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LETTERATURA: “La Liaison – Il filo teso sul ghiaccio”; e “Rhemy De Noel – Il Babbo Natale di Courmayer”

2 Maggio 2009

di Alberto Pezzini

La Liaison – Il filo teso sul ghiacciaio – Federica BUSA e Cesare BIELLER – Musumeci Editore 2007 – pagg. 77 (2 ° ed.)

La storia della Funivia dei ghiacciai. Quella che vola come un angelo da Courmayeur a Chamonix. Un “capello d’angelo” scriverà infatti un giornalista dell’epoca, Fernand Albaret su L’Equipe. Siamo nel 1957. Dino Lora Totino è un imprenditore del tessile biellese. Le foto che accompagnano le parlanti pagine di questo libro ci offrono il ritratto carnoso di un uomo forte, ruvido come le funi destinate a portare le persone sopra uno degli spettacoli più belli del mondo.
Un uomo dal viso che sembra un mastino alla Jean Gabin. Occhi cerulei da cui deve essere transitato un sogno. Complessione robusta con mani toste fatte anche per prendere le stelle. Quel filo teso da La Palud (mt. 1325) fino all’Aiguille Du Midi ( 3.842 mt) e poi giù fino a Chamonix, unisce due nazioni. Rende vicine due popolazioni. Quelle della montagna più in alto e più vicina agli dei. Sarà per quello che gli uomini la avversano fin dall’inizio. Le guide temono di perdere una parte del proprio lavoro. Altri alpinisti, anche famosi come Lionel Terray e Maurice Herzog, pensano che si stia dando esecuzione al progetto di spettacolarizzazione di uno dei luoghi naturali più naturali al mondo.
Il sovrano dell’Inutile (Lionel Terray scrisse infatti  I conquistatori dell’inutile NdR) pensava che quella parte di   mondo sarebbe divenuta un luna – park. Totino non si arrese e continuò. La diplomazia dovette fare la sua parte per consentire agli uomini di fare in pace quel lavoro da cani. Tirare su cinque silometri di corda sopra il ghiacciaio più aperto del mondo, a quaranta gradi sotto zero, fu effettivamente un’impresa massacrante. Però era un mondo sopra il mondo. C’era qualcosa che doveva dare forza a quegli uomini, circa quaranta, e tutti sondati in qualche modo da Lora Totino. In certi momenti non c’erano neanche soldi tanto che un giorno si svuotò le tasche ed offrì 5.000 £ agli operai. Tutto quello che aveva. Dal filo di lana al filo di acciaio però ci si voleva arrivare a tutti i costi. Quello che i sogni dettano, la realtà – a volte – non può rifiutare. In questo libro le pagine sono affiancate da fotografie umane, che quasi sussurrano. E fanno sentire quell’aria imponente, monumentale cattedrale di roccia e cielo che il Monte Bianco lascia sotto di sé. E’ una sensazione difficile da definire. Ma in quei luoghi esiste un’aria che non trovi in nessun luogo al mondo. Non è l’altitudine, né quell’aria rarefatta che si respira a quelle quote. E’ un connubio strano e curioso di storia e montagna che non ti spieghi. E’ un mondo che non puoi rinchiudere in uno schema perché vive di vita sua e tra cento anni sarà ancora lì mentre noi non saremo più qui, dabbasso. E’ quell’urlo di gioia che il cielo azzurro come un oceano di onde ti strappa dal torace alla mattina presto a Courmayeur oppure ad Entreves quando rivolgi lo sguardo verso i ghiacciai.
Poi ci sono le storie che sanno di umano in senso stretto. Quel mondo sopra le nuvole sviluppa naturalmente una vicinanza umana più intima e disponibile. Le circostanze della vita affinano i sensi ed avvicinano gli uomini quando vivono una contingenza a parte. Ecco perché la cantine di Punta Helbronner diventa il ristorante più alto d’Italia. Dove un piatto c’è sempre. E dove c’è pure un topo raziocinante visto che si mangia il cioccolato a kg. ma uno per volta.
E’ un’altra vita anche se umana non del tutto. Vivere lassù significa un po’ prendersi addosso un paio di ali che poi non sarai mai sicuro di poter usare giù. Tra quelli che non conoscono il colore della montagna quando l’azzurro è talmente profondo che vira verso il nero. E’ lì che la montagna si strappa la sua fisicità terrena e trasmuta in uno stato d’animo preciso anche se indefinibile.
Sarà per quello che a certe persone, quando tornano dalla   montagna, il mondo impiega qualche giorno per essere rimesso a fuoco con il dovuto nitore visivo. Non è un effetto fisico puramente ma il ritorno ad uno stato terreno venendo da quello di grazia che le montagne donano dopo qualche giorno.
Ancora una cosa. Federica Busa e Cesare Bieller sono due cosmonauti nel senso che, nati entrambi ad Aosta, hanno poi percorso due cammini nel mondo compiendo strade professionali molto elette. Hanno però conservato un cuore dentro le nevi della Val D’Aosta tanto ne parlano in maniera partecipata. Anzi, ne parlano come innamorati che non dimenticano mai l’azzurro del loro cielo. La lingua che usano in questo parco libro (per le dimensioni e non per il soffio che vi si respira) è un incrocio tra una poesia ed un concorso della lingua italiana per la purezza. Il risultato è un libro finalmente scritto in un italiano dimenticato o perduto oggi, dove dietro si sentono ore ed ore passate sui testi di greco e latino, ma con gli sci fuori dalla porta. Nevi e furori, consecutio e Mar de Glace. Anche Tommaseo sarebbe stato contento di loro due.
 

