di Bartolomeo Di Monaco
In un tempo ormai lontano ebbi una corrispondenza via e-mail con Mattia Signorini, poi ci siamo persi di vista. Lessi i suoi primi libri e li recensii inserendoli nella mia raccolta di saggi pubblicata in sei volumi dall’editore Marco Valerio di Torino. Non avevo letto questo romanzo uscito da Salani nel 2009. Ne sono rimasto incantato. E’ una specie di favola dolceamara in cui si avvertono echi di altre storie letterarie (Il gabbiano Jonathan, L’Isola del tesoro, alcuni romanzi di Dickens, Verne, perfino di Palazzeschi) e che trasportano il lettore in un mondo in cui la realtà, anche quando vuole essere tale, è sempre trasfigurata. Si ha la sensazione di avere varcato certi confini che ci tengono, consapevoli o meno, prigionieri. In realtà, Grenn Talbot non è uno come noi, i suoi viaggi non hanno niente dell’umano, appartengono ad un essere che è espressione speciale dell’universo. Una voce diretta. Anche quando si innamora, il suo è un amore speciale, non proclamato, ma inserito nelle preziosità della creazione.
Non è un caso che gli animali parlino, e parlino a lui. Non è un caso che i compagni che incontra portino con sé un po’ delle oscurità e dei misteri che accompagnano ogni cosa, sia persona, sia animale, sia pianta, sia oggetto inanimato, che cade sotto i nostri occhi.
Signorini sfida quell’impossibile che tiene incatenata la natura umana e come con una bacchetta magica la scioglie da ogni laccio per innalzare un inno non tanto alla vita, ma alla intera creazione.