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LETTERATURA: “La donna lumaca” di Rosaria Iodice – Lupo editore

27 Luglio 2013

di Francesco Improta

Bisogna avere il coraggio di essere se stessi, di vivere la propria diversità sempre e comunque. È questa la lezione più autentica e significativa che ci ha lasciato P. P. Pasolini, ed è quello che Angela Amato, la protagonista del romanzo di Rosaria Iodice, La donna lumaca (casa editrice Lupo) non capisce o meglio non ha la forza di mettere in pratica.

        Nata a Napoli in una modesta famiglia, alla vigilia della seconda guer ­ra mondiale, e cresciuta tra le macerie materiali e morali dei tanti bom ­bardamenti che hanno sconvolto la città partenopea, provocando lutti e disperazione, Angela, come tutti i suoi coetanei, viene derubata di quel periodo magico e insostituibile, che è l’infanzia. Non meraviglia, quindi, che la vita per lei sia soprattutto dovere, sofferenza e fatica; non a caso, conseguito il diploma di terza media, comincia a lavorare in una sartoria dove Teresa, una collega di lavoro, le rivelerà un mondo nuovo, fatto di lotte femministe per il riscatto e l’affermazione della donna. Angela, però, non riesce a liberarsi del peso delle convenzioni e delle paure che si porta dietro, come un guscio, non diversamente da una lumaca. Rinnega la felicità assaporata fugacemente con Teresa e sposa un uomo che si rive ­lerà diverso da ciò che aveva immaginato. Dall’infelice unione nascerà, però, una bambina, Roberta, a cui, dopo il divorzio, dedicherà tutta se stessa, fino a quando la figlia, leggendo per caso il diario di sua madre ne scoprirà il passato. Allora Angela, temendo un rifiuto da parte della figlia, cercherà una nuova strada che la porterà ad abbandonare chi ama, a cambiare nome diventando Nanda e a finire, dopo un tentativo di suicidio e un periodo di randagismo, negli ultimi anni della propria vita, in un ospizio per anziani e sbandati dove la dolcezza assaporata grazie alle premure di Armando non riuscirà tuttavia a tacitare la sua struggente nostalgia.

La donna lumaca, almeno nelle intenzioni dell’autrice, è un romanzo metaforico in quanto rispecchia una condizione esistenziale comune a tutte le donne cresciute in famiglie conservatrici e patriarcali, oltre che in una società maschilista, come la nostra, che sono state costrette a seppellire i loro sogni, anche per incapacità personale, sotto un cumulo di conven ­zioni, ipocrisie, rimpianti e sensi di colpa. O a rifugiarsi nel proprio guscio, abdicando ai propri diritti di donna. Schiava dei pregiudizi della gente e della propria insicurezza, Angela rinuncia non solo all’amore ma anche all’idea stessa di felicità. Sullo sfondo l’Italia della seconda metà del Novecento con le sue contraddizioni, i suoi conflitti, i suoi mutamenti sociali, economici e antropologici (divorzio, aborto, terrorismo, terremoto dell’Irpinia), per cui la storia di Angela sembra assumere un respiro più ampio, che va al di là della dimensione privata.

Ci sono, però, a mio modesto avviso, alcune ingenuità, dovute in parte alla mancanza di esperienza (mi pare che sia la prima prova narrativa della Iodice), in parte all’urgenza di dire tutto e di più, scegliendo per giunta una dimensione soggettiva (autobiografica?) che porta a dilatare sentimenti ed emozioni, e persino a una non sempre puntuale percezione del reale, vizia ­ta oltretutto da un veterofemminismo di fondo, per cui risultano schiac ­ciate, e comunque negative, tutte le figure maschili: Rosario, seduttore irresponsabile ed egoista che approfitta dell’ingenuità della protagonista, strappandole la verginità sul sedile posteriore di un’autovettura; il padre, adultero e ipocrita, che si riscatta solo nel finale nel ricordo straziante della moglie morta e nel suo desiderio di ricongiungersi a lei; Valerio, il marito, immaturo, depresso e malato di mente; anche Armando, il compagno di vagabondaggio, pur essendo gentile e premuroso è alquanto vanitoso. Al contrario appaiono decisamente positive, se non addirittura encomiabili, tutte le figure femminili, dalla madre alla sorella Marta, a Teresa, sinda ­calista e politica di razza, a Consiglia capace di mediare tra Angela e Valerio e di recuperare per Roberta, loro figlia, la figura paterna. Sullo sfondo si avvertono, come abbiamo detto, i rumori della Storia, ma de ­cisamente ovattati; ne consegue che non si giustificano sempre i passaggi e i mutamenti epocali. Convincente, più che convinto, il rifiuto delle con ­venzioni e del dovere che soffoca la libertà di scelta e la responsabilità. Il romanzo ha una struttura circolare, nel senso che finisce là dove ha inizio tra le pareti di un ospizio barese, e la storia si snoda come una lunga analessi, senza però salti temporali in maniera alquanto lineare e sche ­matica, nonostante il senso di precarietà che caratterizza la vita di Angela e quella della maggior parte di noi, come dice giustamente la Iodice: “I terremoti nella vita non sono soltanto quelli provocati dalle placche della terra e dal Vesuvio che mugugna in sordina. Ci sono terremoti che ci cambiano dentro e che fondamentalmente segnano il passaggio tra un prima e un dopo nelle nostre vite”.

Efficace il ricorso al romanzo di Marquez L’amore al tempo del colera, che funge da chiave d’interpretazione della storia d’amore tra Angela e Teresa e lascia presagire il finale. Buona la scrittura, spesso elegante sem ­pre avvolgente; abbondano, però, i refusi. E questo è l’unico appunto che mi sento di muovere all’editore Lupo, col quale non posso non congra ­tularmi per le sue scelte editoriali ponderate e intelligenti e per avere dalla sua una scuderia di cavalli di razza (M. P. Romano e G. Cristaldi) tra cui scalpita, a buon diritto, anche Rosaria Iodice.


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