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LETTERATURA: “Il peso della farfalla” di Erri De Luca, Feltrinelli

11 Dicembre 2009

di Francesco Improta

L’ultimo libro di Erri De Luca Il peso della farfalla è un vero e proprio gioiello, o meglio ancora una pietra preziosa per le qualità specifiche di una scrittura che col tempo è diventata sempre più scabra, icastica e al tempo stesso più pregiata.

È un racconto, come ha detto l’autore in una recente intervista, nato nell’estate del 2008 da ricerche mirate sul mondo dei camosci, splendidi animali, veri e propri acrobati di montagna, e i bracconieri che danno loro la caccia, ma anche e soprattutto dalla sua capacità di ascoltare, nelle baite di montagna, dinanzi al fuoco del camino, con un bicchiere di vino o un boccale di birra tra le mani, le storie degli altri. Capacità di ascolto che gli consente di esercitare quel senso di partecipazione e di comunione che è pro ­prio dell’uomo e che riscatta, a mio avviso, il suo bisogno sempre più frequente di isolamento. A ben guardare i racconti sono due: Il peso della farfalla che dà il titolo al volume ed acquista carattere metaforico, e, in una dimensione ancora più autobiografica, Visita a un albero. Entrambi sono incentrati sulla solitudine, una soli ­tudine dura come l’acciaio temprato al fuoco di alterne ed amare vicissitudini, una solitudine che suona talvolta come una condanna per le rinunce che si porta dietro (la mancanza di una donna, del calore e dell’affetto di una compagna) ma che più spesso, per sua stessa ammissione, appare come una benedizione, una condizione di privilegio assoluto.

Nel primo racconto a onor del vero Erri De Luca pone a confronto due solitudini. Da un lato un bellissimo camoscio a cui, appena nato, è stata uccisa la madre per cui cresce orfano, senza poter contare su nessuno e senza appartenere a un branco. La necessità, però, ne aguzza la scaltrezza e ne esalta le doti, rendendolo un esemplare unico, forte e invincibile non a caso diventa re dei camosci e per quasi venti anni esercita questa posizione di pre ­minenza sugli altri maschi adulti, che non riescono a spodestarlo, godendosi nella stagione degli amori per primo tutte le femmine del branco.

Dall’altro lato un cacciatore, terrore dei camosci, per il gran nu ­mero di animali uccisi, che vive solo, lontano da tutti, in una casa immersa nel bosco. Talvolta scende in paese a bere un bicchiere, ma difficilmente apre bocca, tutt’al più soffia nella armonica la sua tristezza e la sua immedicabile solitudine. Non ha – egli dice – storie da raccontare, che siano in grado di conquistare una donna. E probabilmente non approva neppure l’atteggiamento dell’uomo che dinanzi alle donne oscilla tra elemosina e sbruffoneria. Una giornalista, però, è affascinata da questo uomo solitario e miste ­rioso, dai modi ruvidi e sbrigativi, e decide di avvicinarlo, nonostante i suoi reiterati quanto inutili tentativi di elusione; le donne infatti “hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere come una donna”. Il cacciatore è disorientato e nutre un certo timore, anche perché da anni è in atto un silenzioso duello tra lui e il camoscio che sente da lontano l’odore dell’uomo e della polvere da sparo e che finora è riuscito sempre a mettersi in salvo. Un duello silenzioso che si concluderà in pieno autunno, nel mese di novembre. È un giorno perfetto quello in cui si ritroveranno il camoscio e il cacciatore che venti anni prima l’aveva reso orfano, privandolo della madre. “Un giorno di nitido confine tra un tempo scaduto e uno sconosciuto”. Entrambi, camoscio e cacciatore, av ­vertono un senso di stanchezza, si sentono completamente svuo ­tati, desiderosi di mettere un punto fermo, di dire basta. Il ca ­moscio non vuole più correre e saltare dietro a un figlio ma ­landrino; il cacciatore ha capito che deve appendere al chiodo il suo Magnum 300 e le sue pallottole da 11 grammi. Ciò, però, lo rende triste, non ha quella fierezza che il camoscio conserva intatta, per una diversa cognizione del tempo, e si augura quasi di morire di fame e di freddo, d’inverno, per l’impossibilità di accendersi il fuoco, consumandosi come una candela. Gli animali vivono esclusivamente nel presente, come dovrebbero vivere tutti coloro che amano veramente la vita (Pasolini docet), l’uomo, invece, sa prevedere, incrocia il futuro combinando i sensi con le ipotesi o si perde nella memoria del passato pascolando nei prati della nostalgia, ma del presente non capisce nulla. Non a caso mentre il cacciatore è sdraiato per terra con il fucile al fianco, il camoscio è giunto a dieci metri da lui, e potrebbe saltargli addosso e schiacciarlo con il suo peso o scaraventarlo in basso, cogliendolo di sorpresa. Preferisce, invece, far rumore in modo che il cacciatore, sentendolo, possa voltarsi: lo vuole di fronte e non di schiena. Il cacciatore si gira e lo vede precipitarsi verso di lui con forza, furia e grazia scatenate. Il camoscio, però, lo sfiora soltanto e prosegue la sua corsa verso il branco sistemato più in giù, sottraendosi velocemente alla mira del cacciatore che aveva imbracciato il fucile. Il re dei camosci lo ha sconfitto un’altra volta ma lo ha risparmiato. Sta per raggiungere il branco, quando s’impenna sulle zampe posteriori e ritorna indietro, fermandosi su un’altura in piena vista. Ha capito che quello è il giorno perfetto non avrebbe combattuto più contro nessuno dei suoi figli né avrebbe dovuto attendere l’inverno per morire e su quell’altura aspetta il proiettile, di 11 grammi, che gli trapassa il cuore. Intorno al re dei camosci si affollano tutti gli animali del branco a rendergli omaggio, anche il cacciatore si accosta, disprezzando l’istinto che lo ha indotto a sparare e convincendosi che da quel momento avrebbe smesso di cacciare. Quindi in un moto di legittima ma inaspettata pietà decide di dargli sepoltura. Se lo carica sulla spalla, pur essendo troppo pesante per le sue ormai ridotte forze e inizia a salire lentamente verso un nevaio a nord, quando una farfalla bianca, la stessa che in precedenza ornava come un diadema il corno sinistro del camoscio e aveva danzato dinanzi al cacciatore appostato, si posa di nuovo sul corno sinistro del camoscio e quel peso per quanto leggero, insignificante è come la piuma aggiunta al carico degli anni. S’incupì il respiro, le gambe s’indurirono e il battito di ali e il battito del sangue si fermarono insieme. Vengono trovati in primavera, dopo un inverno di abbondanti nevicate, talmente incastrati l’uno nell’altro da non poter essere separati e vengono seppelliti insieme.