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Rhemy De Noel – Il Babbo Natale di Courmayeur – Federica Busa, Massimo Sottile, Francesca Sorrentino – Edizioni Cervino Chatillon 2008 – pagg. 50 – euro 15,00.-  

Questa è la fiaba. Quella che tutti i bambini e tutti gli adulti dovrebbero leggere. È quell’insieme di parole che per bravura, fantasia, capacità e destino, fanno sì che un bambino pensi che  diventare grande sia veramente una grande sciagura. E che forse sarebbe meglio addirittura invecchiare piuttosto che diventare grandi. Perché si rischierebbe di perdere quella parte libera, piena di nuvole e di sorrisi sottili che è la fantasia. Un cielo azzurro sopra un monte altissimo e freddo.
Quello che consola è che la fiaba qui bellissima è stata scritta da adulti (Federica Busa, Massimo Sottile,  Francesca Sorrentino), in italiano e francese con testo a fronte, e narra le gesta di  Rhemy De Noel, il Babbo Natale di Courmayeur (Edizioni Cervino Chatillon 2008, 50 pp., 15 Eu).
Le parole sono scelte con estrema cura, come se a sceglierle ci fosse stato un bravo creatore. Non degli scrittori  tout-court, e per bambini che è ancor più difficile. Anche se chi scrive per i bambini è già un creatore. La chiarezza e la semplicità debbono stare dentro una parola e la cura con cui le si scelgono deve essere attentissima. La comparazione tra i due testi fa vedere fisicamente questa sorta di creazione letteraria molto educativa peraltro. Ma non è lo spirito didattico la parte (parete?) più importante del libro. Che è anche abbastanza impegnativo in quanto a lunghezza e tensione. La cosa più difficile da sfiorare e tenere quando si ha un uditorio di menti fresche, argentine, sensibili alla distrazione come i cavalli di razza.
La cosa più bella è l’incanto. Ecco perché la fiaba. C’è la montagna di Courmayeur dentro le pagine (il Monte Bianco) vissuto come in cima.  È la prima fiaba per bambini ed adulti capace di rielaborare un materiale di montagna allo stato puro in chiave fantasiosa. Fiabesca, anzi. Non esiste un attimo di distrazione in questo ritratto di Courmayeur e del suo mondo. Si respira la montagna come se fosse lì. E soprattutto si sente il silenzio che fa il Monte Bianco, di notte, quando la luna è capace di ricreare in cima un mondo che nessun umano vedrà mai se non in circostanze del tutto fortuite.  
È lo spirito della montagna allo stato puro. Quello della creazione, appunto. Che sensazione. Una sorta di visione per tutti che ha permesso a questi scrittori di rapire (usano il terminekidnapper  per la neve prigioniera il che è bellissimo) e rinchiudere dentro una fiaba tutta l’umanità delle montagne. Senza perdere neanche un’oncia di fantasia. Questo  Rhemy De Noel  è un Babbo Natale spiegato per la prima volta ai bambini italiani. Con una versione ragionata nella fantasia e tale da non lasciare adito a dubbi.  È una versione capace di tenere anche davanti al controinterrogatorio del bambino più diffidente e sveglio.  È una fiaba capace di dare tante voci a chi la legge. È una fiaba naturale perché sa davvero il verso notturno della montagna e non perde però il fattore umano. Non lascia l’uomo in sordina. Anzi, fa dell’amicizia un elemento fondamentale perché  la montagna possa venire assaporata come si deve.  È una fiaba capace di ridare un poco di  ossigeno agli inverni più freddi e senza neve.  È un libro capace di dare tregua a chi torna in città dalle montagne e vive i giorni successivi in uno stato indecifrabile sospeso tra la veglia ed il coma ipnotico.  È un buon antidoto per restare svegli con i propri bambini d’inverno e, soprattutto, è una cura che andrebbe somministrata periodicamente per non dimenticare che  sulle ali della fantasia si può stare molto meglio che dentro una discoteca.
È  un libro fatto come gli oggetti che un tempo si facevano in montagna. Con il cuore e una strana, antica e silenziosa voce che a quanto pare indicava tutta la tecnica migliore da seguire nella realizzazione. I disegni sembrano intinti nella neve e le luci che brillano giù in valle non sono altro che i nostri desideri.
Anche qui si percepisce quanto sia forte  il potere suggestivo della fantasia e quello strumentale, ma fortissimo come valanga, della parola. Come potrebbe una fiaba, diversamente, fare stare bene così tanto un adulto e far trasognare un bambino?  È questione di sensibilità anche ma è pur vero che la parola può davvero molto quando è ispirata dal cuore.
Federica Busa deve essere donna che si tiene dentro tutto il Monte Bianco per farcelo vivere una volta così. Chissà che cuore.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “La Liaison - Il filo teso sul … | Fiabe per Bambini — 2 Maggio 2009 @ 16:44

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