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LETTERATURA: Il tema più lungo

2 Aprile 2011

di Lorenzo Spurio

Quando mi comunicarono che la sorella più piccola della famiglia Giovanardi si era appena suicidata, la notizia mi gelò il sangue sebbene non la conoscessi che di vista. I Giovanardi erano una famiglia abbastanza numerosa che era venuta a vivere nella mia città in seguito all’assunzione del padre presso un nuovo posto di lavoro. Si trattava di una multinazionale che produceva impalcature da imballaggio e bancali in legno. Un’industria molto fiorente ed importante per la nostra città. Almeno un esponente di ciascuna famiglia lavorava o aveva lavorato in quell’industria. Nella mia famiglia, mio zio aveva lavorato per un periodo di tre anni presso l’azienda, poi si era licenziato perché aveva sposato una donna, mia zia, di un altro paese ed erano andati a vivere lontano da qui. L’industria in questione rappresentava un fiore all’occhiello della produzione economica regionale ed era pertanto molto rispettata anche dai vari gruppi sindacali che, solo raramente, avevano avuto pretesti per scioperare.

La fabbrica che lavorava il legname si trovava in prossimità dell’antico ponte romano che permetteva l’ingresso alla città. Al di sotto del viadotto alcune famiglie di rom, in roulotte e in misere tende, avevano costruito un accampamento abusivo che a prima vista dava l’impressione si trattasse di una piccola guarnigione militare che si era trincerata sottoterra per far fronte all’attacco nemico. Il sindaco aveva più volte predisposto lo sgombero di quelle catapecchie ma nel giro di poco tempo erano ritornate a essere abitate. La presenza di rom e di quel campo di residenza abusivo non significava delinquenza e marginalità nella città dato che i rom erano perfettamente integrati alla comunità e alcuni di loro possedevano addirittura dei lavori in città. Alla fine l’amministrazione comunale di centro-sinistra retta dal sindaco Minniti aveva fatto calare l’attenzione sulla questione e, di fatto, si era tacitamente regolarizzata quella situazione.

Il ponte romano al di là del quale si stagliavano i vasti stabilimenti nei quali veniva lavorato meticolosamente il legno, rappresentava una delle principali attrattive turistiche della gente che si recava a visitare la mia città. Oltre ad una vecchia chiesa, nella quale secondo la storia (o la leggenda) era conservata un’importante reliquia di San Sebastiano, la città non offriva molti punti d’interesse. Il ponte romano, a cui molti storici dell’arte avevano fatto riferimento nelle loro opere, era stato costruito con l’elaborata tecnica dei romani, in prossimità di un acquedotto che forniva acqua non solo alla città, ma a tutta la zona limitrofe.   Seppure era abbastanza rovinato e alcuni costoni di roccia che si trovavano alla base erano profondamente sfaldati, il ponte rappresentava un’epoca di splendore e di floridezza, oramai perduta.

La vita del paese si raccoglieva per lo più attorno ad alcuni circoli politici dichiaratamente di sinistra e retti da alcuni signori anziani, panciuti e dai lunghi baffi bianchi e in prossimità di pochi bar dove i giovani del paese si riunivano.

La morte di Mirella Giovanardi aveva campeggiato come notizia di cronaca sulle locandine dei vari giornalai per più di una settimana. Quasi che i giornalai considerassero una mancanza di rispetto nei confronti della famiglia togliere l’annuncio doloroso di quella morte.

Nessuno era stato in grado di chiarire le dinamiche di quella morte. Ciò che era chiaro a tutti era che si era trattato di un suicidio. La gente del posto avanzò le più varie motivazioni del suicidio, attribuendo spesso colpa al padre della ragazza, ritenuto una persona troppo rigida e poco remissiva. Secondo altri la ragazza soffriva di disturbi psichiatrici gravi e si trovava in un momento di depressione, seppure era praticamente impossibile congetturare l’origine del suo malessere. I quotidiani della zona che riportavano l’insano gesto della ragazza si limitavano a dare delle interpretazioni molto vaghe concludendo che non c’era niente di certo e che tutto poteva essere accaduto nella mente della povera ragazza.

La notizia della sua morte scosse profondamente sia noi ragazzi che difficilmente riuscivamo a comprendere il significato della parola ‘suicidio’ e anche i nostri genitori che, a partire da quel momento, intensificarono la loro sorveglianza sulle nostre attività pomeridiane, dimostrandosi attenti a noi quasi in maniera ossessiva e cercando di farci parlare quando eravamo giù di corda.   Il motivo del loro repentino cambio d’atteggiamento dovette essere motivato dalla loro contagiosa paura che noi, i loro figli, avremmo potuto emulare il gesto di Mirella.

