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LETTERATURA: L’unica meta

22 Luglio 2008

di Gian Gabriele Benedetti


[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

“La Messa è finita: andate in pace”.
Don Angelo pronunciò queste ultime parole del sacro rito con un senso di sollievo. Era riuscito a portare a termine la terza ed ultima celebrazione di quella domenica di luglio, ma aveva dovuto dar fondo a tutte le sue energie che parevano volerlo abbandonare da un momento all’altro. Quella sensazione di malessere che gli mozzava il respiro e lo debilitava in tutto il corpo in modo da annullargli quasi completamente le forze si era ripetuta e, questa volta, in forma più accentuata e preoccupante. Gocce minute di sudore gli imperlavano la fronte solcata da rughe che sembravano più scavate del solito, mentre il viso esangue faceva risaltare i neri occhi profondamente affossati nell’orbita.
Il prete tentò di giustificare questa sua indisposizione fisica, che, secondo lui, era da attribuire di certo ai troppi impegni degli ultimi tempi, al caldo insopportabile di quel giorno infocato, alla massa dei fedeli che, numerosi come sempre, si accalcavano nella pur ampia navata e, soprattutto a quello stato di inquietudine, ficcatosi nel cuore e nella mente, che se mai l’aveva abbandonato, non gli procurava turbamento così incalzante come da un pezzo a questa parte.
“Eh, caro mio!” si diceva “Questo è il preludio della vecchiaia. E tu non ci volevi credere che prima o poi sarebbe arrivata. Così ora non sei più capace di arginare gli attacchi del tempo”.
Don Angelo non aveva ancora compiuto i sessant’anni, ma ormai li toccava con mano. Da più di un ventennio era parroco in quella borgata, dove si   raccoglievano un notevole numero di anime, che lo avevano visto impegnato con tutto se stesso nell’offrire loro la sua guida spirituale e per essere davvero il pastore in mezzo al suo gregge. E si era prodigato in ogni modo per sentirsi il più vicino possibile alla gente e soprattutto a chi la vita disseminava difficoltà ed amarezze sul suo cammino. Aveva sempre cercato non solo di interpretare lo spirito evangelico, ma particolarmente di attuarlo nella realtà di ciascun giorno. Appariva certamente un uomo che, con spiccato senso di umanità e con umile generosità, ma anche con l’indispensabile fermezza di chi ha la responsabilità di apostolato, costituiva un punto di sicuro riferimento per coloro che avevano a cuore un’esistenza ispirata ai principi cristiani e per coloro che le sorti della vita costringevano a dibattersi in certe contrarietà.
E Don Angelo per tutto questo era davvero benvoluto e seguito dai suoi parrocchiani, dei quali conosceva immancabilmente gioie e dolori e con i quali prendeva parte alle vicende quotidiane.
Il concretizzarsi felice della sua missione di sacerdote era per lui indubbiamente gratificante e stimolante. Tuttavia nel cantuccio più recondito del suo animo erravano ombre vestite di ricordi sparsi tra le arcate del tempo andato e scolorivano il suo procedere lungo i sentieri dei giorni.
E soprattutto quando la sera indossava il suo mantello dipinto di caligine, tra le memorie mai incrinate, si riversavano granelli insidiosi di dubbio che mostravano spine crude e cancellavano il sonno dagli occhi stanchi. Allora sangue di piombo scorreva nel suo cuore ferito e si tramutava in angoscia, che, nell’andare furtivo degli anni, riusciva a soffocare sempre più la sua resistenza ormai vana.
Quante volte, con lo sguardo nel buio e con lacrime di sofferenza, si era tormentato con la stessa domanda che premeva dentro ed attendeva una risposta mai trovata finora! Quante volte aveva cercato nel suo io straziato quella luce che finalmente lo avesse guidato sui prati di una agognata serenità. Ma la sua pietosa invocazione aveva la voce del silenzio ed il dubbio annidatosi nel profondo si faceva pietra restia allo scorrere impetuoso del fiume ricolmo della sua accesa ansietà.
