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LETTERATURA: “Lo spaventapasseri” di Bruno Morchio – Garzanti

30 Novembre 2013

di Francesco Improta

Bruno Morchio, dopo aver raccontato nel suo penultimo romanzo, Il profumo delle bugie, la storia di una potente e facoltosa famiglia patriarcale, la famiglia D’Aste, lacerata da gelosie, cupidigie, rivalità e ipocrisie, con Lo spaventapasseri torna al personaggio più amato dai suoi sempre più numerosi ed entusiasti lettori, Bacci Pagano, il detective dei carruggi.

La storia ha inizio con una telefonata in cui Cesare Almansi, compagno di liceo e di lotte studentesche di Bacci Pagano, e ora affermato e integerrimo avvocato oltre che candidato al Senato della Repubblica, gli affida l’incarico di indagare su alcune   minacce di morte ricevute. Accettato l’incarico più per rovistare nella soffitta della memoria che per vera convinzione, Bacci comincia frequentare, sia pure a malin ­cuore, il comitato elettorale di Almansi dove conosce Lou, capoufficio stampa, una quarantenne di grande charme e sensibilità, il cui nome rimanda, per esplicita am ­missione della stessa, alla discepola di Nietzsche e amante di Rilke. Bacci non rimane indifferente al fascino della donna e il suo cuore, dopo un lungo, gelido inverno durato tre anni, riprende a “battere”. Purtroppo la donna che si porta dentro un trauma adolescenziale, l’uccisione della sorella maggiore, sembra non ricambiare gli slanci emotivi di Bacci e si limita a concederglisi, quando vuole e come vuole, lasciando sempre più turbato Bacci, che nella speranza di conquistarne l’anima e non solo il corpo decide d’indagare su quella morte violenta avvenuta venti anni prima. A ben guardare è un’altra opportunità per tornare indietro nel tempo…

Non proseguirò oltre nel raccontare la trama; renderei un pessimo servizio all’autore e ai lettori, se lo facessi. Anche se, vale la pena ricordarlo, non si tratta di un giallo classico ma di un noir mediterraneo e di conseguenza ciò che conta realmente non è la soluzione dell’enigma né il ristabilimento dell’ordine che il crimine ha incrinato bensì la possibilità di analizzare la realtà sociale, politica e culturale del nostro tempo e indurre il lettore, anche il più svogliato e indolente, a riflettere su ciò che ha letto, sulla realtà che lo circonda o quanto meno a porsi delle domande. Non ci dimen ­tichiamo, infatti, che la grande letteratura non deve, e probabilmente non può, dare delle risposte ma ha l’obbligo, comunque, di suscitare dubbi e interrogativi. Inoltre va osservato che mentre il finale del giallo classico è consolatorio, il finale di un noir non lo è affatto, a volte capita addirittura che non esista un finale o che non ci sia soluzione al romanzo; anche il protagonista non è un eroe nell’accezione che si at ­tribuisce comunemente a questo termine ma un antieroe, spesso un perdente come il protagonista dei romanzi di Bruno Morchio: Bacci Pagano. Ormai sessantenne disincantato, segnato dalla vita e deluso dalla scoperta di alcune vicende relative ai suoi genitori e risalenti alla lotta partigiana, a cui entrambi hanno partecipato in maniera attiva e determinante, da più di tre anni ha con le donne solo rapporti fugaci e saltuari che non coinvolgono la sfera dei sentimenti. Non meraviglia che sia facile preda del fascino di Lou, donna intelligente, ironica e apparentemente cinica, da cui finisce col farsi manipolare. L’incarico, affidatogli dal suo ex compagno di liceo, Cesare Almansi, diventa, come abbiamo accennato, un’occasione concreta per mette ­re ordine nel suo passato, avvalendosi di ricordi comuni e di una comune militanza politica. Questo desiderio di guardare indietro sembrerebbe dare l’abbrivio a una di quelle operazioni nostalgia, oggi tanto diffuse e apprezzate da chi, spaventato dalle nubi che si addensano sempre più minacciose sulle nostre teste, ha tirato i remi in barca o ha cambiato rotta, ma in realtà non è così. Per rendersene conto basti leggere l’esergo tratto da Chourmo. Il cuore di Marsiglia di Jan Claude Izzo che recita testualmente: “Interrogare il passato non serve a niente. È al futuro che bisogna fare le domande. Senza futuro il presente è solo disordine.” Enunciato che non solo verrà ripreso all’interno del romanzo ma verrà corroborato anche da una frase, citata da Lou, di Amin Maalouf, il quale nel romanzo I disorientati sostiene che della scom ­parsa del passato ci si consola facilmente. E dalla sparizione del futuro che non ci si riprende. Ciò lascia intendere che Morchio, a dispetto del degrado morale, culturale e politico della nostra società, e di quella occidentale in generale, sia più portato a guar ­dare avanti che non a voltarsi indietro. Lo spunto, infatti, per scrivere questo romanzo gli è venuto dal sostegno da lui dato in campagna elettorale all’attuale sindaco di Ge ­nova Marco Doria. Del resto, riprendendo il discorso sulla memoria mi corre l’ob ­bligo di sottolineare che i ricordi non ci restituiscono il passato e spesso finiscono col rubarci il futuro. La memoria non è consolatoria, come spesso si sente dire, e il più delle volte accentua la consapevolezza del franare del tempo e della nostra fragilità.