Io non volevo morire né ci avevo mai pensato troppo seriamente. Normalmente in famiglia sentivo parlare i miei genitori di gente che moriva e loro che andavano ai rispettivi funerali. Si trattava quasi sempre di gente anziana tanto che formulai nella mia mente che la morte riguarda solo i vecchi. Fu per questo che quando seppi della morte di Mirella mi trovai spiazzato, non tanto perché era morto qualcuno in generale ma perché era morta una ragazza. In seguito capii, grazie ai miei genitori, che se lei non si fosse lasciata morire ora sarebbe ancora viva, al pari di me.

Credo che le rincresciute attenzione dei genitori del villaggio verso i loro figli erano alquanto immotivate e insensate. Nessuno di noi ragazzi voleva morire. Non sapevamo che cosa fosse la morte e, di sicuro, non volevamo incontrarla. Io me la immaginavo come un lungo corridoio bianco dall’intonaco rovinato e cadente con un pavimento di basalto nero, molto lucido, quasi accecante. Colui che moriva, secondo le mie congetture, correva per quel corridoio che era molto lungo e al fondo del quale io riuscivo a intravedere solo buio e oscurità. Non so esattamente cosa ci sia al di là di quel corridoio kilometrico. Credo che lo scoprirò quando sarà la mia ora. Non ora, dunque.

Ai funerali di Mirella gli adulti del mio paese decisero che tutti i bambini avrebbero occupato le prime tre panche al lato destro dell’abside. Andavo tutte le domeniche a messa assieme ai miei genitori per cui conoscevo bene le varie parti della celebrazione ma, quel giorno, mi resi conto di alcune variazioni durante la funzione. Il parroco parlò utilizzando un linguaggio semplice e ritmato, come per rendere le sue parole più facilmente comprensibili a noi bambini. Parlò dell’insorgenza del male e di quanto fosse insidioso. Pregò per Mirella e chiese a noi fedeli di fare lo stesso. La famiglia Giovanardi, che occupava la prima panca di fronte a noi bambini era particolarmente addolorata. La madre si rifiutava di alzarsi in piedi dalla panca nei momenti in cui era richiesto dalla celebrazione della messa e teneva un fazzoletto di stoffa blu in mano con il quale a volte si asciugava le lacrime e altre volte lo passava sulla fronte. Il padre, vestito in maniera molto distinta, era occupato tra il badare l’anziana madre e consolare, a turno, le sue due figlie. La bara di legno bianco posta dinanzi a loro, contenente il corpo della povera Mirella, completava l’unità familiare dei Giovanardi.

Durante la cerimonia alcuni dei bambini si misero a piangere e chiesero ai loro genitori di poter andare a sedersi vicino a loro. Alcuni glie lo permisero. Io non piansi ma mi limitai a seguire le varie procedure del sacerdote e le sue prediche e suppliche sebbene non riuscii a comprendere completamente i suoi discorsi, carichi di nomi di Santi e riferimenti a Dio.

Nel periodo successivo alla tragica morte di Mirella nessuna persona della città ebbe l’occasione di parlare con la famiglia che, si chiuse nel suo dolore. Le due sorelle di Mirella vennero ritirate dalla scuola per un tempo indeterminato ed entrambi i genitori presero un periodo di allontanamento dal lavoro. L’unico che poté parlare con la famiglia e trasmettere il dolore e la vicinanza di tutta la comunità fu il sacerdote il quale, come scopersi in seguito, avrebbe dovuto rifiutarsi di celebrare la funzione religiosa in quanto Mirella si era suicidata e la Chiesa disconosce il suicidio. Scopersi anche che in occasioni simili la causa del decesso veniva taciuta alla Chiesa o modificata rispetto alla verità dei fatti.

Solo alcune settimane più tardi i vari giornalai, consapevoli di aver tributato il giusto rispetto verso la famiglia Giovanardi con le loro locandine, decisero di toglierle e di rimpiazzarle con le varie notizie locali di scarso interesse. I Giovanardi presero a farsi portare la spesa quotidianamente da una loro vicina di casa fidata. Il giardino antistante alla loro casa piombò in un lungo percorso di metamorfosi che lo portò a un completo degrado e confusione resa dalla crescita smisurata e irregolare di arbusti, dall’alta erba giallognola e dal fatto che divenne il rifugio prediletto di varie bestie randagie. Quando ritornammo a scuola la maestra ci fece fare un tema su quanto era accaduto. In quell’occasione, qualche bambina piagnona, pensò che fosse opportuno far scendere altre lacrime. Scrissi due facciate e mezzo. Si trattava del tema più lungo che avevo mai fatto. Fuori, alla fabbrica, gli operai continuavano a preparare imballi e pedane di legno. Consegnai il mio tema mentre la maestra cercava di tranquillizzare la compagna di banco di Mirella che stava piangendo.

lorenzo.spurio@alice.it
www.blogletteratura.wordpress.com


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