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LETTERATURA: “Legenda aurea”: Santa Cristina vergine

5 Giugno 2022

(Estratto da Jacopo da Varazze: “Legenda aurea”. Curatori e traduttori dal latino Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone. Editore Giulio Einaudi)

La “Legenda aurea” è un’opera del XIII secolo, a cui hanno attinto molti artisti. Ancora oggi la si legge con molto interesse. Ci narra la vita di numerosi Santi, raccontando fatti che pertengono più alla leggenda che alla storia. (bdm)

Cristina nacque da una famiglia di rango elevatissimo nella città di Tiro, in Italia. Il padre la mise in una torre con dodici ancelle, circondata di idoli d’oro e d’argento. Era bellissima e molti la chiedevano in moglie, ma i suoi genitori non la concedevano in nessun modo, perché volevano che continuasse ad attendere con piena dedizione al culto degli dèi. Cristina tuttavia, ispirata dallo Spirito Santo, provava orrore per i sacrifici agli idoli, e nascondeva in un buco l’incenso destinato ai sacrifici agli dèi. Quando arrivò il padre, le ancelle gli dissero:
– Tua figlia, la nostra padrona, si rifiuta di sacrificare agli dèi e si professa cristiana.
Il padre cercava, con dolcezza, di trarla verso il culto degli dèi, ma Cristina gli disse:
– Non chiamarmi figlia tua, ma figlia di colui cui spetta il sacrificio di lode. Io non sacrifico a dei mortali, ma all’unico Dio del cielo.
– Figlia mia, – le disse il padre, – non è bene offrire sacrifici a un solo dio, perché gli altri potrebbero adirarsi.
– Senza saperlo hai detto bene: infatti offro sacrifici al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
– Se adori tre dèi, perché non adori anche gli altri?
– Quei tre dèi sono in realtà una sola divinità, – rispose Cri stina.
Successivamente distrusse gli idoli e distribuì ai poveri l’oro e l’argento. Quando il padre tornò per adorare gli idoli, non li trovò più, e chiese allora alle ancelle cosa ne aveva fatto Cristina. Quando senti la risposta la fece spogliare e picchiare da dodici servi, fino a che non ne poterono più. Allora Cristina si rivolse al padre e gli disse:
– Tu sei un uomo senza onore e senza pudore, abominevole agli occhi di Dio. Quelli che mi picchiano ormai non hanno più forza: chiedi ai tuoi dèi che diano loro nuovo vigore, se ci riesci.
Allora la fece incatenare e rinchiudere in carcere. Quando la madre lo seppe si strappò le vesti, corse al carcere e si gettò ai piedi della figlia e le disse:
– Figlia mia, Cristina, luce degli occhi miei, abbi compassione almeno di me!
– Perché mi chiami figlia? – le rispose. – Non sai dunque che porto il nome del mio Dio?
Non riuscendo in nessuna maniera a convincerla, tornò dal marito e gli riferì cosa aveva risposto: egli decise allora di trascinare la figlia davanti al suo tribunale. Le disse:
– Sacrifica agli dèi, altrimenti patirai la tortura, e non avrai più il nome di figlia mia.
– Già m’hai fatto una grande grazia, – rispose Cristina, – a non chiamarmi figlia del diavolo. Tutto ciò che nasce dal diavolo è un demonio, e tu sei padre di Satana in persona.
Il padre ordinò che le si strappassero le carni con degli uncini e le si facessero a pezzi le tenere membra: ma Cristina prese un pezzo della sua stessa carne e la gettò in faccia al padre, dicendogli:
– Prendi, tiranno! Mangia la carne che tu stesso hai generato!
Il padre allora la fece stendere sulla ruota, la fece cospargere di olio e incendiare, ma la fiamma che si sprigionò uccise mille e cinquecento uomini. Il padre, attribuendo quanto era accaduto ad arti magiche, la fece nuovamente rinchiudere in prigione; a notte fonda mandò i suoi servi a legarle un macigno al collo e gettarla in mare. Cosi fecero, ma gli angeli la sorressero, Cristo discese sino a lei e la battezzò, con queste parole:
– Ti battezzo nel nome di Dio, mio padre, nel mio nome di Gesù Cristo, che sono figlio suo, e dello Spirito Santo.
La affidò poi all’arcangelo Michele che la portò sino a terra. Quando il padre ne fu informato, picchiandosi la fronte disse:
– Che magia puoi mai usare per poterti servire delle tue male arti?
– Povero sciocco, ho avuto da Cristo questa grazia.
Il padre la fece dunque rinchiudere per poterla decapitare la mattina seguente. Nel corso della notte suo padre, Urbano, fu trovato morto. Gli succedette un giudice ingiusto, di nome Dio; questi fece preparare una culla di ferro riscaldata al massimo, con resina e pece, per gettarvi dentro Cristina; quattro uomini mescolavano il liquido dentro la culla, di modo che Cristina vi si consumasse più alla svelta. Allora Cristina lodò Dio che dopo averle dato nuova vita attraverso il battesimo, voleva, come una bambina, rimetterla nella culla. Il giudice si infuriò, le fece radere il capo e la fece trascinare nuda attraverso l’intera città, fino al simulacro di Apollo: là Cristina dette un ordine, e l’idolo cadde e andò in polvere. Il giudice, a questa vista, ebbe paura e morì. A questo succedette Giuliano, che fece accendere una fornace, e vi fece gettare dentro Cristina: ma vi restò dentro per cinque giorni, cantando con gli angeli e camminando senza averne nessun danno. Giuliano attribuì questo fatto ad arti magiche, e allora le fece mandare due aspidi, due vipere e due colubri: ma ecco che gli aspidi le lambiscono i piedi, le vipere senza farle alcun male le si pongono al seno, e i colubri, avvinti attorno al collo, le leccano il sudore. Giuliano disse allora a un incantatore:
– Non sei un mago? Aizzale contro le bestie.
Appena ci provò, le bestie gli si rivoltarono contro, e lo uccisero in un momento; Cristina allora comandò ai serpenti di andarsene in un luogo disabitato e resuscitò il morto. Giuliano poi le fece tagliare le mammelle, ma ne sgorgò latte e non sangue. Le fece tagliare la lingua, ma Cristina non perdette la parola: anzi raccolse il moncone della sua lingua e lo gettò con tale violenza contro la faccia di Giuliano che gli accecò un occhio. Infuriatosi le scagliò contro due frecce vicine al cuore e una nel fianco. Cristina infine mori: era l’anno 287, al tempo di Diocleziano. Il suo corpo riposa in una città di nome Bolsena, tra Viterbo e Orvieto; la torre che si trovava vicino a quel villaggio è ormai andata totalmente in rovina.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invaitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart