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LETTERATURA: “Le cose accadono” di Angelo Cannavacciuolo, Cairo editore, 2008

12 Novembre 2008

di Francesco Improta  

Sono trascorsi soltanto dieci anni da quando Angelo Cannavacciuolo ha deciso di intraprendere la strada della narrativa, dopo un’intensa e feconda attività di attore e di regista cinematografico e televisivo; dieci anni in cui ha scritto quattro romanzi: I guardiani delle nuvole, trasferito sul grande schermo nel 2004 da Luciano Odorisio, vera e propria saga familiare ambientata nell’entroterra napoletano, all’indomani della II guerra mondiale, in un periodo di grandi trasformazioni sociali, politiche e culturali; Il soffio delle fate; da cui è stata tratta un’opera lirica con le musiche di Filippo Zigante, che debutterà a maggio del 2009 ad Ostrava, storia di tre fratelli, persisi di vista che si ritrovano a combattere su fronti opposti al tempo della guerra in Bosnia; Acque basse, un noir esistenziale non privo di risvolti sociali e appunto Le cose accadono (Cairo editore), di cui ci occuperemo oggi. Sono romanzi, almeno in apparenza, completamente diversi l’uno dall’altro, ma ad una lettura più approfondita ci si rende conto delle analogie e delle affinità, non solo stilistiche, che li accomunano. Penso alle dinamiche familiari, spesso contraddittorie, presenti in tutti e quattro i romanzi, all’infanzia negata o violata, all’amore per la musica, vero nutrimento dello spirito o cibo per l’anima, come dice Angelo, alla città di Napoli, scenario deputato per tutte o quasi le sue storie e i suoi personaggi ambigui, sbandati e sofferenti, ma soprattutto penso alla sua ossessione per la presenza del dolore nel mondo e all’esigenza non meno perentoria e categorica di riconoscerlo e di tradurlo in parole, per quella tensione morale che è dell’uomo e dello scrittore, e da cui scaturisce quella pietà, laica più che religiosa, che intride le pagine dei suoi libri.
Nel romanzo in questione però c’è anche molto altro.
Ci sono disperazione, solitudine, emarginazione, senso di vuoto e di precarietà e soprattutto c’è tanta impotenza, incapacità di incidere sulla realtà, di dare non dico concretezza ma neppure forma ai propri sogni, perché le cose accadono a prescindere dalla nostra volontà e a dispetto della nostra esistenza. Queste cose il più delle volte sono semplici rumori di fondo di giornate sempre uguali, monotone e ripetitive, talvolta, però, c’investono con tale forza da sconvolgere la nostra vita, riportando alla luce fatti e figure che avevamo rimosso o di cui non avevamo neppure sentore, come succede appunto al protagonista del romanzo. Non basta nel libro c’è la contrapposizione, prima ancora esistenziale che ideologica, tra un mondo, quello dei reietti, dei vinti, degli emarginati, che brancolano nel buio e annaspano alla ricerca non solo della luce ma anche dell’ossigeno e quello della borghesia radical-chic che veleggia, a bordo di panfili di lusso, tra residenze estive a Capri o in costiera e specchi, stucchi e strumenti musicali in ville o attici panoramici, i cui salotti si aprono a professionisti della politica e a intellettuali e artisti, per lo più privi di talento. Sullo sfondo, poi, una città in ginocchio, Napoli, da tempo ormai saccheggiata e devastata da una classe politica incapace, arrogante ed ingorda, mentre più lontano all’orizzonte si profilano la crisi irreversibile della sinistra e la nascita di un nuovo partito, l’Unione, privo non solo d’identità ma anche di coordinate che possano lasciar presagire una rotta sicura in mezzo ai marosi. La vicenda si svolge, infatti, tra le elezioni regionali del 2005 e quelle politiche del 2006 in clima prevalentemente elettorale, nell’anno in cui muore Giovanni Paolo II e il Napoli, la gloriosa società di calcio in cui aveva militato Diego Armando Maradona, infiammando gli stadi e le folle non solo di tifosi, è precipitato in serie C.

Al centro della vicenda c’è Michele Campo, un logopedista quarantenne che si aggira tra istituti di rieducazione e case-famiglie attraversando il dolore degli altri ma cercando di rimanerne immune finché un giorno il mondo gli frana addosso e lo risveglia da quella specie di letargo, in cui viveva, costringendolo a fare i conti non solo con gli altri ma anche e soprattutto con se stesso con i propri fantasmi e le proprie paure.
È sufficiente lo sguardo, carico di odio e di livore, di una bambina di 5 anni, Martina per erodere il muro d’indifferenza che Michele aveva eretto e dietro il quale si era nascosto per tanto tempo, un muro che la pioggia torrenziale con cui si apre il romanzo sembra rendere più friabile, pronto a sgretolarsi del tutto.

