di Carlo Capone
Il mio male – quel desiderio assurdo di ammazzare, magari il primo che mi viene incontro, quando mi aggiro tra la folla – lo devo a Maurizio. Un pasciuto coglione che è anche mio fratello.
Avete mai partecipato a una seduta spiritica? Io sì, e non me lo scordo. Accadde con la buffonata del bicchiere, voluta da Maurizio quando io ero ragazzina e lui un promettente farabutto, che girava in Vespa a molestare ragazze o si sfogava con le puttane da duemila lire. Dunque dispose le letterine in cerchio, mi ordinò di porre l’indice su un calice riverso e dopo un po’ – ma soprattutto in seguito a uno schiaffo sulla nuca, perché ‘disturbavo il flusso’ con risatine di paura – sentii fremere il bicchiere. Non so, prese a ruotare su se stesso, con cigolante inerzia, poi si spostò di netto e andò a fermarsi giusto davanti a me.
“Màuri, sei tu?”, dissi ingoiando una saliva pesante.
“Zitta! se no si incazza e scassa tutto”.
Il diabolico affare ora lambiva la O, spostandone il quadratino. Due colpetti e iniziò il giro delle lettere.
“Spirito, chi sei?”, domandò solenne Maurizio.
“Onorio”, compose il bicchiere.
“Onorio chi?”
“Onorio quarto, imperatore di Bisanzio”.
“E come sei morto?”
“Di appendicite”.
“Ah, mi dispiace”.
Procedemmo per un tempo immisurabile, durante il quale l’imperatore comunicò che io avrei fatto l’indossatrice, Maurizio il pianista e papà vinto un miliardo alla lotteria. A tale annuncio Maurizio divenne paonazzo, scattato in piedi si curvò sul bicchiere sputacchiandoci dentro:
“Spirito,me la dai la schedina?”
L’imperatore si mostrò d’accordo e allora Maurizio gli intimò: “Aspetta qui con mia sorella, vado a prendere il giornale”. “Tu sei scemo”, protestai. Non avevo intenzione di rimanere sola – per giunta in camera mia – in compagnia dell’imperatore o chi diavolo fosse. “Ti spezzo il culo”, minacciò Maurizio. E poiché, se non proprio il culo, qualcosa me l’avrebbe spezzata – come quando mi costringeva sulla soglia di camera sua per sfogarsi a pallonate su me portiere – obbedii.
Io non credo a queste cose, ormai non mi fanno più impressione, ma quanto avvertii allora fu un amaro intruglio di paura e rabbia. Maurizio mi lasciò col dito sul bicchiere, il quale, in preda a delirio d’altro mondo, prese a schizzare ovunque, travolgendo bigliettini e puntando l’apice del tavolo, dove l’afferrai al volo, se no si sarebbe frantumato con l’imperatore. E sai che culo mi avrebbe fatto Maurizio?
“Spirito, allooora”.
Era rientrato consultando la Gazzetta. “Tutto a posto?”, domandò al tavolo, sedendo col giornale in grembo. Fu allora che sgranò gli occhiacci: lettere sparse, bicchiere riverso ed io con l’indice per aria.
“Che hai combinato? Ma tu sei proprio impedita Uh madonna, questo non ci dà più niente”.
Riordinò le lettere, sistemò il calice e vi poggiò il dito. “Spirito, scusate assai – e va capire perché fosse passato dal tu al voi – allora posso?” Il bicchiere schizzò sul SI, così lesto che ne persi il contatto e Maurizio proruppe in una bestemmia, tra le più immonde, paventando che l’imperatore se la stesse squagliando.
Poi, sillabò una lista di partite, per ognuna delle quali Onorio formulò una ics, o l’uno o un due. Al turno dell’incontro di Pescara sorse l’intoppo. Maurizio disse “Pe-sca-ra” e di seguito la squadra avversaria, il cui nome non ricordo. Il bicchiere niente, cementato. “Pescara- vattelappesca”, ripetè Maurizio. Immobilità glaciale. “Imperatò, Pescara!”, strillò. “Gesù, vuoi vedere che questo la serie B non la conosce? e tu che fai? fessa! digli qualcosa, recita la preghiera, ci vai o no a scuola dalle suore?”
Tremavo. Sentivo ghiaccio al posto del cervello, un viluppo di rabbia e spavento identico al dolore e l’umiliazione che proverà chi è stuprata. Quel giorno, come ho detto, avvertii i sintomi del mio male, l’impulso indecifrabile di ammazzare, mettere le mani al collo di Maurizio e strillare, stringendo fino a morte, e poi mollare, lasciandomi piangere e dormire.
A scuotere il ghiaccio ci pensò lo stupratore. Si pose ritto, senza staccare l’indice dal bicchiere, e.mi soffiò in faccia: “Dicci qualcosa, diccelo, latrina!”
E io attaccai a pregare, recitai l’Agnus, il Salve Regina e anche il Credo. Non mi rivolsi all’imperatore ma a me stessa, per esorcizzare quel mio impulso. “Spirito”, abbaiò Maurizio, facendomi segno di zittire. “ci sei?”
Non c’era, posto che mai ci fosse stato. Mio fratello si toccò le coglie, poi con lo stesso dito segnò una croce fra le lettere – “se è un’anima infernale c’è il rischio che rimane”- quindi mollò un ceffone al bicchiere, facendolo schiantare in frantumi, ed esplose una nuova bestemmia, più colorita dell’altra. A me restava la paura, ma tanta e tanta, la rabbia era svanita.
“Màuri, qui dentro stanotte non ci dormo”, scongiurai.
Piegò la Gazzetta, se la mise sotto il braccio e propose:
“Fatti una scopa con l’imperatore. Ti farà compagnia”.
Commenti
2 risposte a “L’IMPERATORE DI BISANZIO”
Con un’arguta interpretazione del canone narrativo, mediante una scrittura forte, disinvolta, altamente espressiva, nasce un racconto che coinvolge e diverte. Si assiste ad un rapido andamento coloristico nel variegare dei gesti, degli stacchi, delle comunicazioni e delle figurazioni. L’acume espressivo e la sostanza particolare della storia (la credulità delle persone e particolamente la superstizione, sosteneva Goethe, sono la poesia della vita), fanno emergere sensazioni, aspetti, mentalità tali da averne quasi percezione tattile e soprattutto psicologica.
La parte dialogica, sempre viva ed essenziale, caratterizza ancor più i personaggi e si dimostra di stampo ampiamente moderno e, pertanto, di grande efficacia comunicativa
Gian Gabriele
Caro Gian Gabriele, come sempre trovi le espressionei giuste. Grazie!
Carlo