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LETTERATURA: I MAESTRI: Regalare i libri

27 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 4 ottobre 1969]

La mobilit√† √® un tratto del ¬≠la vita; neanche pu√≤ dirsi un fatto nuovo dei nostri tempi come spesso ci accorgiamo di presumere con ingiusto orgo ¬≠glio. Innumerevoli e sempre uguali gli assilli. Che fare √Ę‚ÄĒ ci si domanda a ogni traslo ¬≠co √Ę‚ÄĒ dei libri? E si vorrebbe stabilire fino a qual punto essi meritino la fatica dell’imbal ¬≠laggio, del trasporto e della nuova sistemazione. Difficile rispondere a un quesito d’in ¬≠teresse generale: meglio limi ¬≠tarsi a esporre, senza per altro supporre che qualcuno ne deb ¬≠ba trarre una norma, i casi personali: d’uno che il caso obbliga spesso a cambiare casa.

A ogni sgombero, io ne seleziono. Mi propongo di non concedere ai libri, nella nuo ¬≠va abitazione, pi√Ļ d’un certo numero di metri lineari. Mi costringo a un sottile proces ¬≠so letterario, regolato non da canoni estetici precisi ma da molti pregiudizi: l’amicizia, la gratitudine, l’affinit√†, e anche da un’illusione: che un gior ¬≠no io possa √Ę‚ÄĒ figuriamoci! √Ę‚ÄĒ darmi allo studio d’un classico voluminoso.

Regalo, ma non volentieri, libri anche ai casuali visita ¬≠tori che ne richiedano; comunque, al prestare preferisco il donare. Meglio trasferire tutto in una piccola bibliote ¬≠ca paesana, in crescita. Alla richiesta del singolo, penso: ¬ę Perch√©, cos√¨ disinvolto nello spendere in tabacco, alcol, cene, spettacoli, settimanali illustrati, benzina, energia elet ¬≠trica, soffri all’idea delle due mila lire da spendere per un libro, addirittura delle poche centinaia che occorrono per un’edizione economica? ¬Ľ.

¬ę Ne hai tanti ¬Ľ dicono, e ne chiedono, convinti che io li abbia avuti tutti in dono: omaggi, precisano, e che non ne comperi. A rifletterci, giun ¬≠go a un’ipotesi: un volume pagato impegna a farsi legge ¬≠re, ad abbandonarvisi, a ca ¬≠pire i sensi reconditi del te ¬≠sto, e provoca addirittura casi di coscienza. Il libro avuto in dono √® invece ritenuto, anche da chi l’aveva chiesto dicendosi ansioso di leggerlo, poco pi√Ļ d’un tocco culturale al ¬≠l’arredamento.

*

Eppure tutti in Italia, ben ¬≠ch√© non si vendano troppi li ¬≠bri, si reputano impegnati, ci ¬≠tano opere di cui hanno scor ¬≠so la recensione o visto il titolo, a meno che non ne abbiano sentito discorrere. Chiunque sappia leggere, scri ¬≠vere e far di conto aborre la poesia, quella in prosa e l’al ¬≠tra in versi; dichiara la sua sete di informazioni sociologi ¬≠che, afferma la superiorit√† della saggistica, come genere letterario. Si badi bene, per√≤, al modo con cui ci s’impegna, e si capir√† come l’amore per il libro sia mondano. Ci si ci ¬≠menta l’un l’altro a prendere atteggiamenti arditissimi che per√≤, nelle intenzioni, debbo ¬≠no soltanto sorprendere. Come avviene nel turpiloquio, pure di moda. In questo campo, ognuno tenta di superare l’al ¬≠tro descrivendo le particolari ¬≠t√† del sesso; senza andare pi√Ļ in l√†. E’ possibile essere scon ¬≠ci e insieme antidivorzisti.