In Il profumo delle bugie, la storia è ambientata nel capoluogo ligure ma Genova fa solo da sfondo in quanto la vicenda rimane quasi sempre confinata all’interno della villa padronale della famiglia D’Aste, dove si celebrano i riti della ricca borghesia so ­prattutto nei salotti e intorno alla tavola da pranzo – viene in mente immediatamente Il fascino discreto della borghesia di Louis Buí±uel; nello Spaventapasseri, invece, Genova torna ad essere protagonista con i caffè, le trattorie, le birrerie, gli odori, le luci, i colori e soprattutto con quella umanità dolente che riempie i carruggi del centro storico.

Una Genova… chiusa, inospitale, provinciale, vecchia e rincantucciata in una delle infinite periferie del mondo. In vent’anni ha perduto duecentomila abitanti, quasi tutte le industrie, i fasti dell’aristocrazia mercantile e l’orgoglio di classe di un proletariato tra i più agguerriti d’Europa. Coltiva la sua altezzosa agonia come un vecchio demente che ha dimenticato la strada di casa. […] Eppure continua a essere approdo di esuli in fuga, asilo di destini segnati dalla miseria e dalla disperazione, terra che sprigiona bellezza e fascino e non si arrende alla rassegnazione.

Parole che pur nella loro cruda amarezza costituiscono una dichiarazione d’amore e un atto di fede in un prossimo riscatto della città; del resto se così non fosse Morchio non avrebbe appoggiato la candidatura di Doria e Bacci non avrebbe aiutato il vec ­chio compagno di studi e di lotta candidato al Senato. E insieme a Genova tornano gli oggetti-feticci di Bacci Pagano: la vespa, il maggiolone, la pipa e quelle abitudini con cui abbiamo familiarizzato nei precedenti romanzi: l’ascolto della musica sinfonica e di Mozart in particolare, un buon bicchiere di scotch invecchiato, per lo più delle Highlands come il Lagavulin, il piacere della tavola e l’amore per la poesia (vengono citati alcuni versi di Montale, tratti da Ossi di Seppia e più precisamente da Caffè a Rapallo).

Abile nel cogliere tutte le dinamiche psicologiche, Morchio si rivela anche un acuto sociologo nell’osservare una città e una popolazione in cerca di una perduta identità. Il suo sguardo, lucido e penetrante, si muove tra i carruggi del centro storico non sen ­za amarezza ma con tanto amore in cerca di quella verità che è l’unica forma di ca ­lore e di potere che rimane, come afferma lo stesso Bacci, e spesso quello sguardo si leva in alto a catturare e a bearsi di quegli scorci d’azzurro che il cielo di Genova talvolta ci regala. Ma se gli occhi di Bacci sono catturati e consolati da quei cieli tersi e smaltati i nostri occhi sono catturati dalla sua scrittura. Una scrittura densa, corposa, capace di cogliere tutte le sfumature cromatiche e musicali, dipanandosi come un gomitolo di parole che si srotola nei territori accidentati della psiche e nelle arterie di una città verminosa, sofferente ma pulsante di vita o risalendo insieme alle volute di fumo della sua pipa verso spazi più aperti e luminosi. Più che eloquente a tal pro ­posito il brano che segue:

              Fuori occhieggia il sole e sul mare il vento ha stirato le nuvole fino a sfilacciarle come strofinacci frusti. […] Voli di gabbiani in amore si inseguono sospinti dalla tramontana e tracciano nell’azzurro bizzarri scarabocchi. Lanciano grida stridule che rimbalzano sui muri del Palazzo del Vescovo e mi arrivano come richiami goffi e disperati.


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