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LETTERATURA: Inferno e paradiso, il genio di Bonura

21 Giugno 2012

di Seia Montanelli
(dal “Corriere Nazionale”)

Ci sono artisti che nella loro carriera, o in un certo momento di essa, hanno tentato fino allo spasmo di realizzare compiutamente quella che – in una canzone famosa – viene chiamata “la descrizione di un attimo”. Cartier-Bresson in fotografia (e, in Italia, Mario Dondero); Georges De La Tour in pittura, coi suoi personaggi sempre “in procinto di” compiere l’azione, mai colti nel culmine della stessa; e, in letteratura, in Italia abbiamo avuto il forte esempio di Giorgio Manganelli coi suoi “cento piccoli romanzi-fiume”.

La poetica di Giuseppe Bonura appartiene a questa scuola, nei “Racconti del giorno e della notte” (Hacca Edizioni, 276 pp., 14 €): storie che di colpo s’accendono in un grigiore di eventi; che   emergono da spunti di quotidianità slabbrata, fatta di convocazioni da parte di vecchi reggitori di imperi finanziari (“Il messaggio respinto”) e di borghi infernali, ove si susseguono truci aggres-sioni a colpi di pistola, scatenate da un uomo pervaso da delirante senso di equanimità (“Il giustiziere”). Storie con finali che lasciano sbigottiti (“L’ultima conferenza”) e giochi di prestigio dal sapore dürrenmattiano (“Tragedia di un imitatore”), narrati in prima persona e sovente rivelatori di un ego che ha qualcosa di deviato che si tratti di sociopatia, ossessiva introspezione, desiderio di rivalsa.

C’è sempre un istante-chiave in cui il racconto dispiega la sua forza: che sia il lavacro conclusivo dell’uccisore ne “Il giustiziere” o il momento in cui, ne “Il messaggio respinto”, il vecchio svela il mandante delle aggressioni alle ville sulla costa. E peraltro abbondano le azioni sconsiderate o truci, crude e spietate, dove la prima persona narrante espone i fatti con un andamento così sobrio, e pieno di mitezza, da far pensare che la mostruosità indossi sovente i panni più dimessi e anonimi.   Sarebbe bello poter chiedere conto di tutto ciò a Giuseppe Bonura, intervistandolo, ma non si può. L’autore è mancato nel 2008, dopo una lunga carriera di narratore e saggista (era il principale critico letterario del quotidiano “Avvenire”, con regolari apparizioni su “Il Giorno” e altre testate). Negli ultimi anni, s’era fatto notare – più che per le sue prove letterarie – per l’assalto alla letteratura “di genere” e a quella di «minimalisti, splatter, cannibali coi denti o senza denti, stephenkinghiani, liberostilisti, americanofili rimbambiti, fernandopivaneschi con la mania del cocktail party e delle tre mogli divorziate da mantenere (per cui si è, ipso facto, grandi scrittori), giallisti lividi, neristi indefessi, criminalisti sadici etc ». Sono parole di un articolo assai violento (“Attenzione, stanno prendendo sul serio la paraletteratura”, pubblicato in “Stilos / La Sicilia”, 26 agosto 2003). Bonura scrisse che Simona Vinci era “sadica” e giudicò i lettori di Valerio Evangelisti “incapaci di distinguere un libro da un elenco telefonico”.   Parole dure, e ahinoi intrise di veleno, contro scrittori di vario talento e fortuna, che – se vanno criticati – è bene che lo siano sul piano del contenuto, e senza sfociare in insulti ai lettori. Più che per questi suoi intenti polemici, nemmeno troppo bene argomentati, preferiamo dunque ricordare Bonura per la forza allucinata di queste sue prove narrative, e per la passione del critico che, sempre, è andato alla ricerca del nucleo, umano e territoriale, del senso di tragedia (con le sue stesse parole: «Ma io che avevo letto Pirandello e già pianto sulle pagine di Verga, non mi fidavo. In qualche luogo doveva esserci la tragedia, la cava di Rosso Malpelo, il coltello di compare Turiddu, i cavalli che ridono con il carro funebre a traino, il treno che fischia nella notte desolata, il palazzaccio di mastro don Gesualdo, un nespolo amaro, un pozzo nero, una giara crepata »). Ha scritto, Bonura, di esser stato per tutta la sua vita (nacque nel 1933) un cercatore inesausto di ciò che esprime una forza tragica, e «un sondatore di sentieri mai facili, obliqui »: dimostrandolo fin dal suo esordio narrativo, “Il rapporto” del 1966: un “romanzo di fabbrica” in cui l’io narrante esordisce affermando che lui, in fabbrica, non ci ha mai messo piede. E confermandolo ne “Il gioco del romanzo” (1995), un ibrido a metà tra saggio e narrazione in cui racconta oltre vent’anni di letteratura italiana.


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Bart