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LETTERATURA: Isole

8 Giugno 2008

di Fabio Fracas
[Fabio Fracas è autore, editor e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro e per i fumetti. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture.]  

[Il racconto “Isole” appartiene alla raccolta “Lunghi viaggi in brevi spazi”.]

 
Sono seduto in treno. Non sto inventando nulla né sto cercando di creare storie, personaggi o alcunché di fittizio. Sto scrivendo perché ormai è connaturato in me. Il sedermi, l’estrarre dalla borsa di pelle o da quella nera di tela, il mio taccuino, un semplice assieme rilegato di fogli bianchi con una copertina rigida e anonima, la penna e poi il rilassarmi appoggiando la schiena contro la poltroncina della seconda classe e accavallando le gambe, la destra sulla sinistra poco sopra la caviglia, e infine, lo scrivere sono gesti per me abituali e confortanti. Mi rilassano, mi rubano dalla quotidianità, dal lavoro, dalle cose già fatte e mi rendono al mondo al quale realmente appartengo: il mondo del fantastico, meglio della fantasia; il mondo delle persone che ti guardano e ti sorridono, che scambiano volentieri due parole su un qualsiasi argomento, magari evitando di parlare di sfighe che già ce ne sono abbastanza, per ognuno di noi, che sono simpatiche e affabili. Il mondo dove non ci sono persone, dove non ci sono treni, dove non ci sono rotaie o palazzi o scuole o cimiteri o alberghi o animali o qualsiasi altra cosa o altro oggetto. Ma ci sono le cose che io ci vorrei, le persone, le mura, i palazzi, i prati, le piante, le chiese, le strade che io ho immaginato o desidero farlo. Non scappo dalla realtà: la affronto e la cambio con l’inchiostro e un foglio.  

Per esempio: il treno ora è fermo e non siamo in stazione. Accanto a dove mi trovo c’è un rigagnolo scuro che accompagna dei campi. Alcune canne verdi, intervallate da bottiglie di plastica e rifiuti di pasti, lattine e più in là un sanitario, nascono su un greto fangoso dal quale si vedono chiaramente defluire i canali di scolo delle abitazioni adiacenti. Non mi piace. Per me, ora, e per chi poi mi leggerà, questo è un fiume lontano che lambisce un paesaggio di pietre sbiancate dall’acqua, dal calore del sole. Dalle mani di bimbi che giocano assieme lontani da tutto e vicini alla gioia di una casa felice alla quale tornare. In un giorno d’estate che forse verrà. Così è meglio. Almeno per me.  

Sempre fermi. Sollevo la testa dal mio taccuino e mi trovo davanti volti, persone, realtà, che non solo io ignoro ma che neanche mai conoscerò. Come un quadro astratto di cui vedi le forme e i colori, assapori tensioni e poesia, ma che poi, raramente, comprendi. Così siamo noi. Noi che avremmo bisogno di un titolo per farci capire, come appunto quei quadri. E che se, anche lo abbiamo, quasi mai qualcuno lo legge.  

La donna, mi è proprio davanti, altro esempio, si vede che è in ansia: è perplessa. Non credo dipenda dal treno: è fermo da pochi minuti e ormai è una cosa scontata. Che capiti. Accarezza la borsa meccanicamente. È marrone, di pelle; la osserva, la tocca, la apre, la chiude, la sposta, accavalla le gambe, la assesta, le storce la cinghia, la alza, la abbassa, ora muove un po’ i piedi e separa le gambe, la riapre e richiude, tamburella le dita. Finalmente ne estrae un cellulare e si calma, ma nessuno risponde e di nuovo si inquieta e rigira la borsa e si sposta col tronco. E poi via. Sembra un rosso papavero scosso dal vento che non sa da che parte girarsi. Credo abbia trent’anni ma avrà già almeno un figlio e un po’ più delusioni. Chiudo gli occhi e respiro distanti gli odori del campo dal finestrino abbassato.  