Questo riversare tutto se stesso nella sua missione era vera e genuina disponibilità verso Dio ed il prossimo oppure la ricerca quasi disperata di un appiglio per tentare di cancellare un passato ficcatosi così di prepotenza nel labirinto della mente? Era il richiamo del Signore che aveva cercato di ascoltare e seguire oppure aveva assunto i voti sacerdotali solo per depennare quello squarcio di tempo ormai tanto remoto, ma che ancora toccava con mano trepida e lo perseguitava come un fantasma opprimente?
In tal modo vagava col pensiero lungo gli scogli irti del suo travagliato meditare e spesso mendicava, anche con l’accorata preghiera, un’ora di quiete che gli offrisse tregua in quelle ore cupe.
Ma la visione di allora scorreva inesorabile tra le pagine del presente ad alimentare la fiamma struggente che ardeva impietosa il suo tronco già inaridito.
Si ritrovava, così, al paese natio, lassù su quel colle abbracciato dal giro lento, carezzevole del sole, dove i prati ed i boschi parevano posti lì a far corona all’ammucchiarsi fragile e ridente di tetti rossastri, apparentemente scomposti, che sapevano, ornati di passeri sfaccendati, trattenere il respiro per non violare la trasparenza di un cielo levigato.
Si rivedeva fanciullo, vestito di candida gaiezza e di vezzosa spensieratezza, immerso nella gioia di mille e mille giochi, perduto nel volo di adorate fantasticherie che si radunavano e si scompigliavano come nubi leggere al loro vagabondare nell’azzurro, sempre pronto ad afferrare ed a godere quello stato di beatitudine e di sicurezza proprio di chi si sente protetto da una sana famiglia e non può ancora capire quale approdo possa avere la via del domani.
Si riscopriva giovane studente universitario, ammirato, quasi invidiato, perché uno dei pochi al paese a cui fosse concessa una tale possibilità. Ma i suoi avrebbero sopportato qualsiasi sacrificio, sarebbero stati disposti a qualsiasi rinuncia, pur di evitargli i lavori pesanti tipici del luogo: il loro ragazzo, con quel fisico gracile, delicato, da “signorino”, non avrebbe sopportato a lungo certe fatiche.
Gli appariva soprattutto lei, visione leggiadra, pura, indelebile; lei, l’eterea Dorina, quale fiore dolce ed aggraziato che gli aveva sconvolto di genuina passione le radici dell’animo e che egli, felice, aveva colto con mani rivestite di tenerezza.
No! Non poteva allontanare quell’immagine che pure gli procurava momenti di indicibile sofferenza. Aveva bisogno di lei per saziare quella parte di sé che ancora la invocava con struggente desiderio. Quando tentava di liberarsene, provava lo stesso dolore dell’albero che assiste impotente al distacco crudele delle ultime foglie nella triste stagione degli addii.
Ed allora si ritrovava racchiuso nell’intrico soave-amaro di roventi emozioni che lo trascinavano arrendevole verso quella riva spalancata, per un approdo sulle ceneri di uno sconsolato sgomento.
Riviveva ogni attimo, scolpito nella dura ardesia della memoria, come se il tempo avesse fermato il suo incessante battito. Le corse sui prati di giada della primavera, invaghiti di sole, mano nella mano, con i fiori e le erbe che si inchinavano cedevoli al passaggio in un abbraccio flessuoso e policromo, con le vesti rabbordate di polline, con gli occhi che imprigionavano la gioia di vivere, con i capelli scompigliati da refoli leggiadri in una danza vaporosa di spensieratezza. Poi… il bacio, il lungo delicato bacio che si confondeva col profumo stupito del poggio e faceva evaporare l’animo fino alle soglie del cielo.
