L’incontro

di Gian Gabriele Benedetti

[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

La casa di Sergio spiccava bianca, in alto, su un piccolo colle poco discosto dal paese. Me l’aveva indicata un contadino, intento a spingere una mucca grassa e lenta lungo la ripida strada sterrata.
                    Dovevo salire fino alle prime abitazioni, che davano su una piazzetta alberata, e lì lasciare l’auto, per salire ancora, ma a piedi questa volta. Dall’uomo con la mucca seppi anche con soddisfazione che Sergio Regalati, mio compagno di studi, non solo era ancora vivo e vegeto, ma, soprattutto, non si era mai spostato dal luogo d’origine. Dunque quel mio primo viaggio, casuale, fortuito od inconsciamente voluto, da quelle parti non era stato vano.
                    Il paese che mi accolse, un dedalo di viuzze sassose con antiche costruzioni di pietra, si affacciava su di una vallata di vigneti e campicelli riarsi. Sembrava sospeso nell’aria, come i monti che lo abbracciavano da lontano. Di tanto in tanto si aprivano cortili ombrosi e da qualche facciata sporgevano terrazzini fioriti. Tra le case si respiravano angoli freschi e quiete profonda. Scalini di pietra levigata si appoggiavano ad usci scuri. Una vecchia era seduta su uno di questi, immagine immobile e grigia di un tempo che pareva essersi fermato da anni. Non si accorse di me, o fece finta.
                    Con l’attesa che si faceva incalzante e, particolarmente, col desiderio pressante di ritrovare, dopo un’eternità,   un caro compagno di stagioni andate e di riappropriarmi più direttamente di un passato inchiodato nelle pagine ingiallite della memoria, presi ad arrampicarmi su per il viottolo tra le vigne e i minuscoli campi secchi sotto il sole d’agosto, che non perdonava.
                    Faticavo non poco a salire, ma non era soltanto il caldo o l’asprezza della via a rallentare il mio passo, bensì un’emozione crescente che attanagliava la gola e rendeva molli le gambe.
                    A mezza costa, da dietro un poggetto brullo, sbucò improvvisa una donna con un sacchetto di iuta in una mano ed una falce nell’altra, per raccogliere qualche raro ciuffo d’erba giallastro. Era minuta e bassa, in grembiule nero, stinto dalla pioggia e arso dal sole, su una lunga veste marrone, il capo coperto da un fazzoletto scuro e opaco con le cocche dietro la nuca. Aveva il viso piuttosto legnoso, tipico delle donne di campagna. Mi guardava con diffidenza e curiosità. La salutai.
                    “La casa di Sergio Regalati?” le chiesi, poi.
                    Con la falce mi indicò su in alto, dove, al sole del pomeriggio, rideva il bianco dei suoi muri.
                    Approfittai per fermarmi a riprendere fiato e a detergermi il sudore dalla fronte. Così tentai di abbozzare una conversazione.
                    “Quante viti qui intorno! Chi le avrà piantate tutte?”
                    “Che diamine!” mi rispose secca la donna con gli occhi strizzati di chi è stizzito. “I contadini!”
                    “E le lavorano sempre?” insistetti.
                    “Finché ci sarà gente, e… dopo tutto andrà in malora”.
                    E riprese a spilluzzicare sul poggiolo, evidentemente infastidita dalle mie domande, che riteneva sciocche ed inutili.
                    Capii l’antifona e, con un saluto, mi congedai. Mi rispose col semplice movimento della falce, allontanandosi sveltamente.
                    La casa di Sergio era una vecchia costruzione rimessa a nuovo. Il bianco dei suoi muri, che da lontano luccicava, all’impatto apparve scolorito e marezzato, reso così soprattutto dal vento che anche a quell’ora calda lì soffiava con una certa insistenza. Mi affrettai a salire i gradini della scala che portava all’ingresso, perché sentivo raffreddarsi il sudore addosso.
                    Suonai il campanello e, nell’attesa, volsi lo sguardo in basso. Da lassù il paese pareva diverso, più ammorbidito nelle sue forme, e più compatto. La giungla dei tetti formava come un grande campo arato di fresco, scuro e ovale. Il campanile, in mezzo, allungava la testa più chiara a dominare il campo. Intorno si vedevano più vigne e più campicelli terrazzati, ed in fondo l’ombra della valle. Non si poteva guardare più di tanto lontano, giacché la luce lì s’ingolfava e l’aria s’addensava, offendendo l’occhio.
                    La risposta dall’interno non arrivava. Suonai di nuovo. A quel punto una voce acuta gridò: “Arrivo!… Un momento!…”.
                    La porta si aprì ed un donnone in grembiule da cucina, tutta agitata, mi apparve dinanzi. Mi presentai, ed il suo viso, abbuiato, si illuminò come la luna piena in una notte d’estate.