Dichiararsi per l’uguaglian ¬≠za degli individui e dei popo ¬≠li, la notte, in un salotto o in un bar, costa poco, e anche meno pesa esprimere indignazione per lo stato in cui vive gente lontana, in Africa, in Asia, in Brasile, vittima di quello che tutti concordemente definiamo il neocolionialismo. Ma che i sostenitori dell’ugua ¬≠glianza fra chi se ne sta, met ¬≠tiamo, in via Veneto e chi nella giungla, comincino a to ¬≠gliersi la soddisfazione invi ¬≠tando l’autista al proprio ta ¬≠volo, o pregando il cameriere di rispondere al tu col tu, √® difficilissimo. Tu cameriere, dunque, tu autista, tu facchi ¬≠no o, addirittura, eventuale artigiano del quale ci si degni di pagare l’opera.

Gli impegni che comporta invece un libro letto sul se ¬≠rio, e non sfogliato per poi fare bella figura in societ√† chiacchierando con le nuove preziose, sono imprevedibili, e un istinto sicuro consiglia di fare a meno di tale lettura, o di basarsi su quanto se ne dice in giro. Chi legge, la ¬≠sciandosi trasportare da una pagina, si trova solo con uomi ¬≠ni di cui scopre la singolarit√†, siano viventi o defunti: molto diversi da come se li immagina ¬≠va. E non si pu√≤ leggere men ¬≠tre il telefono squilla per ap ¬≠puntamenti, per scambio di giudizi sulla societ√† contemporanea, per previsioni fosche, per piani tra rivoluzionari e adatti alla preparazione d’un happening. Una societ√† tutta estroversa non √® adatta alla lettura.

E nemmeno √® dato intendere il senso della carta stampata – si tratti d’un modesto elzeviro come questo – nella luce acciecante della spiaggia o della montagna, d’estate. Non a caso, uomini colti, in villeggiatura, preferiscono i gialli. In tanta gioiosa luminosit√†, con in giro lo spettacolo dell’energia fisica in espansione, non si sprofonda nello stato languido che pre ¬≠cede il vero bisogno di legge ¬≠re: lo stesso che d√† il via allo scrivere fantasticamente; due processi che non differiscono molto.

Cos√¨, proprio perch√© non dubito della buona fede altrui, e semmai solo della capacit√† di leggere, appena decido di sfoltire la mia libreria √Ę‚ÄĒ ci√≤ che faccio con ebrezza √Ę‚ÄĒ qualora mi manchi un acqui ¬≠rente o un librario disposto a cambi, vagheggio l’idea del ¬≠l’effetto che i miei volumi, disposti in una piccola libre ¬≠ria pubblica e offerti da un volonteroso bibliotecario, po ¬≠tranno avere. Non sono, ripe ¬≠to, uno studioso: non lo sar√≤ mai, non vedo nei libri stru ¬≠menti. Appena siedo alla scri ¬≠vania, non mi viene mai in mente d’essere un lavoratore. Devo confessare che anzi mi infastidiscono i colleghi che, stirandosi, dicono: ¬ęUh, quan ¬≠to ho lavorato, oggi ¬Ľ. Io ringrazio la sorte d’avermi dato la possibilit√† d’un mestiere abbastanza redditizio che per me √® un gran divertimento.

*

Sento gi√† l’obiezione. Ar ¬≠riva sempre il giorno in cui un libro si rivela utile. Im ¬≠possibile stabilire quali si deb ¬≠bano conservare. S√¨, √® succes ¬≠so pure a me di cercare un libro per la verifica d’una fra ¬≠se o d’una data (ma in questo caso meglio ricorrere alle tan ¬≠te enciclopedie a nostra di ¬≠sposizione) senza che tutta ¬≠via mi sia mai riuscito di rin ¬≠venire quanto m’occorreva. O fidarsi della memoria, o paga ¬≠re i redattori del giornale per il quale uno scrive di vedere loro, cos√¨ bravi. Oppure, com ¬≠prare un’altra copia dell’ope ¬≠ra che sarebbe onesto consul ¬≠tare prima di firmare √Ę‚ÄĒ suc ¬≠cede √Ę‚ÄĒ qualche bestialit√†.

