di Bartolomeo Di Monaco
Scrivo queste righe sapendo bene che il punto di vista che vi esprimo non può che essere personale e dunque contrastabile.Ecco ciò che mi accade. Alla mia non giovane età di 72 anni spesso il mio pensiero si trova ad andare a ritroso e si ferma sempre in un luogo, dove, come una casa di cui possiede le chiavi da sempre, ritrova le gioie e gli stimoli della sua giovinezza.
È un luogo della memoria, lo so, ma io voglio chiamarlo più affettuosamente la casa della mia giovinezza. Essa, infatti, è priva di pareti e si distende nel tempo e nello spazio, e le sue emozioni sono parte integrante e definitiva, direi immortale e consustanziale, dell’anima che mi fa vivere.
Avrete già capito che un anziano ha, come accade a me, l’occasione di ritrovare la sua giovinezza e finanche di riviverla, sebbene si consumi in brevi istanti, nella famiglia in cui è nato e cresciuto.
Voi mi domanderete: Ma gli anni vissuti nella famiglia che hai creato, quella costituita dalla moglie e dai figli? Essi sono fondamentali e costituiscono il tronco della vita e il loro ricco e verde fogliame. Sono il luogo della memoria che non si consuma, che non muore mai, se non nel momento in cui lasceremo questo mondo. Hanno una continuità fisica che li rendono compagni inseparabili fino alla morte. Occupano tutti i nostri sensi. Posseggono un valore ed una sacralità che ci sosterranno fino all’ultimo.
Quando nel novembre scorso ho subito un infarto che un po’ ha cambiato il mio modo di vivere, oltre che il mio carattere, rendendolo peggiore di quel che era, tutta la mia famiglia, quella creata da me e da mia moglie, mi è stata vicina, ha vissuto con me le ansie e le paure. Ancora oggi mia moglie e i miei figli, ed anche il mio nipote più grande, quasi quindicenne, non mi fanno mai mancare le loro vigili attenzioni. Mi consigliano e mi spronano alla serenità e alla felicità.
Dunque, sono la più importante realtà che mi accompagna dal momento del distacco dalla mia famiglia originaria, quella costituita dai miei genitori e dai miei fratelli.
Ho scoperto così che la vita di ciascuno di noi ha due momenti fondamentali rappresentati dalle due famiglie in cui è vissuto: il primo è costituito dalla famiglia in cui ha raccolto e si sono formate le prime emozioni e i primi affetti, e il secondo è costituito dalla famiglia in cui tali emozioni e tali affetti si sono accresciuti e moltiplicati.
L’anziano che ricorda la sua giovinezza spesso è raffigurato come l’individuo che ricorda le sue singole esperienze e scoperte giovanili. Si dimentica, ossia, il gruppo grazie al quale tutto ciò è potuto accadere. Ed è questo secondo aspetto, invece, ad assumere il rilievo più importante.
Così, sempre più spesso e da qualche tempo, mi trovo ad aprire le porte della casa della mia giovinezza, che era sì anche quella fisica che vedeva me ed i miei fratelli seduti a tavola all’ora di pranzo o all’ora di cena a chiacchierare tra di noi, a esprimere i nostri pensieri e i nostri sogni, e poi, a certe ore, a condividere il tempo dello studio e dei giochi (i genitori erano anch’essi tra i protagonisti attenti e guardinghi), ma ciò che scorreva nella nostra casa della giovinezza era il sussurro di una vita in divenire gonfia di speranze e di sogni, e intrisa di spensieratezza e di temerarietà, che oltrepassava le pareti domestiche. Ciascuno dei fratelli era qualcosa di più di un fratello: era una speranza e un sogno comuni, una spensieratezza e un ardimento che scorrevano nelle nostre vene come se fossero le vene di una sola persona che avanzava verso il mistero della vita.
Così non bastavano più le pareti fisiche della casa ad esaltarli. Essi non ne erano infatti il limite ma la genesi. Quei sentimenti oltrepassavano un confine magico che trasformava quelle emozioni intime e domestiche in qualcosa di universale, che correva nelle strade e nelle piazze della nostra città e saliva poi oltre ad incontrare una universalità che non si riusciva, giovani com’eravamo, a percepire.
