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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Il mio Dante

5 Aprile 2009

di Carlo Capone

In un prezioso articolo recentemente pubblicato su Parliamone, Bartolomeo Di Monaco prende spunto da una gita di gruppo a Ravenna, con sosta alla tomba di Dante, per illustrarci le peripezie dei suoi resti e i tentativi dei Fiorentini di ospitarlo in un sepolcro di rango. Ma Bartolomeo non è solo lettore e colto saggista, sappiamo che ama anche scrivere per creare. Nell’occasione, a margine dello scritto, gli piace fantasticare di un incontro con il Poeta, un’idea geniale. Ma ancor più stupefacente, a parer mio, è il Dante che descrive: un uomo affrancato dalle passioni che auspica il ritorno a Firenze in una tomba degna di lui. Nulla a dire, Dante è il Padre di noi tutti, è il primo italiano della storia, le sue aspirazioni sono anche le nostre. Ma su questa sua abiura, sul disconoscimento dei principi di una vita, permettimi Bartolomeo di restare perplesso. Lo ebbi già a scrivere in una nota di commento al post, una nota che oggi, col permesso tuo e di tutti, mi piace presentare in Home.
Per carità, se è vero che Dante già in vita riteneva di essere Dante, e quindi di meritare ben altra sorte di quella, dignitosa ma modesta, offertagli da Ravenna, è anche certo che il rancore per chi lo aveva tradito, gli distrusse la casa, disperse la famiglia, lo ridusse a esule – nel Trecento il bando equivaleva alla morte civile – sono tutte cose per sempre fissate nei progetti di un vendicativo rientro in città e nel rancore impresso nel Poema. Dunque, pur entusiasmandomi all’immagine di un uomo che a giusta ragione sogna casa sua e dai suoi concittadini viene accolto con tutti gli onori e ossequi, non riesco a credere che perdonò. Non era nel suo stile, non era roba di Dante, o almeno: non era roba del ‘mio’ Dante. E il calvario dell’esilio mi rafforza nel convincimento.
Dopo il bando vagò randagio in Casentino, tessendo trame e congiure contro Firenze, vide gli altri esuli prostrarsi, sdegnato virò in Garfagnana, presso signori generosi e un po’ silvestri, prima che il Gran Cane lo ospitasse come un qualunque trovatore. Da lui provò la delusione più cocente. C’era da assegnare la cattedra di Letteratura dello Studio di Verona, ma Can Grande, cui Dante aveva dedicato la Commedia, non mancando di leggergli i più bei canti, gli preferì chi sa quale oscuro cortigiano. Non lo amava, il Della Scala, al più lo rispettava, probabile che ne riprovasse il carattere, certo è che Dante chinò il capo e lasciò Verona.
Non sappiamo né quando né per dove riprese a girare. Di Firenze recava sempre il ricordo, questo è sicuro, un ricordo dolce quanto il volto della madre perduta, ma più forte, pertinace, lacerante, dovette essere l’odio per l’ingiustizia patita, senza mai traccia di ripensamento. Oddio, un dubbio dovette nutrirlo ma lo esplicitò per interposta persona, quando nell’Inferno fa dire a Farinata, cacciato anche lui da Firenze perché ghibellino:

la tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
alla quale ‘forse’ fui troppo molesto

