con stilemi del tipo: « semafori-palpebre », « Torino aperta come un ventaglio », « tram-insetti brillanti ». A questa disposizione ad animare le cose, a conferire loro vitalità e movimento con una scrittura colorita e gestuale, Arpino si è mantenuto sempre fedele, fin dai suoi inizi. È in questa direzione che si va definendo una sua « maniera ».
E tuttavia c’è qualcosa di equivoco nella vitalità, nella spavalderia arrembante del linguaggio di Arpino. Scatti e accensioni della fantasia, la sua estroversione di narratore teso e nervoso, combatte, si direbbe, contro una depressione originaria, contro un’invincibile fiacchezza. Quanta più energia Arpino riversa nelle sue pagine, tanto meno riesce a convincerci della sua natura irrompente, impulsiva e felice. Mentre il suo approccio con la realtà è essenzialmente visivo, alle sue capacità di sguardo sembra poi ne ­gata proprio la freschezza e la forza del vedere e dello scoprire. Mi ha sorpreso un leit-motiv, un tic, in questa raccolta di storie:     la frequenza e la qualità delle lunghe carezzanti occhiate che i diversi personaggi, quale che sia la loro condizione, la loro età, il loro sesso, lasciano cadere su ciò che casualmente s’imbatte nella loro vista, sui mobili di una stanza, sui paesaggi in fuga nel riquadro di un finestrino, su una massaia in faccende, sulle chiome dei noccioli, su file di fagioli verdi… Questo sguardo è sempre lo stesso, queste creature hanno l’aria, quello che vedono, di averlo già visto cento volte. È uno sguardo stracco, di esclusi. È lo sguardo di Arpino, ogni volta che lo scrittore, diviso tra impeti di rabbia e impulsi di oscena pietà, decide di abbandonarsi al piacere di sentirsi deluso. Ma è uno sguardo che lo scrittore, il quale guarda con occhi rientrati, non rivolge alle cose, bensì a se stesso. Non era forse la dissolvenza di un mistero, la storia di una delusione, La suora giovane?
Insomma Arpino è scrittore introverso, che deve avere pronunciato una volta per tutte, nei confronti della vita, un « no » remoto, antico, primigenio, e mentre ci ripete le infi ­nite modulazioni della sua negazione e della sua solitudine, nello stesso tempo si ostina a farci credere che egli si muo ­ve con disinvoltura tra capricci e sorprese del reale. In altri termini, si direbbe che egli ha scambiato la qualità del suo talento con una virtù diversa, che non gli appartiene, con il dono, la grazia, la felicità naturale del narrare. Mentre è scrittore continuamente impicciato con un « io » arrabbiato, infelice e intorcinato.
Così, almeno in queste composizioni, riesce al meglio quando impresta la propria voce a un alter-ego, scrivendo in prima persona e disegnando indirettamente irritati auto ­ ritratti: un personaggio colto in posa, ai margini, a una curva o a un traguardo della vita, che poi è sempre lo stes ­so, cioè i quarant’anni, la perdita dell’adolescenza, la giovinezza degli altri sentita come un insulto, come un’ingiustizia villana e umiliante. « Quarant’anni possono anche essere niente, una briciola che ti sparisce tra le dita. » Co ­me se, per avidità di vita, una volta mangiato voracemente, Arpino non sappia più distinguere tra ritorno di voglie e disgusto, tra nausea e ingordigia. « Essere giovani, e non ti manca niente, anche se non sai… » Tutto sommato, que ­sto mi sembra il motivo più autentico del libro, del resto suonato a chiare note: « Sono infelice, incerto, dolorosa ­mente sorpreso dalla maturità, vinto e sconcertato dalla perdita dell’adolescenza ».
A parte il suono di queste fungibili voci « reali », che tutte insieme fanno quella di Arpino, per il resto dispiace che lo scrittore si misuri con personaggi e storie di reper ­torio. Sarà che il raccontare artigiano da oggi un’impres ­sione di convenzionalità, di espediente, di trucco, ma questi racconti, da qualche parte, tanti e tanti anni fa, li abbiamo già letti. Anche quando la finestra del narratore si apre sull’impossibile, e nascono quelle che il risvolto editoriale, con puntuale rilievo tecnico, chiama « storie stregate » (un gatto che riesce con sforzo disperato e mostruoso a miago ­lare le sillabe del nome della padrona; la piccola moglie babbuina che scoppia di gelosia perché il marito, allo zoo, osserva ammirato una gigante femmina di gorilla, « lucida nel pelo nero, dall’occhio violento di catrame »; il nano che vede andarsene in cocci la propria esistenza per il fatto di crescere e diventare normale) si ha l’impressione che a motivare le scelte surreali e subumane di Arpino, nell’or ­dine del grottesco, sia soprattutto la consapevolezza della profonda, diversa « irrealtà » del suo repertorio narrativo. Non sto mica chiedendomi, o forse sì, se sia ancora possi ­bile far « pensare » dei personaggi, spiarne gli stati d’ani ­mo, i riflessi, le variazioni di umore. Ma come si fa a non chiedersi davanti a queste storie, la villa con la sua dama misteriosa, la vecchia col cane-marito, il bancario con la sua avventura di treno: la vita è questa? No, non lo è, la vita è tutta diversa dal « realismo psicologico » di queste storie. Forse Arpino dovrebbe avere il coraggio di rifiutarsi, qualche volta, al proprio talento, di ribellarsi alla cucina casalinga. È vecchia storia, ma per essere scrittori bisogna dimenticare di esserlo. È così, parrà strano, ma è cosi. Il mestiere, quanto c’è di più nobile nell’uomo, non si sa co ­me, è sempre quello che ci danna e ci corrompe.

(1967)


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