Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: “Mario Pannunzio. Da Longanesi al “Mondo”, edito da Rubbettino e curato da Pier Franco Quaglieni

18 Ottobre 2010

di Alberto Marchi  

“Mario Pannunzio. Da Longanesi al “Mondo”, edito da Rubbettino e curato da Pier Franco Quaglieni, appare già ora destinato a rimanere uno dei pochissimi lavori prodotti dalla nostra pubblicistica per celebrare il centenario della nascita del grande giornalista lucchese (1910).

Rispetto all’altra opera uscita nel corso di quest’anno sulla figura del direttore del Mondo,   “Pannunzio” di Massimo Teodori, edito da Mondadori e che è una biografia a tutti gli effetti, il libro curato da Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio di Torino e autore anche della brevissima introduzione, si distingue per il fatto di essere costituito da una raccolta di brevi saggi, di vario taglio, alternati ad alcuni ricordi personali e aperti da un rapido scritto di Pierluigi Battista, in cui si sottolinea, a mo’ di ulteriore e polemico cappello introduttivo, come la lezione de “Il Mondo” sia “stata edulcorata e immersa nel nostalgismo melenso ed ecumenico” dei giorni nostri. I restanti contributi sono di Marcello Staglieno, Carla Sodini, Girolamo Cotroneo, Guglielmo Gallino, Mirella Serri, Angiolo Bandinelli, Pier Franco Quaglieni e Mario Soldati e tutti in verità sembrano     sfuggire al vizio denunciato da Battista, approfondendo piuttosto ognuno per proprio conto legami culturali, amizie, esperienze giornalistiche e vicende umane di Pannunzio. E questo vale anche il gustoso testo di Mario Soldati, che è la trascrizione di un discorso che egli tenne al Centro Pannunzio nel 1988, in occasione del ventennale della morte del grande giornalista.

Anche se mole abbastanza ridotta (156 pagine, compreso l’apparato delle illustrazioni, posto in calce al volume), questa raccolta ci sembra aver sostanzialmente centrato l’obiettivo dichiarato nella nota introduttiva di Quaglieni, il far conoscere ovvero “alcuni aspetti della figura di Mario Pannunzio finora abbastanza trascurati” e segnatamente momenti quali il magistero di Longanesi, la stretta amicizia con Benedetti, il rapporto maestro-allievo con Benedetto Croce, il saggio su Toqueville, la direzione del quotidiano “Risorgimento liberale” e le esperienze del Partito Liberale e di quello Radicale.

Di indubbio interesse è così, seguendo l’ordine di pubblicazione, il saggio di Marcello Staglieno, “Pannunzio e l’elegante e vizioso qualumquismo di Longanesi”, nel quale si mette bene in luce l’importanza che la figura di Longanesi ebbe nella formazione professionale di Pannunzio. In particolare l’apprendistato avuto a Omnibus, il primo rotocalco italiano, cui collaborarono molti dei migliori e più famosi intellettuali del tempo, fu fondamentale nell’indirizzare Pannunzio verso il giornalismo, lui che già si era distinto negli ambienti culturali come fine letterato e critico cinematografico, oltre che come promettente pittore. Rispetto a quelle che si potrebbero ritenere le intenzioni “programmatiche” cui il saggio di Staglieno doveva assolvere (far risaltare appunto il ruolo nient’affatto trascurabile del magistero longanesiano sul giovane Pannunzio) si registra semmai uno sbilanciamento a favore di Longanesi, in quanto le simpatie di Staglieno sembrano essere rivolte principalmente nei confronti di quest’ultimo. Anche se, opportunamente, viene rimarcato come “Tutti gli aspetti del fascismo ancora ritenuti positivi da Longanesi, al liberale Pannunzio, ammiratore di Piero Gobetti e di Tocqueville, non potevano che rimanere estranei”.

