di Felice Muolo
Era pomeriggio presto quando, fuori città, iniziai a fare l’autostop e contemporaneamente mi nutrivo di arance comprate per strada. Passò un’ora, prima che due giovani mi prendessero su una macchina sgangherata, a cui finivano di tirare il collo. Non erano diretti da nessuna parte di preciso. Intercettavano macchine guidate da ragazze, le sorpassavano, si piazzavano davanti e rallentavano. Quando una lunga coda di macchine strombazzanti si formava alle nostre spalle, si spostavano a destra per lasciarla passare. Fui scaricato presto perché non applaudivo alle prodezze.
Mi raccolse una grossa Fiat. Servivo da zavorra, come altri due autostoppisti che trasportava. Aveva il motore maggiorato di potenza e il suo guidatore affrontava le curve a forte velocità. Sembrava partecipasse a un rallye. Sbandammo e non ci capottammo per un pelo. Per farsi perdonare, il pilota fermò presso un bar e offrì da bere. Nessuno dei passeggeri risalì in macchina.
Mi trovavo a Troyes. Consultai la guida degli Ostelli per i giovani, ne trovai uno in loco e ci passai la notte. L’indomani dormii a Zurigo, giunto facendo l’autostop. Sfruttando il sistema, il giorno dopo ero al Campo di lavoro nel Cantone Uri.
Spesso sferzati dal vento e dalla pioggia, con i nuovi colleghi rinforzavo gli argini di un fiume che scorreva in una gola, con recipienti di metallo a rete che riempivamo di pietre. Esaurita la giornata lavorativa, ci coricavamo in una stalla. Dormivamo nei sacchi a pelo mentre topi durante la notte ci sfrecciavano addosso.
Il sabato pomeriggio andavamo a lavarci nell’albergo di un paese vicino. Attendevamo al bar e uno alla volta salivamo al piano superiore dove avevamo una vasca da bagno disposizione. Si faceva sera, arrivava gente che prendeva a ballare al suono di un’orchestrina e noi partecipavamo anche.
Una voce dentro di me mi rimproverava continuamente per come mi ero comportato a Brest. Dovevo soffocarla o mi avrebbe perseguitato all’infinito. Finito il Campo di lavoro, mi dovevo recare in un altro che si svolgeva nel luogo dove l’anno prima avevo incontrato Nathalie.
Cambiai programma. Con Gale, una collega olandese, facendo l’autostop, approdai la sera di due giorni dopo all’Ostello per i giovani di Saint-Ouen, a Parigi. Non c’era posto per dormire. Nell’attesa di disdette, vi cenammo. Due cuccette saltarono fuori a tarda ora.
L’indomani mattina sedevo davanti all’Ostello. La voce dentro di me era sparita, l’intenzione di incontrare Fabienne non l’avvertivo più. Se le fossi comparso davanti, avrei di nuovo atteso che mi buttasse le braccia al collo, o avrei dovuto abbracciarla prima io? Con quale risultato?, mi chiedevo. Eppure ero a Parigi per lei. La mia coscienza, i miei scrupoli, dove si erano cacciati?
A testa bassa nel sole, avevo le mani giunte strette nella ginocchia accostate.
“Aspettavi me?” una voce mi giunse dalle spalle.