L’uomo legge, è un inglese. Lo capisco dai titoli: il giornale è distante ma chiaro e le foto non lasciano dubbi. Ne conosco qualcuno; visi ormai famigliari in un mondo allargato che comprende di tutti nessuno. Anche il viso dell’uomo appartiene alla storia. Baffi folti e stirati, di un colore sbiadito fra riflessi dorati; fronte alta, spaziosa, solcata da rughe e poggiata su ciglia pensose addossate a due occhi di ghiaccio solcati da lingue di fuoco. Non mi guarda, non guarda nessuno che appartenga al presente e continua a sfogliare le pagine incurante del mondo. Incurante del tempo che trascorre incurante di un inglese impegnato a sfogliare un giornale.  

Una coppia lo osserva e ridacchia. Forse per i suoi baffi o per quel certo contegno che si è cucito addosso. Il ragazzo avrà sui vent’anni, la ragazza qualcuno di meno, credo quindici o sedici. Vedo lampi d’acciaio fra le carni. Lui sul mento, che sporge al di fuori di un buon mezzo centimetro, sull’arcata sopraccigliare sinistra, sulle orecchie, una decina in tutto fra rombi, cerchietti e spuntoni. Lei sul naso, una goccia di luce e una d’oro; come lui sulla fronte e le orecchie, ma molti di più. Quella destra, di orecchia, è inquietante: sembra un ramo di fiori di pesco sul quale abbiano già fatto il nido i rifiuti di un’era di grandi tensioni. Vedo croci, simboli, catenelle, fori arrossati o slabbrati, incisioni che non lasciano dubbi o che invece ne creano. La maglietta che ha addosso è aderente e le fascia quel corpo ragazzo, suggerendo soltanto accennati, quei segni che tra poco saranno evidenti e che adesso risaltano solo a causa del vento o del ferro che, si vede, li grava. Lei gli passa la mano sul viso, prima il dorso poi il palmo, lui sorride e gli mostra la lingua come fanno i bambini. Nonostante che sembrino grandi. Fanno altre effusioni, innocenti e anche meno, ma io distolgo lo sguardo e lo spingo più avanti, fra le altre poltrone dello scompartimento.  

Vediamo chi c’è: una donna, un bambino, un uomo, un altro, due amiche. Due amiche perfette che stanno parlando. La prima dimostra trenta, trentacinque anni al massimo; è vestita di bianco, una camicia e una gonna semplici, senza fronzoli, così come le scarpe: basse, in pelle marrone, quasi anonime. Ha capelli neri, corti e tagliati in maniera irregolare che gli ricadono sulla fronte. Sul viso, diafano, risaltano solo gli occhiali scuri. La piega della bocca è rivolta verso il basso e le da un’aria da bambina imbronciata che, nel complesso, si addice al resto della figura. L’altra, impercettibilmente più vecchia, mostra già una serie di rughe evidenti agli angoli della bocca e sul collo. Sorride, protettiva e materna, mentre guarda la prima: ogni tanto annuisce sorniona, altre volte si impenna in un gesto di sdegno nei confronti di non si sa chi. Che non c’è. Ha gli occhi velati da una grande stanchezza ma mostra una forza che mi lascia perplesso. Credo siano sorelle: ne sono ragionevolmente sicuro.  

Il treno non parte e il tempo è scandito soltanto dal ritmo delle voci, delle risa, degli improperi e delle frasi fatte che ascolto filtrate dalle tappezzerie sdrucite dello scompartimento.

 


Letto 1981 volte.


2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Isole - Il blog degli studenti. — 9 Giugno 2008 @ 01:18

    […] info: […]

  2. Commento by Non-Eugenio — 13 Giugno 2008 @ 23:23

    “[Isole] Non è un racconto sociologico – come a volte è stato detto – o almeno non solo: rientra nel filone dei pezzi …… . Dove “……” è quello che sembra a voi che lo leggete.”

    Sono seduto in treno. Punto. Spazio, pausa tra respiri. Punto, spazio; un rigagnolo scuro tra campi. Punto. Spazio. Sguardi fugaci catartici nell’abisso degli altri, negli abissi di me. Punto. E ancora spazio. Finché il treno non parte, finché il tempo è scandito soltanto dal ritmo delle voci, finché sono seduto, rilassato nel mondo della fantasia, meglio del fantastico. Dove non ci sono persone.
    Dove non ci sono treni.

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