Michele Campo non è un personaggio da romanzo ma una persona vera con i suoi slanci, i suoi sogni, le sue delusioni, i suoi dubbi, i suoi astratti furori (per certi versi mi richiama alla mente il tipografo Silvestro di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, di cui tra l’altro proprio quest’anno ricorre il cen ­tenario della nascita, anche se pochi se ne sono ricordati); è Michele che coagula tutte le vicende, anche quelle in apparenza più slegate, è lui che scandisce il ritmo delle azioni. Lui con il suo passato di miseria e di fru ­strazioni e con il suo desiderio insopprimibile di una paternità sempre desi ­derata e mai soddisfatta. Michele Campo, figura in gran parte autobiografica (vale la pena ricordare che il fratello di Angelo, come il protagonista del romanzo fa il logopedista), dopo l’incontro con Martina, vive esclusivamente di ricordi e di speranze, proiettato cioè nel passato e nel futuro, lontano per sua scelta dal presente, che costituisce la cornice funeraria del suo fallimento, della sua costante insoddisfazione, della sua rabbia impotente. Solo alla fine ripiegherà sul presente, quando “accadute ancora una volta le cose” accetterà consapevolmente la propria sconfitta e riparerà nel mondo vacuo delle chiacchiere, della mondanità dove l’arte assolve una funzione esclusivamente esornativa di lustro e di decoro per facoltosi professionisti, corrotti politicanti e uomini di successo.
Alcuni capitoli del romanzo sono straordinari o per l’orrore che suscitano o per l’ironia da cui sono attraversati, penso, nel primo caso, alla visita di Mad ­dalena, la madre di Martina, dall’urologo, con quell’ammasso di carne sca ­raventata sul lettino ed esposta oscenamente dinanzi agli occhi dei lettori e del dottore che fruga tra le pieghe della sua intimità senza alcun ritegno: un atto di una durezza e di una violenza sconvolgenti in cui sono mostrate senza veli la miseria e la debolezza della carne umana, nonché la mancanza di rispetto per quelli che, essendo poveri, vengono considerati nella maggior parte dei casi cittadini di serie C, privi di diritti e di dignità. Nel secondo caso mi viene in mente la cena in casa di Augusto Argentieri (il padre di Costanza, la com ­pagna di Michele); con i gomiti sul tavolo e il mento appoggiato alle mani intrecciate, Augusto Argentieri assiste sorridente alle zuffe verbali e in ­concludenti dei commensali, veri azzeccagarbugli della politica, mentre nel salotto attiguo il maestro Mimmo Di Francia (autore di molte canzoni famose tra cui Champagne, portata al successo da Peppino di Capri), da impenitente dongiovanni qual è, sembra più interessato alle grazie fisiche che alle doti canore della cantante, che si è appena esibita.
Nel romanzo l’autobiografismo è presente a dosi massicce, nelle situazioni, nell’onomastica e ancor di più nella toponomastica: Acerra, cui sono legati i ricordi d’infanzia del protagonista; il Vomero, dove il padre dopo tanti lavori precari riesce a ottenere un portierato; i grattacieli del centro direzionale, di giorno affollatissimo e di notte trasformato in terra di nessuno dove bivaccano prostitute, barboni e delinquenti, le Vele di Scampia, tristemente famose, soprattutto dopo il bellissimo film di Matteo Garrone Gomorra, come centrale per lo spaccio e lo smistamento della droga, emblema di quel degrado, tipico di tutte le periferie metropolitane – e di quella napoletana in particolare – dove nell’aria si respirano illegalità e immoralità oltre ai miasmi provenienti da pattumiere colme fino all’inverosimile e da cumuli di spazzatura mai raccolta. Altre pagine autobiografiche riguardano la storia sentimentale del protagonista con una delle più belle ed affascinanti attrici italiane degli anni ottanta di cui per discrezione non dirò il nome, e la conoscenza dettagliata delle stoffe e delle tecniche di sartoria che Michele Campo ha ereditato da sua madre, splendido omaggio a una figura materna, problematica e non priva di sensi di colpa, docile e paziente ma anche capace, al momento opportuno, di tirare fuori gli artigli, e non solo in senso metaforico.
Né può essere taciuto, infine, il riferimento all’installazione di Sol Le Witt in piazza del Plebiscito a Napoli, un muro che assolve nel romanzo la funzione di mise en abîme, in quanto segna metaforicamente la separazione, la demarcazione dei due mondi di cui si parla nel romanzo, quello della luce e quello del buio, e richiama alla mente pure il muro d’indifferenza e di ras ­segnazione dietro il quale Michele Campo, e non solo lui, si è nascosto per tanto tempo.
La scrittura non è sempre omogenea; come è giusto che sia. Trattandosi di ambienti lontanissimi anni luce, il linguaggio deve necessariamente cambiare, adeguarsi a personaggi di estrazione sociale così diversa: raffinato, preten ­zioso, impreziosito da riferimenti letterari e artistici quello della borghesia ricca e affermata; duro, greve, minaccioso, tramato di idiotismi e qualche volta di volgarità quello dell’inferno cui appartengono Geppina, Lello e Maddalena, rispettivamente nonna, zio e madre della piccola Martina. La sintassi, alacre e movimentata, segue l’andamento della narrazione e i percorsi interiori e accidentati del protagonista e il periodo, infatti, ora s’inarca im ­provvisamente per ripiegare su se stesso subito dopo ora tracima per un eccesso di dettagli e di precisazioni.
Libro, dunque, denso, magmatico, incandescente da leggere assolu ­tamente perché solleva il velo dell’ipocrisia e dell’indifferenza e ci sbatte in faccia una realtà drammatica, dolorosa, costringendoci a fare i conti con la nostra coscienza, spesso addormentata; a tutto ciò si aggiungano la qualità della struttura, della costruzione narrativa, frutto di un montaggio decisamente cinematografico, ed il ritmo serrato, incalzante ed avvincente.
Prima di concludere, vorrei sottolineare la bellezza dell’esergo che non solo è un tacito omaggio ad uno degli scrittori liguri, più qualificati ed autorevoli, Francesco Biamonti, ma racchiude il senso profondo del romanzo, meglio ancora la speranza, che a tratti balena in questo panorama di rovine, che i bambini possano avere un futuro migliore. Che la vita ti sia lieve, dice Francesco, rivolgendosi a un bimbo appena nato, ed è l’augurio che Angelo raccoglie e fa suo, in una città come Napoli che vive da tempo ormai tra mille difficoltà ed emergenze.


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1 commento

  1. Commento by NADIA VIOLA — 12 Novembre 2008 @ 21:24

    Il vostro articolo è molto interessante, molto bello, grazie mille, NADIA

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