Continuando nella scaletta della pubblicazione, incontriamo lo scritto del filosofo Girolamo Cotroneo, che si è soffermato su “Mario Pannunzio e le “passioni” di Toqueville”.Cotroneo risponde negativamente ad una delle questioni più attraenti rispetto all’unico saggio che Pannunzio venne componendo in vita: se il ritratto che egli compose di Toqueville non fosse cioè da considerarsi anche il suo proprio. Ma che fosse o meno questa l’intenzione pannunziana nel suo famoso studio, rimane che, come Tocqueville, Pannunzio di “passioni ne aveva tante: e con Tocqueville condivideva la principale, quella per la “libertà” che per l’autore della Dèmocratie en Amérique valeva “quanto la vita, poiché è la vita stessa”; e quando si perde “tutto è perduto”. Nel suo dotto saggio, Cotroneo pone in rilievo inoltre quanta affinità vi sia tra i due e il legame profondo tra il pensiero del grande autore francese e l’interesse di Pannunzio verso la democrazia: come per Tocqueville, erano le sue passioni a dirigere l’analisi pannunziana della situazione politica del suo tempo e a considerarne le caratteristiche, oltre che politiche, etiche della democrazia stessa.

La comune fede nella libertà è anche il motivo fondamentale dell’incontro tra Pannunzio e Benedetto Croce, cui è dedicato lo scritto di Guglielmo Gallino, anch’egli filosofo, e che completa in certo senso il contributo di Cotroneo. La concezione alta del giornalismo incarnata da Pannunzio trova un Croce attento ad incidere “in profondità, seguendo l’intima relazione tra gli eventi ed i correlativi principi storico-speculativi, sull’agone sociale e politico”. Seguendo per cenni le tappe essenziali della diversa concezione del ruolo della politica maturata da Croce a partire per lo meno dal saggio Liberalismo del 1925, Gallino si richiama ad alcuni dei più famosi articoli che il grande filosofo scrisse per Il Mondo, tra cui quello sul 1984 di Orwell, la cui importanza andava oltre i limiti ristretti di una semplice recensione. Più in generale, l’intento di Croce negli scritti redatti per Il Mondo, rileva Gallino, fu di “includere la critica del proprio tempo in un quadro storico-speculativo generale”. E in definitiva Pannunzio è stato uno straordinario interprete della lezione crociana della libertà, anche dopo ovviamente la morte del nostro grande filosofo.

Nel suo saggio “Pannunzio e Arrigo Benedetti”, la storica Carla Sodini ricostruisce i rapporti tra i due coetanei e concittadini, contraddistinti non solo da un’amicizia durata tutta una vita, ma anche da quelle che Benedetti stesso, in uno scritto di commiato alla morte di Mario, definì come “comunioni recondite”. Il pregio dello scritto della Sodini, ottimamente documentato e ricco di notizie, è anche quello di riuscire a tracciare in sole venti pagine un profilo biografico di entrambi questi straordinari lucchesi. Benedetti e Pannunzio del resto ebbero modo di lavorare insieme ad importanti testate quali Omnibus (1937-1939) e Oggi (1939-1942), sia come collaboratori che quali direttori responsabili. Dal 1943 le loro strade professionali si erano separate, ma non del tutto, perché negli intervalli tra la fine e l’inizio delle varie importantissime esperienze cui dettero vita nel dopo guerra (L’Europeo e L’Espresso Benedetti, Il Mondo Pannunzio) ebbero modo di darsi reciprocamente una mano, aiutandosi ed offrendosi collaborazioni e incarichi.

Un utile richiamo ad una sezione molto importante della vita di Pannunzio è il breve scritto di Mirella Serri, intitolato “Il Risorgimento liberale”, che rimanda al suo noto lavoro “I profeti disarmati. 1945-1948, la guerra fra le due sinistre” (Corbaccio, 2008): la Serri si interroga su una questione cui in parte risponde con il titolo del volume accennato. Come mai il ricordo di quel glorioso quotidiano, “culla del terzismo, di tanti principi della sinistra liberale, e la memoria della “guerra guerreggiata” che si è accompagnata al successo delle leadership culturale comunista”, sono stati depennati dalla foga dei vincitori e non hanno trovato accoglienza nella memoria storica?”. Perché appunto si trattava di una pagina di storia scritta da “profeti disarmati”, destinati a rimanere schiacciati nel confronto con il Golia costituito dal Partico comunista. I sessant’anni e più di vita che sono trascorsi ci consentono ìora di considerare nella giusta luce quel tragico periodo carico però anche di grandi speranza e soprattutto ci consentono di fare una constatazione: che gli uomini che dettero vita al Risorgimento liberale erano dalla parte giusta e non a caso ora ci appaiono come figure eminenti, tanto da doverle a volte calorosamente rimpiangerle.

