“L’adultera” di Giuseppe Conte (2008)

di Francesco Improta

Anche se in gioventù Giuseppe Conte, non diversamente da Biamonti e dalla maggior parte dei liguri, voltava le spalle alla marina sentendosi attratto dalla campagna o dalla città, egli non può non avvertire il fascino esercitato dal mare e quando gli appare come una distesa di scaglie dorate e di preziosi diamanti e quando si agita nel suo delirio febbricitante. Per chi è cresciuto con il rumore del mare nelle orecchie (Conte è nato a Porto Maurizio), il mare non tarda a divenire una categoria dello spirito: è l’archetipo dell’essere nel divenire, del movimento nel riposo, è l’origine della vita, oltre a veicolare insieme ai nostri sogni, gioie e delusioni, il senso del mistero e dell’avventura. Non meraviglia, quindi, che anche in quest’ultimo romanzo, L’Adultera, esso abbia tanta parte.
La storia, ambientata nel primo secolo d.C. e incentrata intorno a una fi ­gura evangelica, quella appunto dell’adultera inizia in riva al mare e si conclude con la parola “mare“. È il mare, abitato nell’immaginario popo ­lare da mostri e da demoni, a esercitare un potente richiamo, nonostante i divieti della madre, sulla protagonista, che vi s’immerge, ancora ado ­lescente, poco alla volta, lasciandosi lambire, accarezzare e penetrare dalla acqua e scoprendo in questo modo la propria prepotente sensualità.
Da allora l’idea del piacere, per la ragazza prima e per la donna divenuta poi, è legata al perenne movimento delle onde e alla loro capacità invasiva e pervasiva, di riempire, cioè, ogni spazio, del corpo e della mente. Anziché avere un potere lustrale, purificatorio, il mare simboleggia il peccato, la tentazione ma anche la consolazione e la pace; non è un caso che in tutti i momenti di difficoltà o di dolore l’adultera si precipiti in riva al mare, dove, appunto, dopo l’incendio di Roma del 64 d.C. la trova scarmigliata e in preda ai sensi di colpa Lucio Anneo Seneca, a cui la donna racconta la sua lunga storia di carne e di sangue, dominata dalla passione. Conte riesce a esplorare con una sapienza rara in uno scrittore e con una non comune capacità di osservazione e di analisi l’universo femminile, meglio ancora potremmo dire richiamandoci a quanto riportato sopra, l’oceano donna.
E questa, almeno credo, è la grande scommessa di Conte: dare voce a una donna di cui non si conosce nulla se non una labile traccia, non di ­versamente dai segni del Cristo sulla polvere, che Giovanni ha lasciato nel Vangelo. Una donna antica come le passioni di cui si nutre e moderna per il suo bisogno irrefrenabile di libertà e di autonomia. Una donna tutta fisicità che è infedele agli occhi del mondo, perché infrange il patto matrimoniale, ma rimane fedele a se stessa, alla propria natura sensuale e passionale.
La storia, strutturata come un lungo flash back, divisa in due parti, incorni ­ciata da un prologo e da un epilogo e legata da una cerniera centrale, si svolge nell’arco di un trentennio fra la Palestina, Cipro e la città di Roma, sorretta da una lingua concettosa ma agile, pregnante ma fluida che vira talvolta verso toni poetici (non ci dimentichiamo che Conte è soprattutto un grandissimo poeta) e che non disdegna, quindi, una ricca strumen ­tazione retorica. Un dettato, il suo, che rimanda al movimento ondoso del mare.
A livello specificatamente tematico occupa grande spazio la perenne vi ­cenda di peccato e di redenzione che la religione giudaico-cristiana ha la ­sciato in eredità ai propri seguaci all’alba di una vera e propria rivoluzione culturale che ha sostituito al concetto di bello quello di buono e alla ricerca del piacere il senso del sacrificio. Accanto ad essa, più spesso fusa, la denuncia dell’imperialismo romano, in cui si specchia qualsiasi forma di imperialismo e di colonialismo, antico o moderno, e della disumana condizione in cui vivevano gli schiavi. Nell’efferata crudeltà con cui essi sono costretti a gettarsi dalla nave, diretta a Roma, e a lasciarsi inghiottire dalle onde a sud della Sicilia, tra le coste settentrionali dell’Africa e la bella Trinacria, non è difficile ravvisare moderni crimini non meno spietati e nuove e più umilianti forme di schiavitù.
Un libro, per concludere, di grande fascino, che risveglia i sensi, riempie la mente e accende il cuore.

Ventimiglia 26 Aprile 2008

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