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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA – Il Ferragosto di Elena Ferrante

16 Agosto 2009

di Carlo Capone

Di Elena Ferrante ignoriamo tutto. Età, luogo di nascita e fisionomia. Sappiamo però che nessuno quanto lei sa esprimere l’animo femminile. C’era già riuscita con ‘L’amore molesto’, una prova amara e palpitante del rapporto di amore, invidia e gelosia che lega e divide madre e figlia. Un viluppo di istinti che spinge la protagonista a inventarsi un’accusa infamante – aver sorpreso la madre con un uomo, quando era bambina – che è causa di una definitiva rottura familiare.

Con ‘I giorni dell’abbandono’ la Ferrante va oltre, si libera del simulacro dei giochi di mente e scruta gli abissi di una donna piantata dal marito e soggetta a un duplice assalto. La disistima per il fallimento di un legame – invero ingiusta, vista la caratura dell’uomo, un vigliacco immaturo – e l’incredibile serie di eventi in cui si imbatte.

Siamo a Torino, una Torino gelida e deserta come solo Torino sa essere a ferragosto. Una donna ancora attraente, di presumibile origine napoletana, annichilita dal trauma e dalle sue implicazioni, si trova costretta in casa per un inceppo di serratura. E siamo al principio. Un improvviso rialzo febbrile induce il figlio in convulsioni, il telefono si rivela fuori uso e il cane, il più lucido di tutta la truppa, di colpo rantola e vomita bile. Nessuno come la Ferrante ha mai saputo imbastire tanti accidenti, interiori e fattuali, legandoli col filo della disperazione e servendosi di un climax di azioni scomposte, risibili, arruffate della donna – mosca impazzita in un bicchiere – per spiegarne l’inferno del cuore e il pasticcio dei farmaci della ragione. Un distillato di angoscia e parossismo, questo è il nocciolo della vicenda, un flusso di rabbia, paure e smarrimenti che sedimenterà con la morte del cane. E qui la Ferrante sembra darci una chiave. L’impasto di tensioni, ormai insostenibile, pretende che uno degli attori si immoli a salvezza degli altri, pena il disastro collettivo. Sarà un caso, ma appena il cane muore, il bimbo riacquista coscienza, il telefono prende a squillare e l’inquilino di sotto – un dolente violinista indotto in precedenza dalla donna a un rapporto ferino- bussa alla porta e la sblocca.

Il tradimento, dunque. Anche in questo romanzo la Ferrante ce ne illustra gli effetti, servendosi ancora di una crisi al femminile. E poi la sincronia. Un oscuro regista riverbera l’angoscia da abbandono, e i sensi di colpa di chi la subisce, mediante il distacco delle cose in ostile congiura. Eppure il sincronico è dio di resurrezione, agita esseri e fatti per mettere alla prova, rifornendo di nuova linfa. La ritrovata energia, l’uscita forzosa dall’abulia e dall’autocompassione mostreranno alla donna le mete di un riscatto, spingendola a ripartire.
Magari dal timido violinista.


Letto 2004 volte.


6 Comments

  1. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 16 Agosto 2009 @ 18:25

    Si dice che dietro questo nome si nasconda Goffredo Fofi, artista di grande onestà intellettuale.
    Ma sarà vero? Chi sa che cosa ne pensa Giorgio Di Costanzo, amico di Fofi, di tutta questa storia.
    Grazie, Carlo, dello sms inviatomi da Fatima.

  2. Commento by Carlo Capone — 16 Agosto 2009 @ 22:52

    Fatima è stata una tappa importante del mio viaggio in Portogallo.Come sai il luogo non presenta caratteri di sfruttamento commerciale della fede, racchiude invece un’aura di misticismo e spiritualità che prendono il cuore appena ci si trova nella spianata della cattedrale. Abbiamo ascoltato la Messa, bevuto alla fonte e seguito i pellegrini che percorrono in ginocchio il perimetro dell’altare dove ci fu la prima apparizione (lì c’era l’albero della Madonna ma i fedeli, per ricordo, ne strappavano i rami, allora l’hanno tolto). Ci hanno poi fatto visitare la casetta dei due pastorelli, spoglia, minuta e dal tetto basso, ci vivevano in 11. Dentro c’è un vecchietto che racconta di essere il nipote diretto di uno dei due e che, apprendendo che ero italiano, mi ha rivelato di aver vissuto 10 anni in America e di essere stato in casa di una donna calabrese rivelatasi una seconda madre. Tenerissimo. Infine abbiamo visitato la radura dove Nostra Sinhora si è mostrata il 19 Agosto del ’17. E’ un luogo che affascina e un po’ intimorisce. La Madonna si è rivelata in un posto che in quegli anni era poverissimo e abitato da gente umilissima. Questo per me è il vero miracolo. “Pregate per gli altri “, ha detto ai bambini, e c’è scritto sul cippo commemorativo, “non sapete quante anime si perdono all’inferno perchè nessuno prega per loro”. Questo mi ha atterrito, all’inferno nessuno mai ci pensa, e invece…

    Circa la Ferrante, no, non credo sia Fofi o altri. Per quanto si è saputo è napoletana, ha vissuto parechci anni a Torino e poi si è trasferita ad Atene. Giorgio ne saprà di più.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 17 Agosto 2009 @ 00:19

    Ho un bel ricordo anch’io di Fatima. Non dimenticherò mai quell’immenso piazzale e quelle statue raffiguranti vari Papi, in particolare la statua di Giovanni Paolo II.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 18 Agosto 2009 @ 21:41

    Storia intensa ed anche, se vogliamo un tantino “bizzarra”, pur nella sua drammaticità. Storia al femminile, in cui si evidenzia uno stato di crisi, di malessere, di disagio… Storia interessante e sicuramente coinvolgente, che Carlo, con il suo modo spigliato di esporre, ma pure con la compiutezza interpretativa e riflessiva, compiutezza che è sua spiccata grande peculiarità, ci porge, suscitando in chi legge una positiva “curiosità”
    Gian Gabriele

  5. Commento by Carlo Capone — 19 Agosto 2009 @ 10:53

    Caro Gian Gabriele, come sempre sai ‘leggere la lettura’ con il tuo inconfondibile modo di relazionarti alla pagina. L’amore per la letteratura è per te naturale, come il bere, il respirare, passeggiare.

    Saluti

    Carlo Capone

  6. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 19 Agosto 2009 @ 15:32

    Grazie, Carlo!
    Con affetto
    Gian Gabriele

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