Si è spento Mauriac

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 2 settembre 1970]

Non è facile immaginare una vita più ricca di onori e di soddisfazioni     di quella toccata a Mauriac.
Non gli è mancato nulla di ciò che co ­munemente viene considerato necessario per la felicità de ­gli uomini: in sessant’anni di vita letteraria i successi si sono puntualmente verificati al momento     giusto; dalla consacrazione di Barrès per il primo libro di versi all’Acca ­demia, dalla stima di avver ­sari come Gide al Premio No ­bel e ancora una presenza continua che gli ha consentito di essere una delle grandi voci di Francia.

Nato da una famiglia ric ­ca della provincia bordolese Mauriac è stato a suo modo uno storico fedele e un inter ­prete crudele della grande borghesia francese, e però non è mancato chi lo accu ­sasse di appartenere proprio a quel mondo che a parole rifiutava e condannava. Ma di tutte le interpretazioni che si possono dare della sua opera e soprattutto della sua figura, questa è certo la più facile e anche la meno esatta. Mauriac è stato sì un bor ­ghese e non si è vergognato di riconoscerlo fino all’ultimo, ma non era per una scelta, piuttosto lo è stato con la coscienza di una condanna sotto il peso di un peccato da scontare. Né vale dire che l’opera del romanziere abbia funzionato da rivalsa, dal momento che egli ha sa ­puto andare al di là del suo mondo, saltare la sua condi ­zione e impostare in maniera più alta il discorso tutto uma ­no della sua presenza terre ­na. Caso mai, bisognerebbe dire a quanti gli hanno rim ­proverato di aver sempre vis ­suto da ricco (a suo tempo Sartre lo ha detto a chiare lettere) che il tormento del cristiano non lo ha mai ab ­bandonato, anzi quotidiana ­mente gli ha prospettato i li ­miti capitali e l’ultima con ­danna della sua condizione. Mauriac senza il cattolicesi ­mo non sarebbe stato, non sarebbe neppure concepibile, nel senso che tutta la sua opera di inventore e di sag ­gista ha trovato nella dura radice del cristianesimo il suo punto di salvezza.

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Mauriac â— come egli stesso amava ripetere â— era un cattolico per condanna, me ­glio uno spirito condannato al cattolicesimo. Ciò che lo distingueva dagli altri grandi cattolici del suo tempo, da Claudel a Péguy, da René Schwob a Maritain, era appunto il fatto che per lui non c’era stata conversione: inve ­ce bisognerebbe dire, come segno della sua più vera fisio ­nomia, che per lui non c’era neppure la possibilità del tra ­dimento

Sul primo tronco tutto religioso della sua infanzia e dell’adolescenza all’ombra dei Padri Marianiti, il giovane Mauriac aveva saputo in ­nestare quello che sarebbe stato il ramo vitale della sua interpretazione, il ramo pascaliano. Questo spiega quel tanto che c’era di indipenden ­te nel suo cattolicismo, pur nel pieno rispetto della Chie ­sa romana, e soprattutto quel gusto intimo e segreto di con ­fronto diretto: sotto questo profilo è stato uno degli ulti ­mi protagonisti del discorso aperto col Dio che è chiuso nei nostri cuori. Tutto quan ­to accadeva al di fuori della sua anima lo trovava, sì, sensibile e pronto, ma senza perdere di vista l’altra parte dell’invisibile che per lui non era assolutamente sostituibile e costituiva il nutrimento pri ­mo della verità cristiana.

Abituato a scrutare il suo cuore senza indulgenze, ma non senza un’ultima pietà che peraltro non dipendeva dalle sole ragioni umane, era fa ­tale che il giovane Mauriac, dopo una prima stagione di dilettazioni poetiche nel gusto del suo vicino Francis Jammes, fosse indotto a “studiare’ il mondo nascosto della bor ­ghesia del suo paese. Tutto il filone più importante del romanziere dipende da questo spirito di intuizione, per cui Mauriac finì per essere nello stesso tempo complice e giu ­dice dei suoi personaggi, a cominciare da quella che resta

la figura emblematica del suo lavoro di inventore, Teresa Desqueyroux. Nel periodo fra le due guerre, Mauriac non si è stancato di gettare lo scandaglio là dove di solito il romanziere tradizionale non sapeva più o non voleva più andare avanti e le situazioni più normali del perbenismo borghese subivano delle totali capitolazioni, lasciando san ­guinare le ferite nascoste o protette dalle leggi del fari ­seismo. Nessuno come lui seppe andare al fondo con una mano tanto sicura: l’in ­tensità del racconto corri ­spondeva evidentemente alla straordinaria capacità di pe ­netrazione del suo occhio, ma l’arma di cui si serviva era sempre una: la coscienza del peccato. Mauriac riportava così nel discorso del romanzo europeo un dato che le gran ­di scuole dell’Ottocento ave ­vano messo in crisi e abban ­donato: non la storia, non la sociologia, non la fisiologia, sempre e soltanto il senso del peccato.

