INCIPIT
1.
Da ragazzo ero un tipo esile, dall’aria vulnerabile, spesso con la testa fra le nuvole. Adesso, a quarant’an ni, sono rimasto su per giù lo stesso. Prima però cerca vo di dare un senso alla mia vita, vivere al passo con i tempi. Ora spendo i miei giorni infischiandomi di tutto quello che mi succede e succede intorno a me. Se qual cuno mi accusasse di non avere più ideali, essermi emarginato, non m’importerebbe.
Ho capito che è inutile ostacolare il corso del proprio destino. La vita va come deve andare. I vari tentativi che in passato ho compiuto per condurre la mia esistenza secondo il mio modo di concepirla, sono tutti falliti.
All’inizio dell’estate di un anno fa, il mio stato d’ani mo non era diverso dall’attuale. È stata l’ultima volta che mi sono illuso di poterlo cambiare.
Una mattina presto di allora, al solito, attendevo nel mio appartamento Mario per recarci assieme al lavoro. Abitava nel mio stesso palazzo, sullo stesso pianerotto lo. Stufo di aspettare, andai da lui. La porta d’ingresso di casa sua era socchiusa. Per farla breve, entrai e lo tro vai morto. Era riverso sul pavimento, in salotto, con la testa infilata in una busta di plastica. Accanto a lui c’era no i suoi gatti. Una decina.
Per nulla impressionato, telefonai al commissario Jervolino e gli raccontai l’accaduto. Mi disse di restare dov’ero, arrivava subito. Quando comparve, dette una ra pida occhiata in giro con l’aria meno impressionata del la mia, scambiammo alcune parole poi m’invitò a seguirlo in commissariato per la deposizione.
“Nome, cognome, data e luogo di nascita, stato civile, professione”, attaccò appena ci arrivammo, pigiando sui tasti di una macchina per scrivere antidiluviana. Ero seduto di fronte a lui, davanti alla sua scrivania. Non eravamo amici ma ci conoscevamo da tempo, ci dava mo del tu.
Aveva cinquantacinque d’anni ed era prossimo ad andare in pensione. La sua espressione era apatica. Simile alla mia.
“Franco Narracci”, risposi e continuai.
***
Abitavo a sud di Bari. In uno di quei paesoni conteni tori di disoccupati allineati sulla costa pugliese come perle di un collier di bigiotteria, dov’ero nato. Sposato, avevo un figlio di quattordici anni che viveva con sua madre, da cui ero separato. Non legalmente. Non spe ravo di rimettermi con lei, né lo desideravo. Portavo la fede solo per abitudine. Alla professione, mi bloccai.
Direttore d’albergo, stavo per dire. Avevo diretto per una quindicina d’anni l’albergo in cui lavoravo. Da un anno Eriberto, il mio datore di lavoro, mi aveva scippa to il titolo. Dalla sera alla mattina, con la delicatezza del gran figlio di puttana che era.
“Impiegato”, dissi, mantenendomi sulle generali.
Jervolino non sollevò obiezioni e passò a chiedermi notizie di Mario. Mi aveva fatto la medesima domanda in presenza del suo cadavere e gli risposi alla stessa maniera. Da tre anni e fino al giorno prima, Mario aveva lavorato nel mio stesso albergo. Era sulla trentina e sici liano. Non aggiunsi altro. Non fornii alcun indizio, nessuna pista che portasse a chi l’avesse ammazzato. Perché pensavo che fosse stato ammazzato. Invece Jervolino affermò che s’era suicidato. Gli credetti sulla parola.
Al momento di salutarci, mi chiese di occuparmi dei gatti di Mario. Preso alla sprovvista, non seppi tirarmi indietro.
Il commissariato era ubicato in un ex convento, con al l’interno un chiostro, formato da un portico sorretto da colonne che giravano attorno a una piazzola, al cui cen tro c’era un pozzo. Qui venivano posteggiate le auto della polizia. Uscito dalla stanza di Jervolino, ne vidi al cune e tirai dritto, incurante dello spettacolo.
Fuori dall’edificio, entrai nella mia macchina, che a vevo parcheggiato nei pressi e mi avviai tranquillamen te alla sede del mio lavoro. Come nulla fosse successo.