Rammentava, come se gli anni avessero frenato il folle giro della loro ruota, le veglie d’inverno al cantuccio del fuoco, con i volti, dipinti dai tremuli bagliori della fiamma, che mostravano esili voli di lieti pensieri, mentre lo sguardo si intonava sulla trama di tenere sinfonie in momenti di acceso desiderio. Ed entrambi erano pronti a raccogliere il miele dall’arnia generosa dell’amore, per saziare la sete di vita nella felice fusione dei loro destini.
Ma ai mortali è negato accedere ai giardini dell’Eden. Così, del tutto inattesa, si levò un’alba senza luce che nascose i colori delle rose e li annegò nella palude insidiosa del dolore.
Dorina avvertì i primi allarmanti segni del male, che avrebbero falciato senza pietà alcuna le promesse di fragili germogli, al cadere della stagione matura, quando le rondini, ormai sazie di voli chiassosi, se ne vanno improvvise con l’ansia di sole e quando le foglie, divenute mute, nel lento volteggiare dell’addio, danno l’illusione di un delicato volo di petali colorati.
L’appressarsi frenetico dei medici al capezzale, l’alternarsi continuo delle medicine, le assidue pietose accorate preghiere, il pianto smarrito, l’abbeverarsi trepido ad una stilla di illusione, il bruciare della disperazione: tutto fu inutile. Non si mosse a compassione neppure il cielo per salvare quella che era già pianta senza linfa vitale sulla terra divenuta arida.
Lo scivolare lento inesorabile del tempo impregnò quei giorni disfatti dello spettro spietato della morte ed avvolse in una morsa di rovi laceranti l’anima ormai di sasso di chi vedeva svanire, impotente, il fiore profumato della vita.
Eppure lui, proprio lui sostava sempre lì al fianco di quel letto di pena, a combattere con impari lotta contro un destino avaro che travolgeva, come torrente tracimato, un sogno cullato nel breve spazio di una stagione e pronto a tramutarsi in un incubo angoscioso.
Doveva mostrarsi forte per nascondere lo strazio che gli squarciava il petto e doveva dar forza a lei che si ribellava con tutta se stessa all’abbraccio malefico di un tramonto abbrunato che non avrebbe restituito il sole del domani.
“Stammi vicino: ho tanta paura. Aiutami: non voglio morire!” supplicava lei che pareva aggrappata ad un esile arbusto sul ciglio del baratro, pronto ad inghiottirla. Le sue pupille, ormai smarrite e spente, non raccoglievano più come prima il sorriso del mondo, ma aspettavano parole che ovattassero il dolore e la disperazione, costruendo intorno ad essi almeno provvisori rifugi di inganno per la mente.
“No! Non permetterò mai che tu te ne vada e per di più senza di me. Io sono e sarò con te e ti proteggerò” la incoraggiava, lacrimando dentro, mentre le stringeva quella mano diafana che ogni giorno diveniva sempre più debole.
Dorina se ne andò, fiore reciso da falce crudele, ed arrivarono davvero le tenebre. Rimase il vuoto incredulo e disperato del campo mietuto, quando il passero va in cerca del chicco che non troverà più.
Giorni di sgomento e di pianto gelido seguirono a giorni striati dalla ruggine della solitudine ed infranti nella voragine di desolazione creatasi intorno.
In cerca di un briciolo di quiete per il suo tormento senza fine, vagò nel cuore di quello stagno di squallore, dove l’acqua in connubio col fango non dava trasparenze di luce, e dinanzi a lui vedeva aprirsi il nudo spazio in cui si immergevano e si smarrivano riflessioni appassite.
Avvolto nel cerchio d’ombre di un’incontenibile tristezza, il suo amore mai più avrebbe potuto vibrare per un altro essere umano. Aveva amato un angelo, ma gli angeli non appartengono alla terra ed il cielo invidioso si era ripreso la propria creatura.
Fu così che maturò convinta l’idea di dedicare il resto dei suoi giorni al servizio di Dio e dei fratelli.
                                       