In questo abbraccio conclusivo, frutto di ammirazione, di rispetto e soprattutto di pietà si risolve questo lungo duello tra il cacciatore e il camoscio, tra l’uomo e la natura, tra la vita e la morte. Un duello raccontato con toni ora epici, penso alla lotta del camoscio contro il fulmine e più in generale contro la tempesta, ora con accenti lirici e struggenti (cfr. i ruscelli di luce a cui si abbeverava il gregge oppure le stelle che cadevano a briciole, ardevano in volo spegnendosi sui prati) e con un linguaggio metallico, tagliente come la lama di un coltello o di una falce come dice Erri parlando degli occhi di una donna. Con Erri De Luca, possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che il linguaggio ritrova in ­tatta la sua capacità di ghermire la realtà e di restituircela senza orpelli o mistificazioni, nella sua più pura essenzialità, nel suo significato primigenio e originale. In lui verbum e res tornano ad essere la stessa cosa. A proposito della pietà che permea di sé tutto il libro e che si manifesta in tutta la sua accorata forza nella parte conclusiva, in quell’abbraccio mortale tra vincitore e vinto, cac ­ciatore e camoscio, va osservato che si tratta di una pietà laica, non certamente religiosa, quella per intenderci di cui parla Ugo Foscolo nella lettera da Ventimiglia allorché sostiene che la pietà è l’unica vera virtù “Tutte le altre sono virtù usuraie” e più recen ­temente Francesco Biamonti in L’Angelo di Avrigue, quando Gregorio, il protagonista del romanzo, si toglie il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi. A Francesco Biamonti lo acco ­muna anche e soprattutto l’amore per il paesaggio verticale, monti e colline che, a seconda dei casi, sembrano sorreggere il cielo, bu ­carlo o soltanto sfidarlo, alberi aggrappati ai loro fianchi ricoperti di polvere, di neve o di gemme brillanti, nelle varie stagioni, ma sempre intrisi di luce.

L’altro racconto, decisamente più breve, ribadisce l’elogio della solitudine che è il leitmotiv di tutto il volume e l’amore per la montagna di Erri De Luca, che pure da buon napoletano aveva familiarizzato e praticato il mare, da natante e da pescatore, fin dall’adolescenza (penso a Tu mio, romanzo d’iniziazione alla vita sentimentale ed etica, ambientato nell’isola d’Ischia, in taluni passi vero e proprio peana in onore del mare). Qui siamo, invece, sulle Dolomiti nei pressi della Tofana e del parco naturale di Fanes, dove Erri, almeno una volta all’anno, va a visitare un cirmolo, della famiglia degli abeti, ma più solitario. Questo in particolare, nato da un fulmine, che aveva spezzato l’albero precedente, si protende sul vuoto ed Erri, come dice alla fine, dopo aver combattuto con la grandine e con i fulmini, prima di andare via, nell’ora in cui nel naso pizzica l’inizio della sera, sale a cavalcioni sul braccio proteso sul vuoto, a piedi scalzi per sentire sotto le piante dei piedi il solletico dell’aria.

Infine una curiosità, a contatto con il lavoro più duro e con gli elementi della natura (vento, grandine, pioggia, sole, salsedine) o più in generale con la durezza della vita, la faccia di Erri si è trasformata in una carta topografica, incisa, solcata da rughe, da grinze, da pieghe o, come egli stesso dice, in una scarpa di cuoio che ha camminato a lungo e si è adattata al piede come un guanto.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Il peso della farfalla” di … — 11 Dicembre 2009 @ 11:40

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