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LETTERATURA: I MAESTRI: Una notte su Monte Cavo

22 Dicembre 2018

di Giorgio Vigolo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 17 febbraio 1970]

Un’idea strana ma affasci ¬≠nante si era impadronita tan ¬≠ti anni fa della mia fantasia: che le nuvole possano vibra ¬≠re di una loro musica tenuissima, che dei singolari fe ¬≠nomeni di rifrazione acusti ¬≠ca vi si possano verificare, degli echi, delle iridescenze foniche. Quale musica vibra nelle nuvole, per esempio, quando vi si rifrange un arco ¬≠baleno?

Probabilmente l’iride che noi vediamo non √® che l’e ¬≠quivalente luminoso, visibile d’una vibrazione che non ascoltiamo ma che sarebbe ascoltabile in condizioni acu ¬≠stiche privilegiate. Se avessi ¬≠mo un udito straordinariamen ¬≠te fine e addestrato, chiss√† che non potremmo percepire la musica delle nuvole, come ne vediamo i colori e le forme. Forse alcuni uccelli la ascol ¬≠tano, allo stesso modo che le aquile sono dotate di una vista potentissima. Essi volano in un cielo melodioso. Es ¬≠si ascoltano i mattutini delle nuvole e i loro vespri al ca ¬≠lare della sera.

Questa idea mi era venu ¬≠ta a Roma, improvvisamente una mattina di novembre al primo rompersi della stagio ¬≠ne. Mi ero svegliato sentendo una grande pioggia tenebrosa, un diluvio fitto, uguale scen ¬≠dere da un cielo tutto chiuso. Pareva impossibile che fosse lo stesso cielo, le stesse nu ¬≠vole che avevo veduto dal Gianicolo la sera prima con quei colori splendenti e quel ¬≠le forme straordinarie di oro, di viola, di scarlatto che pos ¬≠sono prendere in una sera d’autunno. Adesso mi sem ¬≠brava strano che da quelle stesse nuvole, da quel cielo di favole, scendesse tutta quel ¬≠la pioggia di cui ascoltavo lo scroscio. Lo ascoltavo con una singolare ebrezza, come una nota d’organo che pure sentivo ricca di infiniti armo ¬≠nici. Era gi√† una prima tra ¬≠sformazione della luce in suo ¬≠no, ma a me pareva di essere sulla soglia di una metamor ¬≠fosi pi√Ļ meravigliosa ancora, in cui quell’accordo uniforme, quel pedale profondo della pioggia mi si sviluppasse sin ¬≠tonicamente in qualche cosa di analogo alla luce e ai colori delle nuvole nel tramonto au ¬≠tunnale della sera prima.

*

Questa idea, che sarebbe dovuta piacere a Baudelaire, l’avevo segretamente confida ¬≠ta a un paio di amici. E con loro fu fatto il progetto di tentare una notte l’avventura dall’alto di un monte da dove si potessero ascoltare quei pro ¬≠babili fenomeni acustici pi√Ļ da vicino. E si pens√≤ che la vetta pi√Ļ alta dei Colli Alba ¬≠ni, l’antica e leggendaria ci ¬≠ma di Monte Cavo, poteva es ¬≠sere la pi√Ļ adatta: √Ę‚ÄĒ quella vetta, indubbiamente carica di magnetismo con i due la ¬≠ghi al di sotto, e spesso incap ¬≠pata di nuvole. Di l√¨ gli anti ¬≠chi abitatori sentivano scen ¬≠dere delle voci arcane che prendevano per oracoli.

L’episodio che sto per rac ¬≠contare accadeva in un tem ¬≠po ancora quasi puro di mac ¬≠chine. Non ci si spaventava allora all’idea di raggiungere a piedi la vetta di Monte Cavo da Roma in una mezza gior ¬≠nata di buon cammino. Ricor ¬≠do la partenza che si fece di primo mattino, il ponte pas ¬≠sato dai Prati di Castello, con i pianeti ancora fulgidi in un cielo verde che si spec ¬≠chiava nel Tevere. Si faceva del resto un passeggiare piace ¬≠volissimo, sempre vivo di di ¬≠scorsi, di dialoghi. Si cantava anche ricordando pezzi di musica strumentali e sinfonici ai cui motivi si annetteva un grande valore non solo musi ¬≠cale ma quasi direi ontologico. Si mettevano cos√¨ insieme dei veri concerti a pi√Ļ voci, cam ¬≠minando per la campagna, con l’ingenuo entusiasmo che biso ¬≠gnasse fare ascoltare Beethoven anche alla natura, ai ci ¬≠pressi e alle pietre della via Appia. Si parlava poi con passione di queste musiche e delle letture di scoperta che si stavano facendo di poeti e di filosofi. I poeti si sapevano a memoria. Tutti codesti ele ¬≠menti si fondevano nel go ¬≠dimento del paesaggio, letto anch’esso come poema e scan ¬≠dito al ritmo naturale e uma ¬≠no del camminare; e non man ¬≠cavano nemmeno le confor ¬≠tevoli fermate in qualche per ¬≠gola o in qualche grotta dove la molta strada fatta e la fame dei vent’anni trovavano il loro giusto epilogo conviviale.