S’alterna la tendenza a rac ¬≠cogliere e l’altra a sfoltire; e in me ha finito col prevalere la terza: dare i miei libri, co ¬≠me dicevo, a una bibliotechina. Infine di questa tendenza troverei una spiegazione pi√Ļ intima, che ha del fantastico e insieme del morboso.

Per alcuni anni durante i quali vagheggiavo un’idea di vita di cui poi a un tratto non ho pi√Ļ trovato, nel mio essere, la giustificazione, m’√® accaduto di sdraiarmi √Ę‚ÄĒ non saprei altrimenti √Ę‚ÄĒ in una stanza piena di libri, dal pa ¬≠vimento al soffitto: uno stu ¬≠dio che ho lasciato senza il rimpianto che altri credono, cosciente di come sia perico ¬≠loso attaccarsi alle cose: quan ¬≠do non le abbandoni tu, capi ¬≠ta d’essere costretto a staccar ¬≠sene, da tutte, in una volta.

Insomma, dopo mangiato, mi sdraiavo, leggevo, ascolta ¬≠vo le musiche del terzo pro ¬≠gramma della radio e spegne ¬≠vo appena la lettura si rive ¬≠lava avvincente. Chiudevo il libro se invece trovavo il filo segreto che, come la lettera ¬≠tura, hanno le musiche. Son ¬≠necchiavo dieci minuti, non di pi√Ļ, sapendo che mezz’ora di sonno m’avrebbe spossato. Riemergevo, in quello ch’era il mio studio, da imprecisa ¬≠bili lontananze; per√≤ non ri ¬≠conoscevo il luogo. Un atti ¬≠mo d’incertezza. Il dorso dei libri sistemati negli scaffali su sette piani m’appariva, nella luce elettrica, come se, du ¬≠rante il mio breve riposo, aves ¬≠se acquistato un che di vivo e che ora svaniva. Mi dava ¬≠no, tutti quei libri, un senso di paura quasi se mi sveglias ¬≠si non in casa mia ma in un bosco. Avevo l’impressione che, profittando del mio oblio, i libri si fossero mossi, simili a fantasmi.

La fatica dello scrivere, le delusioni della pubblicazione, le angustie delle relazioni let ¬≠terarie, i calcoli economici che accompagnano l’uscita d’una opera, anche di quella in cui la fantasia ha avuto modo di svi ¬≠lupparsi liberamente e di dare allo scrittore il senso d’essere solo un amanuense che scrive sotto dettatura: tutto, mi veni ¬≠va in mente, e lo rivivevo con un’angoscia sottile, senza dif ¬≠ferenza fra le pene costate al ¬≠l’autore d’un’opera convalida ¬≠ta da secoli, e altre a cui ma ¬≠gari era stato negato perfino il premio di qualche ente di turismo secondario. Gli autori, tutti insieme, li sentivo sof ¬≠ferenti e riuniti nella mia stan ¬≠za. ¬ę Andatevene ¬Ľ gli grida ¬≠vo in quell’attimo. ¬ę Rientrate dentro le pagine, dove io non verr√≤ a cercarvi. Che gusto c’√® a constatare le sofferenze del prossimo ¬Ľ.

Gli amici di solito, venutimi a trovare, dicevano, invece, che, in uno studio come quel ¬≠lo, doveva essere facile lavo ¬≠rare, n√© io sapevo obiettargli √Ę‚ÄĒ vi fosse o no, nella loro osservazione l’ombra d’un rim ¬≠provero √Ę‚ÄĒ che a me, verso le due del pomeriggio, sveglian ¬≠domi, pareva di trovarmi non solo in una foresta ostile, ma in un cimitero.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart