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LETTERATURA: New Wave

20 Dicembre 2008

di Matteo Ongari

Finalmente ti ho trovato, caro vecchio Lippa.
Anche se, dalla tua posizione, tutto ciò non sembra corretto. Dal tuo loculo, in questo alveare di forni progettato da un’ape ubriaca, il camposanto nemmeno si vede tutto.
Ti ho scovato per caso, curiosando tra le tombe.
E tu non chiamarmi, vero? Ho guardato la tua effigie sbiadita e ho riconosciuto quel pazzo professore di economia del biennio.
Solo dopo ho letto i tuoi dati. Marzio Vincenzi, nato il 13/09/1958, morto il 21/11/1989. Trentun anni. Nessun epitaffio, nessuna scritta poetica, nulla.
Una spoglia e liscia lapide, come te, di granito marrone.
Mi è venuto un colpo, anche se sapevo che non ce l’avevi fatta.
Cosa pensavi, che nessuno di noi sapesse?
Le voci giravano a Ragioneria.
Dicevano: “quel ragazzo si droga, va giù pesante” e poi ancora: “ma è uno scandalo, un professore che si buca!” ma anche: “al Lippa piacciono le pere …”.
Béh, devo ammettere che anche se me l’aspettavo, ci sono rimasto male.
Per quanto tempo ti ho immaginato, disperato, negli istanti che ti portavano all’estasi.
Ti ho visto, anche se non materialmente, il laccio al gomito, in crisi, la siringa tra le dita tremanti e la morte liquida nel vetro.
La tua droga, la tua carnefice. Libertà chimica.
Ti ricorderò sempre sulla cinquecento celestina. Entravi dal cancello a passo d’uomo, lo sguardo serio; schivavi i ragazzi che pascolavano all’ingresso e andavi in fondo al viale, vicino al campo, a parcheggiare sotto i tigli.
Tu, così infatuato della musica da tralasciare le lezioni per inculcarci il mito della New Wave, nemmeno tenevi il mangianastri in macchina. “Troppo piccola”, dicevi, “e se poi me la rubano, la radio?” Magari avevi paura dei tuoi simili, disperati alla ricerca di una dose.
Ci portavi tutti in sala proiezioni, quando ti girava. Prendevi il tuo borsone, quello grosso di cuoio che portavi tracolla, come un hippie, e ne estraevi di tutto. Cassette stereo, videocassette musicali e addirittura qualche vinile.
Sedevamo in cerchio e stavamo ad ascoltare i tuoi preamboli. Poi accendevi l’impianto, basso per non disturbare le altre classi, e ci inondavi di emozioni.
Quella era la tua vita, non certo l’insegnamento. Tu, Lippa, dovevi fare il musicista.
Anzi, tu lo eri, almeno dentro.Scommetto che il tuo sogno era suonare in un gruppo. Invece ti ritrovavi in classe, davanti a trenta adolescenti distratti e rumorosi, a parlare di catenarie, interessi, ratei di mutuo.
Tu non eri tagliato per le convenzioni.
Diciamolo pure, Lippa, eri fuori moda anche negli anni ottanta.
Ho la tua immagine stampata in testa: seduto sulla lavagna, mentre ci spieghi un concetto difficile, libro in mano, l’altra sugli enormi occhiali rettangolari, il ciuffo castano che ti disegna un’onda sulla fronte, uno sbiadito dolcevita rosso, il gilet a scacchi, i jeans e quei mocassini sdruciti.
Sei morto mentre facevo la naja. Mi hai cresciuto a pane e musica, e questo te lo devo.
Te ne sei andato quando io, invece, entravo in quel circolo che poteva diventare vizioso.
Alcool, fumo e droga. Per fortuna mi sono fermato in tempo. Ma tu, che ti eri addirittura laureato, non uno sprovveduto qualsiasi, perché non hai cercato un’alternativa.
Mi hai inoculato, come veleno, la passione per un certo tipo di sonorità, per quei gruppi che adoravi, per quelle note di basso, chitarra e sintetizzatore ormai superate.
Parlavi ore intere della New Wave, degli artisti che con la musica cambiavano il modo di vedere di intere generazioni: Talking Heads, PIL, Joi Division, REM.
E come t’infervoravi quando raccontavi delle origini di quel movimento, che non era soltanto musicale, ma bensì globale, artistico. Scintillavano i tuoi occhi, ti accendevi e il tuo volto, pallido, prendeva colore. La scintilla ti scuoteva dalla normale apatia.
“Il movimento New Wave nasce dalla musica punk, nei primi anni ’80” di solito cominciavi. E poi snocciolavi altri dati “questo è un genere alternativo, ragazzi, underground. Gruppi come The Cure, Smiths, e personaggi del calibro di Brian Eno hanno fatto la storia.”
Ci credevi davvero, e si sentiva.
Ora però tutto è finito, non lo puoi negare. E a cosa è valso tutto il tuo entusiasmo, se poi ti sei infranto sui bastioni dell’eroina?
Di questo non te ne faccio una colpa e non dirmi che ti manco di rispetto: l’hai urlato il primo giorno di lezione, che i conformismi ti facevano schifo.
Volevi sbriciolare la prassi, le classi sociali e le differenze economiche. Eri socialista, a tuo modo. E per questo gli altri professori ti guardavano in cagnesco. Magari qualcuno te l’ha anche detto. Mi diverte l’idea del preside, persona integerrima, che ti convoca in ufficio: “Sig. Vincenzi, mantenga un comportamento consono alla sua carica. Si faccia rispettare dagli alunni e pratichi con austerità.”
Magari il tuo incontro con noi, alunni del 84, non ti avrà portato alcun beneficio. Sappi che a noi, cervelli spugnosi, le tue idee e le tue smanie hanno squarciato un orizzonte.
Ancora adesso mi stupisco di quanto abbia creduto agli ideali, crescendo. E il merito è tuo. Adesso ti ritrovo, Lippa, nello stesso cimitero dov’è sepolto anche Pino, un altro nostro insegnante che ci ha dato moltissimo sotto altri aspetti.
Malato, non poteva sopportarsi vecchio e bisognoso. Si è ucciso perché dava troppo peso all’esistenza, mentre tu, per contro, hai gettato la vita senza calcolarne il valore.


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4 Comments

  1. Pingback by Musica maestro : Oltre l’Argine — 20 Dicembre 2008 @ 11:04

    […] tratta di New Wave, una stora vera e dura ambientata tra scuola, droga, adolescenza e […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 20 Dicembre 2008 @ 22:53

    In un giro di echi, che rimbalzano nella riflessione dell’io narrante, affiora una storia che ben si identifica nella realtà attuale. È uno spaccato di vissuto, che, attraverso una prosa agile, “disinvolta”, moderna e, direi, “giovanile”, fa riemergere il fantasma del vivere, che si apre all’auspicio, alla distrazione, al sogno, alla libera manifestazione, ma anche a prospettive di perdizione e di rovina. Si inserisce così l’agguato di ciò che è stato e di ciò che poteva essere.
    Non si avverte risentimento nei confronti dell’insegnante che, pur nel volo della musica New Wave, ha voluto bruciare la sua vita, affidandola ad un dio fasullo e ingannatore. C’è soltanto una specie di “pietas” per colui che, nonostante la sua personale distruzione ed il rischio di coinvolgere altri nel suo stesso baratro, è riuscito a trasmette anche una ventata di entusiasmo, di apertura, di anticonformismo.
    In fondo è l’io narrante che, nel miracolo del risveglio e della consapevolezza, è portatore di una incisiva proposta etica, anche se ben sa dell’affanno esistenziale
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by matteo — 22 Dicembre 2008 @ 16:48

    Gian Gabriele, ogni volta mi stupisci. Ma le tue analisi vanno oltre ai sentimenti che mi hanno spinto a questa storia assolutamente autobiografica. E hai ragione, non c’è acredine e nemmeno tentativo di smitizzare gli eccessi portati dalla corrente musicale, attecchiti nel mio professore. Ma solo la stima per quella passione che è riuscito a trasmettere, anche se nella sua materia (economia) questa carica contagiosa non era presente.
    Grazie e buone feste

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 22 Dicembre 2008 @ 18:30

    Auguri infiniti anche a te, Matteo. La gioia del Natale accompagni i nostri giorni e l’Anno Nuovo conceda ogni più auspicato bene
    Gian Gabriele

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