di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, sabato 4 ottobre 1969]
La mobilità è un tratto del la vita; neanche può dirsi un fatto nuovo dei nostri tempi come spesso ci accorgiamo di presumere con ingiusto orgo glio. Innumerevoli e sempre uguali gli assilli. Che fare â— ci si domanda a ogni traslo co â— dei libri? E si vorrebbe stabilire fino a qual punto essi meritino la fatica dell’imbal laggio, del trasporto e della nuova sistemazione. Difficile rispondere a un quesito d’in teresse generale: meglio limi tarsi a esporre, senza per altro supporre che qualcuno ne deb ba trarre una norma, i casi personali: d’uno che il caso obbliga spesso a cambiare casa.
A ogni sgombero, io ne seleziono. Mi propongo di non concedere ai libri, nella nuo va abitazione, più d’un certo numero di metri lineari. Mi costringo a un sottile proces so letterario, regolato non da canoni estetici precisi ma da molti pregiudizi: l’amicizia, la gratitudine, l’affinità, e anche da un’illusione: che un gior no io possa â— figuriamoci! â— darmi allo studio d’un classico voluminoso.
Regalo, ma non volentieri, libri anche ai casuali visita tori che ne richiedano; comunque, al prestare preferisco il donare. Meglio trasferire tutto in una piccola bibliote ca paesana, in crescita. Alla richiesta del singolo, penso: « Perché, così disinvolto nello spendere in tabacco, alcol, cene, spettacoli, settimanali illustrati, benzina, energia elet trica, soffri all’idea delle due mila lire da spendere per un libro, addirittura delle poche centinaia che occorrono per un’edizione economica? ».
« Ne hai tanti » dicono, e ne chiedono, convinti che io li abbia avuti tutti in dono: omaggi, precisano, e che non ne comperi. A rifletterci, giun go a un’ipotesi: un volume pagato impegna a farsi legge re, ad abbandonarvisi, a ca pire i sensi reconditi del te sto, e provoca addirittura casi di coscienza. Il libro avuto in dono è invece ritenuto, anche da chi l’aveva chiesto dicendosi ansioso di leggerlo, poco più d’un tocco culturale al l’arredamento.
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Eppure tutti in Italia, ben ché non si vendano troppi li bri, si reputano impegnati, ci tano opere di cui hanno scor so la recensione o visto il titolo, a meno che non ne abbiano sentito discorrere. Chiunque sappia leggere, scri vere e far di conto aborre la poesia, quella in prosa e l’al tra in versi; dichiara la sua sete di informazioni sociologi che, afferma la superiorità della saggistica, come genere letterario. Si badi bene, però, al modo con cui ci s’impegna, e si capirà come l’amore per il libro sia mondano. Ci si ci menta l’un l’altro a prendere atteggiamenti arditissimi che però, nelle intenzioni, debbo no soltanto sorprendere. Come avviene nel turpiloquio, pure di moda. In questo campo, ognuno tenta di superare l’al tro descrivendo le particolari tà del sesso; senza andare più in là. E’ possibile essere scon ci e insieme antidivorzisti.
Dichiararsi per l’uguaglian za degli individui e dei popo li, la notte, in un salotto o in un bar, costa poco, e anche meno pesa esprimere indignazione per lo stato in cui vive gente lontana, in Africa, in Asia, in Brasile, vittima di quello che tutti concordemente definiamo il neocolionialismo. Ma che i sostenitori dell’ugua glianza fra chi se ne sta, met tiamo, in via Veneto e chi nella giungla, comincino a to gliersi la soddisfazione invi tando l’autista al proprio ta volo, o pregando il cameriere di rispondere al tu col tu, è difficilissimo. Tu cameriere, dunque, tu autista, tu facchi no o, addirittura, eventuale artigiano del quale ci si degni di pagare l’opera.
Gli impegni che comporta invece un libro letto sul se rio, e non sfogliato per poi fare bella figura in società chiacchierando con le nuove preziose, sono imprevedibili, e un istinto sicuro consiglia di fare a meno di tale lettura, o di basarsi su quanto se ne dice in giro. Chi legge, la sciandosi trasportare da una pagina, si trova solo con uomi ni di cui scopre la singolarità, siano viventi o defunti: molto diversi da come se li immagina va. E non si può leggere men tre il telefono squilla per ap puntamenti, per scambio di giudizi sulla società contemporanea, per previsioni fosche, per piani tra rivoluzionari e adatti alla preparazione d’un happening. Una società tutta estroversa non è adatta alla lettura.
E nemmeno è dato intendere il senso della carta stampata – si tratti d’un modesto elzeviro come questo – nella luce acciecante della spiaggia o della montagna, d’estate. Non a caso, uomini colti, in villeggiatura, preferiscono i gialli. In tanta gioiosa luminosità, con in giro lo spettacolo dell’energia fisica in espansione, non si sprofonda nello stato languido che pre cede il vero bisogno di legge re: lo stesso che dà il via allo scrivere fantasticamente; due processi che non differiscono molto.
Così, proprio perché non dubito della buona fede altrui, e semmai solo della capacità di leggere, appena decido di sfoltire la mia libreria â— ciò che faccio con ebrezza â— qualora mi manchi un acqui rente o un librario disposto a cambi, vagheggio l’idea del l’effetto che i miei volumi, disposti in una piccola libre ria pubblica e offerti da un volonteroso bibliotecario, po tranno avere. Non sono, ripe to, uno studioso: non lo sarò mai, non vedo nei libri stru menti. Appena siedo alla scri vania, non mi viene mai in mente d’essere un lavoratore. Devo confessare che anzi mi infastidiscono i colleghi che, stirandosi, dicono: «Uh, quan to ho lavorato, oggi ». Io ringrazio la sorte d’avermi dato la possibilità d’un mestiere abbastanza redditizio che per me è un gran divertimento.
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Sento già l’obiezione. Ar riva sempre il giorno in cui un libro si rivela utile. Im possibile stabilire quali si deb bano conservare. Sì, è succes so pure a me di cercare un libro per la verifica d’una fra se o d’una data (ma in questo caso meglio ricorrere alle tan te enciclopedie a nostra di sposizione) senza che tutta via mi sia mai riuscito di rin venire quanto m’occorreva. O fidarsi della memoria, o paga re i redattori del giornale per il quale uno scrive di vedere loro, così bravi. Oppure, com prare un’altra copia dell’ope ra che sarebbe onesto consul tare prima di firmare â— suc cede â— qualche bestialità.
S’alterna la tendenza a rac cogliere e l’altra a sfoltire; e in me ha finito col prevalere la terza: dare i miei libri, co me dicevo, a una bibliotechina. Infine di questa tendenza troverei una spiegazione più intima, che ha del fantastico e insieme del morboso.
Per alcuni anni durante i quali vagheggiavo un’idea di vita di cui poi a un tratto non ho più trovato, nel mio essere, la giustificazione, m’è accaduto di sdraiarmi â— non saprei altrimenti â— in una stanza piena di libri, dal pa vimento al soffitto: uno stu dio che ho lasciato senza il rimpianto che altri credono, cosciente di come sia perico loso attaccarsi alle cose: quan do non le abbandoni tu, capi ta d’essere costretto a staccar sene, da tutte, in una volta.
Insomma, dopo mangiato, mi sdraiavo, leggevo, ascolta vo le musiche del terzo pro gramma della radio e spegne vo appena la lettura si rive lava avvincente. Chiudevo il libro se invece trovavo il filo segreto che, come la lettera tura, hanno le musiche. Son necchiavo dieci minuti, non di più, sapendo che mezz’ora di sonno m’avrebbe spossato. Riemergevo, in quello ch’era il mio studio, da imprecisa bili lontananze; però non ri conoscevo il luogo. Un atti mo d’incertezza. Il dorso dei libri sistemati negli scaffali su sette piani m’appariva, nella luce elettrica, come se, du rante il mio breve riposo, aves se acquistato un che di vivo e che ora svaniva. Mi dava no, tutti quei libri, un senso di paura quasi se mi sveglias si non in casa mia ma in un bosco. Avevo l’impressione che, profittando del mio oblio, i libri si fossero mossi, simili a fantasmi.
La fatica dello scrivere, le delusioni della pubblicazione, le angustie delle relazioni let terarie, i calcoli economici che accompagnano l’uscita d’una opera, anche di quella in cui la fantasia ha avuto modo di svi lupparsi liberamente e di dare allo scrittore il senso d’essere solo un amanuense che scrive sotto dettatura: tutto, mi veni va in mente, e lo rivivevo con un’angoscia sottile, senza dif ferenza fra le pene costate al l’autore d’un’opera convalida ta da secoli, e altre a cui ma gari era stato negato perfino il premio di qualche ente di turismo secondario. Gli autori, tutti insieme, li sentivo sof ferenti e riuniti nella mia stan za. « Andatevene » gli grida vo in quell’attimo. « Rientrate dentro le pagine, dove io non verrò a cercarvi. Che gusto c’è a constatare le sofferenze del prossimo ».
Gli amici di solito, venutimi a trovare, dicevano, invece, che, in uno studio come quel lo, doveva essere facile lavo rare, né io sapevo obiettargli â— vi fosse o no, nella loro osservazione l’ombra d’un rim provero â— che a me, verso le due del pomeriggio, sveglian domi, pareva di trovarmi non solo in una foresta ostile, ma in un cimitero.