Questo punto centrale ne faceva un erede diretto non soltanto della grande lezione giansenista, ma anche della forza rappresentativa e dello spirito di giustizia di un Bossuet. Naturalmente le cose erano molto mutate dal tem ­po di quelle grandi visioni, il mondo di Mauriac era assai più dimesso, non c’erano nep ­pure grandi scenari, la sua parola non toccava i potenti, tuttavia lo studio del male lo portava a rendere una digni ­tà diversa all’uomo comune del romanzo, insomma gli restituiva il segno altissimo che spetta alle creature di Dio. Sono le deviazioni del cattolico più che dell’uomo quelle studiate da Mauriac, così come sono stati gli af ­fronti e gli insulti fatti a una immagine più alta del Dio d’amore e di giustizia che era il suo a spingerlo alla gran ­de prova della Vita di Gesù. Caso mai si potrebbe dire che non era davvero faci ­le mettere in pratica un cri ­stianesimo del genere, ma Mauriac lo sapeva meglio de ­gli altri, lui che in un saggio memorabile aveva parlato dei dolori del cristiano, ma anche della sua felicità. Per questo quando si parla del suo pes ­simismo occorre fare atten ­zione, il pessimismo durava fino al momento dell’ultima felicità. Altra obiezione che gli è stata fatta, quella di mettere la felicità oltre la morte, nel nome e nell’imma ­gine di Dio, ma era un’obie ­zione molto banale per chi professava il cattolicesimo co ­me lotta perpetua, sino al ­l’ultima ora.

Che poi il suo non fosse un pessimismo assoluto ce lo conferma la storia della sua vita, specialmente la grande metamorfosi di cui sono testi ­monianza i volumi del « Jour ­nal » e del « Block-notes ». Ci fu un momento della sua felice carriera di scrittore che le storie atroci dei suoi per ­sonaggi cominciarono a per ­dere in significato e credibi ­lità: l’occhio del dottore del ­le passioni scoprì di colpo il mondo e così Mauriac diven ­tò uno dei più grandi giorna ­listi che abbia avuto la Francia negli ultimi quarant’anni, letto da tutto il mondo e a cui era difficile resistere an ­che nel tempo della naturale stanchezza e della tarda vec ­chiaia. Libero nella sua azio ­ne, Mauriac difese negli anni Trenta la sua fede con un linguaggio così coraggioso che lasciava stupiti: la guerra di Spagna, Hitler, il fascismo e poi il tempo dell’occupazione e della resistenza, tutte que ­ste cose e moltissime altre sono passate nel suo diario che ormai non era più priva ­to, ma quotidiano, non più legato alle sorti di una salvezza personale, ma intento a restituire all’uomo il senso della salvezza generale.

Il silenzio del romanziere non era dovuto né a stanchezza né a una diminuzione della sua vena di inven ­zione, tanto è vero che a lun ­ghi tratti tornò alle sue storie e con l’ultimo libro Un adolescent d’autrefois seppe dare una bella lezione a quanti ri ­ducevano la letteratura a una somma di puri paradossi e d vani lenocini. No, probabil ­mente Mauriac aveva avver ­tito un altro fatto:   non era più sufficiente saper raccon ­tare, era invece indispensabile prendere posizione   e in tal senso non ha smesso di an ­dare allo sbaraglio, provocan ­do per esempio dubbi e ri ­serve per il suo amore illimi ­tato per de Gaulle. E’ evi ­dente che dietro a queste im ­magini sacre c’era l’idea pri ­ma, a suo modo religiosa, del ­la Francia, così come dietro le sue   polemiche contro la nuova liturgia o le mode ri ­correnti dei preti in vena di contestazione   c’era   il segno inequivocabile della sua anti ­ca fede cristiana, del suo cri ­stianesimo obbligato. Non sa ­premo mai nulla del dialogo quotidiano     di     Mauriac col Dio delle prime messe ascol ­tate nelle piccole chiese della sua terra o a Parigi, ma sarà impossibile anche in futuro non ricollegare alla fiamma delle sue certezze,   alla co ­scienza della propria miseria, alla forza del suo abbandono in Dio i passi più privati e palpitanti del suo diario pub ­blico:     non riconoscere cioè nelle sue voci più alte il ri ­cordo della preghiera.

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Così non salutiamo soltan ­to l’ultimo dei grandi scrit ­tori francesi che ci hanno accompagnato lungo il corso della nostra esistenza e nep ­pure l’interprete acuto e spie ­tato delle nostre cadute e del ­le nostre colpe, salutiamo il cattolico che è rimasto fino all’ultimo sospiro legato alla sua prima condanna. La sua poesia così diversa dalle al ­tre perché accesa nel vento bruciante di Malagar conti ­nuò a vibrare nell’ombra del ­la sua casa, nel ricordo della madre e dell’altro nome co ­stantemente invocato del suo Dio, meglio dell’immagine riscattata di quell’uomo che aveva visto perdersi accanto a lui e molte volte dentro se stesso. La salvezza nasceva dal peccato riconosciuto e confessato.

E’ una musica che fra poco tacerà nel mondo e che per i più è già espressione priva di vero significato, ma sareb ­be ingiusto dimenticare che per molti è stata un segno di vita, e quando tutto sem ­brava perduto. Né conta che nell’ambito del nuovo cattoli ­cesimo, del cattolicesimo che abbandona le chiese per le strade del mondo, una posi ­zione come questa del Mau ­riac appaia vana e sterile, noi pensiamo che il Mauriac in ginocchio nell’ombra della chiesa, di fronte a Dio, ve ­desse cose che nessuna inter ­pretazione puramente umana potrà mai sostituire. E questo di tutti gli insegnamenti che ci ha dato è certo il meno soggetto a corruzione. Le pa ­role e gli atti arrivano fino a un certo punto, dopo c’è sol ­tanto Dio. Questo il grande scrittore Mauriac ce lo ha detto e noi non lo dimenti ­cheremo.

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