Seguendo la lezione del De Sanctis ho virgolettato il forse. Farinata nutre per Firenze la stessa ambivalenza di Dante, Farinata è senza dubbio Dante, ce ne accorgiamo da quanta malinconia, che rimpianto, c’è in quel ‘forse’. Che io sappia è l’unica concessione fatta a suoi sbagli (ne aveva commessi, e come non avrebbe potuto, essendo uomo retto ma sanguigno e di parte?).
Dunque seguiamolo nelle peregrinazioni, nei tormenti, i rancori, leniti solo dalla cura dei versi. Siamo intorno al 1313, il Poema è a buon punto, l’odio va stemperandosi nelle brume padane. Perché è in questa regione che Dante ha vagato dopo Verona, non si sfugge, e lo fa per almeno tre anni, movendosi per i suoi fangosi tratturi in cerca di lavoro e protezione. Ormai è famoso – sissignori, lo era già, la gente lo additava col rispetto dovuto al grande ingegno ma anche col timore per il negromante: “dicono che parli ai morti, conosce la strada per l’Inferno, guarda che barba nericcia”) – ed anche i Signori lo tengono in gran conto, ne apprezzano i discorsi, a volte ascoltano distratti i suoi versi. Ma del suo dramma, le ansie, i rimpianti, nessuno che si curi. D’altronde non è tipo da esternare, né i tempi consentono sia pure sacrosante debolezze.
Ai margini della pianura, alla foce del grande fiume, tra acque e canneti sorge una città tombale, fissa nel tempo per via di mausolei, chiese, conventi. Mai luogo dovette apparirgli più adatto. Ne è padrone un avventuriero del Trecento, emerso dopo sangue e intrighi. Guido Novello da Polenta è signore di una corte di provincia, lontana dalla storia come dal mare che si è ritratto. Nessuno saprà mai cosa accadde fra i due, saremmo disposti a pagare per leggere un resoconto dei primi discorsi. A volte le grandi svolte della storia – o almeno, della storia di un grande – avvengono per eventi sussidiari. Forse Guido trovò le giuste espressioni, magari Dante scorse in quelle parole i segni di una pace che urgeva, il resto lo fece Ravenna: con i silenzi, le brume, le acque montanti si prestò ai suoi umori. Il signore che la governava non era solo un rude capitano, amava la cultura e le arti e subì il fascino di quell’uomo austero e illustre. Fu così che Dante ebbe un posto tranquillo dove poter scrivere e studiare (anche in questo caso, quanto daremmo per riconoscere tra le viuzze della città medioevale la sua casuccia e calpestarne i cocci), ricevette un vitalizio e poté riunire la famiglia, vale a dire i quattro figli maschi e l’ultimogenita, la prediletta Beatrice, più l’uomo che non ti aspetteresti: un fratello, il fedele Francesco. Di Gemma nessuna traccia, grazie alla parentela con i vincenti Donati non era mai stata espulsa da Firenze. Non la citerà mai, perché non l’ha mai amata, come accaduto con il padre Alighiero, un vile usuraio.
Ma ormai è tempo di limare, il poema è lì, tredicimila versi di potenza ineguagliata. Al contrario del Gran Cane, Guido è signore premuroso, ne rispetta gli umori, attende con ansia che la sera venga a Corte e gli legga. Ma c’è di più, da quando ha ascoltato i versi che Dante ha dedicato a Francesca, sua vicina antenata, l’incanto, l’ammirazione e l’orgoglio attingono vertici insperati per l’animo di un signore. Ma Guido non si limita ad ammirae i versi, ascolta i suoi giudizi, ne tiene in conto l’indubbia esperienza politica. Agli inizi di quella fatale primavera del ’21 gli affida persino un’ambasceria.
Chi sa con quale animo partì per Venezia, io credo che da un lato fosse orgoglioso che Guido si affidasse a lui per dirimere una lite tra la piccola signoria e la potente Repubblica. Dall’altro non è da escludere che il rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere e non fu ancora l’assalisse. Mentre la carrozza si muoveva per i lidi del Savio, e rasentava canali, e costeggiava le dune tra le macchie di pini, forse lasciò andare la nuca e ripassò il discorso da tenere a Venezia, forse no, riandò a quel canto o al personaggio o a quella rima che andavano rivisti. Un’opera, la propria opera, sia la Commedia o l’ultimo dei romanzacci, è sempre un cantiere. Ci avrebbe messo mano al ritorno, adesso incombeva il paesaggio di Comacchio. Nel mentre traghettava ascoltò il fruscio lento dell’acqua, magari riandando per contrappasso al maestoso Oceano del suo Ulisse. Non sappiamo se a Venezia fu tenuto in giusto conto. Forse parlò con un funzionario di medio rango, si produsse in ampi discorsi che, per essere tali, l’altro ascoltò distratto. Forse, forse, forse, ma che sappiamo di Dante? Tutto e niente. Tutto perché la Commedia è un poema del tutto, perciò anche specchio dell’anima sua, niente perché Dante nelle Rime, la Vita Nova, il Canzoniere, bara da brigante, e dunque ignoriamo i suoi pensieri più lievi, le banalità del quotidiano, che so, la chiacchierata con la figlia Beatrice sul far della sera, la discussione con Francesco su quanto speso al mercato, il tuffo al cuore per un lontano riso femminile.
Ci avrà pensato a quel riso, mentre la febbre lo assaliva, lo avrà fatto essendo certo che solo questo gli restava. La vita è strana, i grandi studiosi giurerebbero che negli ultimi istanti, tra le valli di Comacchio che sbiadivano nella sera, abbia visto Beatrice, la Portinari, splendente nella grazia celeste. Io non credo, per me sarà riandato ad altri amori, a quelli carnali e vissuti. Con le ultime luci del pensiero avrà sfiorato il volto di Lisetta, bella bella bella come la luce di giorno sull’ Arno, avrà sorriso agli occhi di Piera, ammiccante dirimpettaia, o forse no, avrà lisciato le guance, il collo, carezzato i seni della ridente Violetta.
Più niente, il barocciaio si sarà accorto che delirava, un sibilo tra i denti a tener stretta la vita che scappa. Così non riconobbe il lido del Savio, che gli era caro, con il bosco, la spiaggia, gli aghi di pino portati dal vento. Non lo riconobbe, un po’ perché era sera e poi perché la morte non conosce pudori. Lo portarono moribondo dentro casa. Me lo vedo il mio Dante, il mio povero grande Dante, portato in fretta con le braccia e le gambe cascanti, come un sacco. Francesco lo sistemò rimboccando le coltri, qualcuno corse al palazzo di Guido. Che si precipitò, fremendo. Le torce illuminarono un lettuccio e un lenzuolo bianco. Di un bianco un po’ diverso, simile all’alabastro, era il viso dell’amico. Al mattino vennero e posero la cassa sul carretto. Un asino, delle assi e quattro frati: ecco qui il funerale di Dante. E chi sa che tempo faceva: magari c’era un bel sole, il diritto a un funerale luminoso non si nega a nessuno, ma chi può dire. Oppure pioveva, la primavera romagnola sa essere molto stizzosa.
Nella cappella del convento Guido cantò le litanie e prese l’ostia, evitando contro il solito di carezzare l’impugnatura della spada . Quando tutto fu finito una donna incappucciata gli venne incontro. Le carezzò i capelli, ne trattenne i singhiozzi, poi fece un cenno ai suoi e scappò via.