Ciò che non percepivo allora, ecco che lo avverto oggi, che ho accumulato sulle spalle un’esperienza molto più ampia.
Rendendomi conto, peraltro, che non si tratta affatto del fanciullino ricordato dal Pascoli, che rimane sempre in noi e ogni tanto si fa sentire. Ciò che avverto è qualcosa di assai più rilevante e significativo. È una giovinezza speciale, non singola, ma condivisa coi miei fratelli e vissuta insieme come se fossimo un unico essere umano.
Quando la mente (ciò che accadeva più di rado in passato) ora va ai miei fratelli, è la casa della giovinezza che si ripropone in me, con tutti i suoi significati, che non si riducono ai soli accadimenti che ci vedevano protagonisti dentro le mura domestiche, ma si estendono anche a tutti gli altri che correvano gravidi di ansie e di sogni verso i grandi ed universali sentimenti e misteri della vita. Fu un amalgama, quello, di cui allora fui inconsapevole, e che ora, racchiuso ed ancora integro da quei giorni nella memoria, si è risvegliato come d’incanto, e mi si svela quale radice incorrotta del grande albero dal florido fogliame in cui si è sviluppata con il trascorrere degli anni la mia vita.
Commenti
4 risposte a “L’anziano e la sua casa della giovinezza”
Mi permetto di riportare qui di seguito tre citazioni a commento del meraviglioso, profondamente sentito, significativo, corroborante ed anche commovente scritto di Bartolomeo. La prima di Jean Paul: “Il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo venir cacciati”. La seconda è tratta da Epicuro: “Chi non ricorda il bene passato è vecchio da oggi”. E la terza di Tu Fu: “Una canzone, laggiù… E’ un mendicante. Se lui canta, quel vecchio che non ha mai posseduto nulla, perché piangi tu, che hai così bei ricordi?”. Continua, Bartolomeo, a godere della tua famiglia attuale, che ti è stata vicina in ogni senso e ti circonda con immenso affetto e con mille attenzioni, ma tuffati pure a ripescare i momenti più significativi e vivi del tuo mondo passato, specie quello vissuto nel cuore di quella speciale e importante realtà nella quale sei cresciuto splendidamente, in mezzo a profondi sentimenti, a validi rapporti, a non poche tenerezze e a forti, giusti insegnamenti, ricevendone una sana e validissima formazione. Non può fare che bene questo ricordo, perché “Chi non ricorda, non vive”, diceva Giorgio Pasquali.
Grazie della tua attenzione, Gian Gabriele, e delle tue bellissime parole.
Ciao Bartolomeo, ho letto il tuo breve, ma incisivo lavoro e ne condivido appieno i contenuti. Proprio in questi ultimi giorni ho iniziato, io stesso, un modesto elaborato che ruota su questi temi e nel quale cercherò di ampliare il significato delle tematiche esistenziali poste in relazione al cambiamento umano e sociale per effetto della tecnologia. Effetto tecnologico o cause della mutazione culturale, personale o di massa, confrontandole, per contrapposizione, fra il passato e il tempo futuro. Appena il mio lavoro sarà finito te ne manderò via e-mail i contenuti per la loro pubblicazione. Sono felice altresì per il “ritorno” in rivistaparliamone di Gian Gabriele, la sua presenza ci corrobora e ci arricchisce culturalmente non poco. A entrambi vanno i miei migliori auguri e saluti.
fabio
Caro Bartolomeo,
l’analisi introspettiva della tua vita, con la quale hai esternato i tuoi intimi pensieri in modo così aperto, mi ha profondamente commosso. Ti auguro che, partendo dai bei ricordi della ‘casa della giovinezza’ e proseguendo in quelli del tuo proficuo e fecondo lavoro letterario, sempre confortato dalla tua splendida famiglia, tu possa approdare ad una serena anzianità.
Con affetto
Mario