                    Fui accolto con mille feste e condotto in una cucina grande con due finestre che davano sul vuoto della valle. Mobili vecchi arredavano la stanza ed un tavolo enorme, con il piano di marmo, ne occupava gran parte. Su questo la donna era intenta ad impastare la farina di grano. Un buon odore di pane stuzzicava il palato.
                    Mi chiese se volevo un caffè ed, al mio rifiuto, si perse in varie scuse per dover ricevere in una casa di campagna e in una famiglia di contadini semplici uno come me che veniva dalla città. Le spiegai che anch’io ero nato e vissuto per diversi anni in un paesino sperduto tra i monti e che la mia era una famiglia di operai. Si rinfrancò e mi parlò di Sergio, il figlio,   che non aveva voluto, con gran dispiacere dei genitori, mettere a frutto i suoi studi ed era rimasto lassù a lavorare i campi e le viti, che sarebbe stato felicissimo di rivedermi, perché spesso aveva parlato di me, e che sarebbe rientrato soltanto a buio, ma lo avrei potuto trovare nei campi, salendo un poco la vigna a levante.
                    Decisi di andare, impaziente di incontrarlo. E seguii il sentiero incassato fra i poggi, i campicelli e le viti, pensando, durante il tragitto, che per Sergio quei luoghi erano familiari e doveva averli nel sangue. A me davano sì un senso di pace, ma sentivo che non mi appartenevano più.
                    Procedevo lento: l’emozione dell’incontro, più che la fatica, mi rendeva sempre più fragile e vulnerabile. Sostai un momento a rifiatare e a riordinare le idee, ma i pensieri tumultuosi si accavallavano. Avrebbe, lui, avuto piacere rivedermi e avrebbe rivisitato volentieri un passato così lontano? E poi: l’avrei riconosciuto? E soprattutto (a questo tenevo in modo particolare con un pizzico di vanità) mi avrebbe riconosciuto?
                    Invano il panorama sottostante, che andava sempre più allargandosi, mostrava di sé tutta la malia incomparabile che racchiudeva: ero troppo intento a rovistare nel groviglio che avevo in testa, a contenere la palpitazione che aumentava ed a puntare dinanzi lo sguardo se mai l’avessi visto spuntare.
                    Ripresi a muovere i passi ansiosi. Il vento caldo mi portò le note di un uccello che pigolava su un albero, ripetendo un piccolo ritornello semplice ed ingenuo. Più in basso si sgolava un gallo.
                    Fu repentino il nostro incontro: non appena superata la gobba del colle (avrò percorso ancora poche decine di metri), da dietro un filare verderame, come apparsa dal nulla, si levò una figura bassa e grassa, con un viso tondo e abbronzato, che indossava una vecchia giacca lisa, un cappello di paglia e degli stivali di gomma. L’uomo, scorgendomi, parve sorpreso ed imbarazzato. Si rassettò la giacca, tossì lievemente e mi sorrise, facendo quasi scomparire gli occhi nel suo faccione di burro.
                    “Buona sera” mi disse, levandosi il cappello e passandosi il dorso della mano sulla fronte. Aveva la testa completamente calva, sicché il sole vi faceva luccicare il sudore.
Mentre lo guardavo con attenzione, rifiutavo di pensare che quello fosse   il compagno di studi che andavo cercando, poiché nulla aveva del ragazzino esile dai riccioli castani che ricordavo.
                    Risposi al saluto e domandai: “Sergio Regalati?”.
                    “Sono io” rispose ancor più sorpreso e guardandomi con più studio ed interesse, mentre si faceva schermo con la mano agli occhi per via del sole che lo investiva.
                    Provai un tuffo prepotente al cuore e mi resi conto in un attimo della crudeltà e della spietatezza del tempo che ti dà l’illusione di non essere cambiato più di tanto, finché non ti fa capire brutalmente il contrario nel momento di un confronto.
                    Sergio si accorse della mia esitazione e del mio disagio, ma il suo grande viso morbido parve accendersi.
                    “Ma tu…,” balbettò confuso e contento “ma tu…, non dirmelo, tu non sei mica Mario…, Mario Salvetti?… Oh, vecchio mio, che gioia rivederti dopo una vita !… “.
                    E finì appena il discorso che fummo, tra le lacrime, l’uno nelle braccia dell’altro a stringere, quasi a farci male, in quell’abbraccio commosso, affettuoso, fraterno un mondo intero, il nostro mondo passato, lontano, un mondo amato e sofferto, un mondo che si concentrava in quegli attimi intensi ed in quelli riaffiorava tutto prepotentemente con le sue lusinghe, le sue promesse, i suoi inganni, le sue ferite, un mondo che, ora, si rifletteva, tenero e beffardo, sui segni indelebili e spietati degli anni sbriciolatisi, che ci avevano trasformato quasi a non farci riconoscere più…

 

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