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7 Comments

  1. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Aprile 2009 @ 08:23

    Che sorpresa! Che bellissimo regalo per la rivista e anche per me, Carlo. Grazie.

  2. Commento by Carlo Capone — 5 Aprile 2009 @ 12:07

    Grazie a te, Bartolomeo, sei tu che hai smosso i miei latenti desideri. In occasione di questa riscrittura ho riletto il tuo articolo. Un ottimo esempio di saggistica unita a scrittura creativa.
    Ora ti rivelo un segreto: da tanti, tanti anni ho in animo di scrivere una vita di Dante a modo mio. Ma il tempo, gli impegni e una voglia di scrivere che non è più quella di una volta, me l’hanno impedito. Fino ad ora, poi chi sa :-)

    Un caro saluto

    Carlo

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Aprile 2009 @ 12:33

    Spero di poter leggere la tua vita di Dante, da ciò che hai scritto sin qui, sono sicuro che ne uscirebbe una bella opera.
    Grazie ancora.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 5 Aprile 2009 @ 17:00

    Pagina intensa, vibrante, profondamente sentita e soprattutto ricca di interesse. Ne scaturiscono la grande passione, l’avvertito amore, l’incalzante coinvolgimento verso il sommo poeta. E la vita densa, travagliata di questi ne esce in tutta la sua umana forza ed inquietudine, in tutta la sua intima, vera manifestazione. Le vibrazioni ed i toni della narrazione sono alti e virtuosi e si aggirano sul terreno dell’impegno intellettuale ed emozionale; impegno tradotto con efficace sapienza, indagine accurata, grande respiro, dimensione che “cattura”. Il tutto sorretto dalla non indifferente capacità di “vedere” oltre gli aspetti più esteriori. E di andare a fondo nella tematica, direi, con “affetto” partecipato.
    Fa immenso piacere leggere pagine del genere su Dante, pagine difficilmente reperibili altrove
    Gian Gabriele Benedetti

  5. Commento by Carlo Capone — 5 Aprile 2009 @ 17:46

    Grazie, Gian Gabriele, il tuo commento è un pezzo di rara efficacia e tensione emotiva.

    Carlo

  6. Commento by Giorgio — 7 Aprile 2009 @ 11:06

    Caro Carlo, mi aggiungo alle considerazioni precedenti e all’invito di Bartolomeo a dare seguito alla tua progettata vita di Dante. Sarebbe un’opera cara a tutti noi, che tutti abbiamo Dante, insieme a Leopardi, come il più caro. E’, mi pare, una delle cose che più accomuna gli italiani.

    Per intanto un caro saluto, e auguri di buone feste.

  7. Commento by Carlo Capone — 7 Aprile 2009 @ 19:31

    Caro Giorgio, grazie!
    ti dirò, ci penso da sempre a questo lavoro su Dante. Per molto tempo non dormivo se non avevo letto qualcosa dell’Inferno. In questi ultimi anni la vita, con le sue molteplici attrazioni, mi ha rubato linfa. Mi spiego: temo di non avere più la sufficiente energia creativa, o forse è proprio quell’energia a spaventarmi. In effetti è parecchio che non mi cimento con un impegno di scrittura prolungato, è come aver smesso con la maratona e, pur provando voglia crescente, ti dici: " figurarsi se riesco. Ma quand’anche: reggerà il mio cuore?"
    Certo che i segni dell’antica fiamma ( per usare il paragone didoniano) li scorgo, mi sono accorto ad esempio, e quasi per caso, che ora scrivo un’ora al giorno. Mi viene, non so il motivo, è così e basta. Vedremo….
    Ancora grazie per il prezioso invito e anche a te auguri di una serena Pasqua.

    Carlo

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