Chiude il cerchio dei contributi più corposi, per numero di pagine, quello di Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio di Torino e che si sofferma su “Il Mondo”. Per Quaglieni è un’ulteriore occasione, oltre che per rivendicare l’importanza di questo settimanale nella storia del giornalismo e della cultura italiana, anche per “regolare” alcuni conticini in sospeso, in modo particolare circa la questione, a dire il vero ormai alquanto stucchevole, degli eredi di Pannunzio. Senza voler ridurre il saggio di Quaglieni a quest’ultimo aspetto, visto che egli passa in rassegna tutti i grandi nomi che collaborarono al Mondo fornendogli prestigio e autorevolezza, da Croce a Salvemini, da Rossi a De Caprariis, fino agli stessi Sturzo e Jemolo, vogliamo però citare le parole dedicate a Scalfari: “Solo nel 2010 – egli scrive – Eugenio Scalfari, che ha sempre teso a vedere in Pannunzio una cultura “liberal”, ha evidenziato come lui fosse “in linea con il liberalismo europeo” ereditato dall’Ottocento” e con il Conte di Cavour e poi con la Destra Storica, con Marco Minghetti e Silvio Spaventa”. Opportunamente Quaglieni rileva che il liberalismo di Pannunzio non può essere circoscritto entro rigidi schemi ideologici, perché esso seppe contaminarsi con altri filoni politici e culturali e tuttavia l’occasione è propizia per sottolineare come, nonostante quanto oggi affermi Scalfari e nonostante che egli sia stato un giovanissimo e talentuoso collaboratore di Pannunzio, egli in tutta la sua vicenda professionale successiva, in particolar modo con Repubblica, abbia preso strade assai diverse da quelle tracciate dai suoi grandi maestri liberali (non solo Pannunzio ma anche Arrigo Benedetti). Quanto al tema dell’eredità, forse sarebbe opportuno prendere atto che essere eredi di qualcuno non significa esserne perfettamente identici oppure esserne all’altezza. Erede di Pannunzio, in questo senso, è chiunque ne continui in qualche modo le battaglie ideali. Tra i quali, e veniamo così al contributo di Angiolo Bandinelli, giovane collaboratore del Mondo e scrittore e uomo politico, ci sono i Radicali e Marco Pannella. Bandinelli è stato ed è tutt’ora anche un dirigente del Partito Radicale e ricorda che egli ad un certo punto si trovò a scegliere tra il continuare a scrivere per Il Mondo e l’impegno politico diretto. Scelse quest’ultima strada, ma ciò non gli impedì certo di provare un profondo dolore al momento della chiusura del grande settimanale pannunziano, nel 1966: una perdita secca per il Paese, anche di quella parte di classe dirigente che non lo aveva particolarmente amato, proprio per le sue atipiche virtù civiche nell’Italia che non a caso era stata ribattezzata “L’Italia alle vongole”.

Prima dell’apparato delle illustrazioni chiude come detto questo bel volume il discorso che Mario Soldati tenne a Torino nel 1988 per ricordare i venti anni dalla morte di Pannunzio. Pur sottolineandone la sua diversità rispetto a Pannunzio, che era stato “divorato dalla passione civile”, lui giovane letterato e critico cinematografico, Soldati concedeva volentieri, sulla scorta di Montanelli, che “Il Mondo” era stata un’orchestra di solisti, che Pannunzio era riuscito a far suonare in modo armonioso, consentendo a ciascuno di essere sé stesso.

.


Letto 3023 volte.


2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Mario Pannunzio. Da Longanesi … — 18 Ottobre 2010 @ 08:56

    […] Link articolo originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Mario Pannunzio. Da Longanesi … […]

  2. Pingback by German Fighter Aircraft of Ww2 1939-1942 [DVD] [Region 1] [US Import] [NTSC] | theukphile — 18 Ottobre 2010 @ 13:53

    […] Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Mario Pannunzio. Da Longanesi … […]

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart