Una certa follia

di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 28 novembre 1969]

Il mondo di oggi sembra non solo accettare, ma desiderare alcune esplosioni che potrem ­mo definire di follia innocua, stravagante, o almeno non de ­littuosa. Quando queste esplo ­sioni si producono a livello di pubblica opinione. In un aereo che viene dirottato da un ma ­rine, si trova ragione per al ­zare le spalle e sorriderne: i furori dei tecnici americani o l’accanimento delle autorità appaiono totalmente privi di percezione rispetto a quella tale sagesse de la folie, e di un razionalismo istituzionale assai più irrazionale del resto; quindi noiosi anche se inevi ­tabili.

Dopo aver usato la somma ­ria bilancia del giudizio, la media del mondo d’oggi, an ­che con un istinto di satira, è per il marine. In fondo, si aspetta che gli vada alla me ­no peggio, se non bene. Ma bene a chi? Al marine o al ­l’azione da apparente folle stravagante che egli ha com ­piuto? Sta qui il punto. E ci pare indubbio che la media sia per l’azione e non per l’au ­tore; l’autore potrà anche es ­sere condannato a vita, fac ­cende di tribunali: il disap ­punto che ne nascerà sarà giu ­stificato invece dall’azione, che è vista come un qualcosa che i codici non possono incasel ­lare, per nutrirsene e avvan ­taggiarsi in attualità. Essa ap ­pare come un’alterazione che, provocata nelle preordinate strutture che ci soffocano e realizzata con ribalderia dal fattore uomo, appaga l’indivi ­duo di certe ribellioni repres ­se e gli attenua, in certo qual modo, un inconfessato senso di vergogna (o di fredda soli ­tudine). La vergogna di saper ­ci tutti un po’ folli, avvelenati da una certa follia a causa della follia disumana (e pri ­va di sagesse e di possibilità di elogio) propria dei sistemi; abbiamo un piede nella psicopatologia, quella subdola, che non si scatena con i fulmini laceranti della maledizione su ­perstiziosa, ma può evolversi dal tic nervoso e mentale fino a portare, con le sue lente spi ­re, tra le pareti di una clinica.

Perciò, quando le cronache ci raffigurano gli abnormi sim ­boli umani di questo sotterra ­neo dramma collettivo, non possiamo non trovarci conni ­venti; sono processi di iden ­tificazione nell’uno, nell’in ­dividuo-guida che, allorché si svolgono a livello di ideolo ­gia e di violenza socialmente ragionevole, possono far na ­scere le rivoluzioni. Ma chi ci dice che una rivoluzione più disastrosa di tutte, non pos ­sa nascere anche dal patri ­monio comune di una certa follia?

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Nella prefazione che Mario Gozzano ha scritto per Iconografia ed espressività degli sta ­ti psicopatologici (Feltrinelli) di Adolfo Petiziol (autore del testo) e di Lori Sammartino (che ha scattato il materiale fotografico), si legge: «Lo studio psicodinamico dell’e ­spressività indaga… per sco ­prire il perché di certe mani ­festazioni espressive che tal ­volta sconcertano; e non solo nella patologia dei malati psi ­chici, ma anche nella psico-patologia della vita quotidia ­na delle persone normali. An ­che la più paradossale e ap ­parentemente senza senso del ­le espressioni fisionomiche o gestuali ha un suo significato; ma bisogna cercarlo nella psi ­codinamica dell’espressività ». Psicopatologia della vita quo ­tidiana: ecco la definizione più appropriata per il discorso che si è fatto; ed ecco anche la prova, nel libro di Petiziol e della Sammartino, dei disa ­strosi abissi che possono spa ­lancarsi sotto quella certa fol ­lia di tutti i giorni, senza che ce ne accorgiamo.

Sfogliando queste pagine, mi sono sentito coinvolto in una quadratura raggelante del problema, che mi dava sem ­pre più sgomento nella misu ­ra in cui le illusioni venivano cancellate dalla certezza cli ­nica. Cosa può esserci â— mi chiedo â— di più ammonitore, del vedere rapportate a così breve distanza le nostre de ­formazioni ed ubbie, che ci portiamo dietro senza timore, ritenendole normali, e le no ­stre possibili degenerazioni? I mostri che rischiamo di diventare, da un momento all’altro, per il putrefarsi incontrollabile di quelle ubbie e di quei tic? Le fotografie che la Sammartino ha scattato sui volti dei pazzi portano in di ­dascalia le frasi dei malati stessi. Una povera donna dal volto mirabilmente materno, il cui profilo tizianesco si ri ­piega sulla spalla, dice: « La paura io non la scelgo, ma ogni giorno ho più paura ». Una vecchietta, che ha ai pie ­di un demente rannicchiato e coperto di panni, ripete a sua volta: « Mi rappresento una persona sconosciuta assai lon ­tana dalla vita che mi parla in dentro a me, e nella medesima parte non la so raggiun ­gere perché la vedo che gode troppo, che sia come una bam ­bina » Sono la paura, l’amo ­re e la speranza che, partite dalle piccole angosce che ne portiamo noi, si sono trasfor ­mate in mostri. Ecco perché, a volte, anche un aereo dirot ­tato (nel più metaforico dei sensi), può salvare qualcuno dalle tristi lacrime con cui un’altra delle folli fotografate dalla Sammartino, dichiara: « Non ci vedo più nel mat ­tino ».

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E adesso racconto un epi ­sodio che non ha bisogno di commenti. Anzi, nella linea ­rità del suo racconto, può ser ­vire da commento definitivo a quanto si è detto. Il prota ­gonista è un piccolo cane. Sembra uno dei tanti, senza razza, ma ha un modo impa ­reggiabile di puntare il muso fissando gli oggetti; tutti i ca ­ni che sono cresciuti in luo ­ghi chiusi hanno questa im ­mobilità bizzarra. Una malin ­conia quasi cosciente. Nem ­meno mia moglie sa qualcosa di lui: l’ho portato da un mio viaggio. Da un anno non mi abbandona e solo io riesco a distrarlo da quelli che sem ­brano i suoi ossessivi pensieri.

Il ricovero sorgeva su di una piccola montagna. Non voglio e non posso citare i nomi della nazione e dei luo ­ghi per ovvi motivi: da lon ­tano, la costruzione sembrava una rovina deserta, invece era piena di vecchi condannati politici; poco prima di arri ­vare, da una curva, si vedeva il cortile con i vecchi fermi nelle giacchette scure, le mani dietro la schiena, senza par ­lare, come se non fossero vivi. Prendevano il sole in attesa del pasto. La stessa scena appariva da dietro le sbarre di una finestra, in quel braccio del ricovero che si isolava in mezzo ai campi. Sotto la finestra sedeva un altro vecchio, al quale era proibito di uscire. Cercavo lui. L’avevo cercato da una prigione all’altra, in tutte le prigioni in cui era stato, finché non lo avevano portato lì: il luogo più tre ­mendo, perché dopo non esistevano più passaggi e si usci ­va solamente per finire sotter ­rati in una distesa d’erba, tra muri bianchi, con una croce sopra. Tutti ritenevano che il vecchio fosse già morto in una delle tante galere, invece se ­deva alla poca luce della gra ­ta talmente vivo da cantic ­chiare tra sé, solo e sorriden ­te, una canzonetta incompren ­sibile. Il cane gli stava vicino sulla panca, col muso immo ­bile in direzione dell’entrata.

Ho citato più volte questo condannato politico, rilevando come egli fosse stato un eroe ma a modo suo, nel senso che la sua grandezza era consisti ­ta non già nell’azione, bensì nell’ossessione priva di gesti che paralizza, dopo qualche tempo, la maggior parte dei suoi simili.

Cominciammo a parlare. Svogliatamente, a brandelli, mi descrisse gli orrori compiu ­ti con le armi e ai quali aveva assistito; doveva essergli talmente abituale, quel rac ­conto, che le frasi sembrava ­no uscirgli automaticamente, quasi che il cervello fosse al ­trove, ad inseguire altri pen ­sieri. Infatti, cambiò discorso all’improvviso e con passione prese a parlarmi del cane. Mi spiegò che in prigione gli ani ­mali servono all’uomo per una sorta di identificazione che impedisce ad alcuni terrori della mente di degenerare, sconfinando nella follia. Un uomo fissa un animale, lo as ­simila. Succede il contrario nella vita normale: allora è l’animale che fissa l’uomo e lo assimila. Un gatto può in ­segnare a tenere gli occhi fis ­si in un punto, per ore; un cane a vivere di odori e di profumi, quelli che arrivano dalla vita degli uomini liberi.

Poi le mani del prigioniero afferrarono il cane. Me lo con ­segnarono. E il vecchio mi pregò di portarlo via, perché non poteva più tenere bestie, altrimenti gliele avrebbero uc ­cise secondo un nuovo rego ­lamento carcerario. Gli obbe ­dii, presi il cane, me lo por ­tai a Roma. Stamattina ho aperto il giornale (anche que ­sto è un fatto di cronaca, di quelli niente affatto clamoro ­si) e ho letto che il vecchio è morto davvero. Un grande sgomento mi ha preso, non ho avuto la forza di togliermi il giornale dalle ginocchia, an ­che quando la bestia, miste ­riosamente attratta, è venuta ad accucciarsi ai miei piedi. Le parole del vecchio mi tor ­navano in mente: « …succede il contrario nella vita norma ­le, allora è l’animale che fis ­sa l’uomo e lo assimila ». Co ­sa poteva assimilare da me, il cane, se non quella paura, quel sentirmi perduto? Infat ­ti, l’ho visto improvvisamente tremare, nelle ossa, nel pelo; ha cominciato a lamentarsi. « Ma che ha quel cane? », ha gridato mia moglie dall’altra stanza. Io non ho risposto nulla: continuavo a stare nel ­la poltrona, dentro la mia fred ­da paura; mi sentivo confor ­tato solo da quell’assurda, umana comunione con la be ­stia, e dal folle pensiero che davvero qualcosa del vecchio avesse potuto trasmettersi e restare nel corpo tremante ai miei piedi, nella bella striscia di sole autunnale che cadeva dalla finestra.

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