———

Don Angelo, in quella domenica, in apprensione per la salute che dava segni di cedimento e col cuore racchiuso nel recinto di agri pensieri, rincasò più sollecito del solito in cerca di un angolo di riposo e di pace.
Lo accolse, invitante come di consueto, il profumo del pranzo preparato con mani sapienti dalla buona vecchia Rosa, fedele perpetua che per lunghi anni gli era rimasta devota al fianco e lo aveva accudito con mille attenzioni, finendo per considerarlo alla stessa stregua di un figlio.
“Gesù mio! Cosa le è successo?” chiese allarmata la donna non appena egli apparve sulla soglia dell’uscio col viso bianco simile ad un panno lavato.
“Non è niente, Rosa. State tranquilla. Probabilmente è colpa di questo caldo opprimente e di una certa stanchezza accumulatasi in giorni e giorni di impegni pressanti”.
“Eh, caro mio! Bisogna che lavori un po’ meno e pensi un po’ di più a se stesso. Ma ora venga qua: le preparo subito una buona tazza di brodo caldo che la rimetterà in sesto in quattro e quattr’otto”.
Il prete rifiutò il cibo e preferì distendersi sul letto.
Non appena socchiuse gli occhi nel tentativo di riposare le stanche membra e di afferrare almeno un frammento di quella distensione e di quella serenità alle quali anelava, le pagine del libro della vita consumata presero ancora a sfogliarsi penose dinanzi, presentandogli i consueti fantasmi di sofferenza. L’inquietudine che lo assaliva si faceva viepiù oppressiva.   Egli, trovandosi così disarmato, cercò di soffocare la sua pena nel morbido cuscino, ma tutto fu vano. Allora afferrò il residuo coraggio ed approdò ad una decisione più e più volte maturata e sempre allontanata.
Poco dopo la sua utilitaria lo conduceva faticosamente lungo gli erti tornanti adagiati sui fianchi del colle, sulla cui cima tondeggiante si ergeva ciò che era rimasto dell’antico paesello d’origine.
Intorno, sotto la sferza rovente del sole, la campagna, ad occhi socchiusi, si adagiava impallidita ed infiacchita, quasi invocando, come l’animo piagato del prete, qualche lacrima di pioggia a donare un benefico salutare refrigerio.
Il cielo sbiadito mostrava qualche rara pezza bianca, che somigliava a vaporoso batuffolo di cotone, disseminato lassù a detergere il sospiro degli angeli.
Il paese, stupito, sonnecchiava stancamente nella sua dura scorza rugosa, mostrando tra le vecchie pietre quelle cicatrici che erano segno evidente del suo inarrestabile tramonto.
In lontananza una lieve foschia lattiginosa a stento permetteva alle montagne, prive di colori, di disegnare le loro austere sagome.
Non un volo di rondine a tagliare l’immobilità dell’aria con un breve guizzo ed a rompere quella monotonia con un grido acerbo; non un essere umano a rivestire il paesaggio quasi nudo ed irreale. Solo qua e là si levava, ogni tanto, raro e ripetitivo, il lento frinire di cicale oziose.
Il cimitero, nascosto all’ombra del paese, era deserto. Racchiuso nell’abbraccio stretto di mura ferite dalla lima del tempo, era vegliato da solitari cipressi, ignari dello scorrere degli anni, che sembravano disposti in punta di piedi ad additare il silenzio ad uccelli ciarlieri ed invisibili. Le erbe dell’abbandono avevano rivestito di fitte e scomposte trame le misere tombe, sulle quali sostavano, precarie, povere croci di legno o di ferro.
Don Angelo, con trepidazione, rivolse là i suoi passi incerti, dove una lastra di marmo annerita si ergeva dalla nuda terra a rivangare nel suo io la pena mai sopita, a scavare più profondamente nella ferita del suo dolore mai spento.
Da una foto consunta, lei, l’amata, mai dimenticata Dorina, con un sorriso appena accennato, lieve come volo di farfalla, sorriso che cercava di serrare una felicità troppo in fretta strappata dalle dita socchiuse impregnate di morte, chiamava nuova passione ed acuiva voglia quasi rabbiosa di pianto.
Egli si inginocchiò su quell’angolo di terra, che racchiudeva tutto il tormento della sua esistenza. Si prese il volto tra le mani umide di sudore e versò segrete dure lacrime, che si confusero con accorati accenti di preghiera.
Quando il pianto abbandonò i suoi occhi stanchi, il sole aveva percorso già gran parte del sentiero celeste e si appressava, tra spume rosate, alla coppa del tramonto. Un venticello caldo appena percettibile costringeva le cime sottili dei cipressi ad incipriare con movenze delicate l’aria, ora non più dimentica del suo azzurro.
Leggere le rondini erano ricomparse a levare i loro palpiti nella volta tersa ed a ricadere in picchiate da brivido nel loro saluto al declino del giorno.
Don Angelo fu sorpreso nel provare una gioia novella, che appariva ormai obliata per sempre, e disperse lo sguardo rigenerato e meravigliato, emerso dalle radici dell’animo, alle cose intorno. Sentiva un’armonia dolce, che più non conosceva, intrecciare teneri respiri e dare mutato senso alla sua vita.
Quelle lacrime di sangue e quelle struggenti preghiere avevano disserrato le porte del suo cuore al volo librato verso una purificazione, che si era impigliata continuamente tra le spirali di una sfuocata illusione. Adesso sentiva davvero di aver raggiunto quell’approdo di quiete bramato a lungo per tutto il viaggio tormentato della sua esistenza.
Quel Dio, che egli non aveva mai pensato insensibile e tanto meno assente, gli aveva porto benefica la sua mano di consolazione e di conforto.
È vero che il volere divino, nel suo disegno imperscrutabile, aveva strappato dalle pieghe del suo destino di uomo l’ardente bisogno di felicità, appena sbocciata, lasciando alle sue pupille smorzate soltanto il pianto amaro della disperazione, e pareva averlo abbandonato nell’angolo più oscuro del dolore e della solitudine. Tuttavia ben presto aveva aperto i cancelli della nuova speranza sulla sua strada desolata, allontanandolo dagli aculei aridi dell’indifferenza e dell’inutilità.
Egli era divenuto in questo modo strumento della Provvidenza, come strumento della Provvidenza era risultata la sua Dorina. “Dio” ricordava a se stesso “permette talvolta il male e la sofferenza per ricavarne il bene”. E dalle ceneri della sua vita diroccata Dio seppe trarre benefici frutti, quei frutti che avrebbero lasciato un segno indelebile di fede e di carità. Non era stata sprecata la fonte generosa del suo amore, come non era stato dissipato il cammino, non più alla deriva, dei suoi giorni.
La sua anima, colta dall’ardente volo della passione terrena, si era protesa con pari calore e dedizione nell’amore nei confronti del suo Creatore. Ed anche se mai aveva potuto annullare dal suo io interiore l’immagine di sogno della donna adorata, ora egli aveva chiara coscienza che ciò non era riuscito a scalfire il diamantino slancio per il Signore ed il suo impegno costante nell’opera di apostolato.
Dio, poi, conosceva le debolezze degli uomini, e quell’infinita misericordia che si tinge di luce divina avrebbe compreso e sicuramente giustificato il fuoco genuino, puro, sincero che aveva continuato a bruciare le sue membra di uomo e avrebbe tenuto conto dell’ardua prova a cui lo aveva sottoposto.
 

—–

Così, rinato nello spirito, il prete si allontanò dal paese, mentre il sole, nell’adagiarsi mollemente nella baia del sonno, feriva con l’estremo chiarore rossastro le case ammucchiate, che si preparavano all’amplesso immutato di una notte tempestata di stelle ed alla carezza d’ambra di una luna spensierata.
Scendeva sollecito, assaporando la nuova pace annidatasi nel suo intimo, quando, improvviso, inaspettato, violento, un dolore lacerante gli ferì il petto, solcandolo come una lama arroventata e assetata di sangue. La vista si offuscò: fu subito buio dinanzi a lui.
Lo schianto sordo delle lamiere contro la roccia ed il tintinnio dei vetri infranti si diffusero lugubri intorno. Seguì un silenzio raggelante.
Solo più tardi, a fianco della grande curva, dopo la quale sarebbe sfumato alla vista il serrarsi compatto del paese, Don Angelo fu trovato riverso sul sedile della sua utilitaria sfasciata. Sul volto, graffiato qua e là da righe di sangue, indugiava un sorriso che aveva il sapore di antico incanto.
Nessuno seppe leggere e capire quella beatitudine che evaporava dal gemito della morte. Ma egli, da sempre atteso, ora vagava appagato lungo i prati del cielo al fianco di lei, mano nella mano, tra gli echi profondi di eterna dolcezza, con lo sguardo verso quella luce che aveva il profumo dell’unica meta a lungo sospirata.  
 


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1 commento

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: L'unica meta - Il blog degli studenti. — 22 Luglio 2008 @ 20:55

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Bart