In una pergola albana a picco sul lago si era fatto il desinare dell’una; la cena in ¬≠vece in una grotta di Nemi fumosa e assiepata di nere botti.

Ricordo l’impressione che provammo, uscendo da quel ¬≠l’antro, a respirare il fiato umi ¬≠do della campagna e dei bo ¬≠schi annottati. Cominciammo la nostra ascensione per sen ¬≠tieri malcerti, muovendo da una localit√†, da un crocevia che si chiamava e credo si chiami ancora: Fontana Tem ¬≠pesta.

Finimmo col perderci nel pi√Ļ fitto delle boscaglie. L’u ¬≠nica direzione da seguire era di arrampicarci per le balze, per l’erte, per le forre nella speranza di arrivare a qualche pianoro aperto, dove, allargandosi le piante, fosse visi ¬≠bile a picco su di noi la vetta del monte.

Ma la macchia si faceva sempre pi√Ļ stretta e per ore andammo alla ventura fra tronchi e virgulti al buio, sen ¬≠za vedere pi√Ļ nulla. Solo si sentiva, tutt’intorno, uguale, la pioggia affondare nella cupa verdura, penetrare dentro i cespugli fino ai piccoli fiori spenti che mormoravano sot ¬≠tovoce le loro notturne ora ¬≠zioni.

Dopo non so quanto tem ¬≠po, i tronchi cominciarono a diradare, i fogliami si apri ¬≠rono e sboccammo sopra una sporgenza, su una rupestre gobba del monte: sopra di noi, quasi a piombo, torreggiava su querciosi macigni la vetta. La raggiungemmo prendendo di petto tra radiche e scheggioni di tufo l’ultima e pi√Ļ ardua balza dell’ascensione. Dal ciglio di quel balcone sul Lazio scrosciava nel buio la cascata dei boschi e si perdeva verso l’orlo della pianura sul lontano Tirreno.

*

Quella distesa di una ventina di miglia, a vederla oggi di notte da quelle medesime alture, √® tutto un fitto bruli ¬≠chio, un mare di lumi, una scintillante immensa vetrina di gemme. Ma allora in quegli anni lontani fra i colli e la citt√† c’era il deserto e il nero della notte. Solo all’estremo di quella fitta tenebra, lag ¬≠gi√Ļ, come una lieve costella ¬≠zione azzurrina baluginavano i lumi della citt√†. Per tutta quella distanza nel cielo, una sola grande tettoia di nuvole pesava, spessa e tirata, ma il suo bordo dalla nostra parte era cos√¨ accosto alla vetta che quasi si toccava. A stendere una mano, pareva di strap ¬≠parne dei fiocchi lanosi, dei bianchi ciuffi di nuvole.

Fu allora in quel silenzio assoluto, tendendo l’orecchio, appoggiandolo quasi sulla fol ¬≠ta felpa delle nuvole, vi sen ¬≠timmo formicolare dei brusii, dei bisbigli, degli echi, dei murmuri infiniti come in una conchiglia. Una citt√† di suoni vibrava riflessa nella nuvola, il suo doppio sonoro era capo ¬≠volto nell’aria, come per una speculare rifrazione fonica. Il fenomeno previsto avveniva in quella straordinaria notte su Monte Cavo. Ma a renderlo possibile aveva certo contri ¬≠buito oltre agli elementi atmosferici anche l’altro polo della nostra non comune ri ¬≠cettivit√†.

La nuvola che per l’intera giornata aveva covato la citt√† continuava ora a vibrarne come organo appena finito di suonare. Gli spettri dei rumori vi s’ingolfavano e giravano a vortici, a spirali, a sinusoidi, nella pi√Ļ singolare delle musiche elettroniche: strani fon√®mi, parole, frammenti di frasi rapiti a volo dalle strade, un nome di donna chiamato di lontano: e poi sibili, urli di treni, cigol√¨i di tram oppure scrosci di fontane, tenute su un lungo pedale, e il persistente rintocco delle torri, che in quella notte fonda durava ancora come se delle basiliche altissime suonassero a stormo da dentro le nuvole.

Il fenomeno dei suoni riflessi dur√≤ un certo tempo: poi improvvisamente non si ud√¨ pi√Ļ nulla. Una subitanea incrinatura aveva fulminato lo specchio. Neppure la pi√Ļ vaga eco della citt√† lontana: solo, lo scroscio della pioggia nei boschi dalla vetta fino al mare.

Quante altre volte siamo poi tornati sulla cima notturna Ma la singolare esperienza non l’abbiamo pi√Ļ avuta. Certo, noi potemmo quella notte ascoltare per una irripetibile coincidenza di condizioni meteorologiche e del nostro stato personale, un fenomeno fonico eccezionale, paragonabile per i suoni alle luci che nei deserti fanno tremare nell’aria miraggi di acque specchianti favolose citt√†.

 

 


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Bart