Nico Orengo: “Islabonita”, Einaudi

di Francesco Improta

Versione più articolata e approfondita della recensione scritta a caldo e pubblicata sul sito il 10 Aprile.

 

Dopo il viaggio a San Pietroburgo, dove, come risulta da Hotel Angleterre, il suo precedente romanzo, si era caricato di memorie storiche, letterarie e familiari, Nico Orengo torna all’amato Ponente Ligure con questo romanzo intri ­gante, avvincente e accattivante, permeato di un’ironia lieve ed amara al tempo stesso. Il titolo, Islabonita, non solo rimanda alla protagonista della vicenda, Fatima, di cui è il soprannome o meglio il leggiadro epiteto, attribuitole dal suo amante Michel, ma anche a uno dei paesi più suggestivi della Val Nervia, particolarmente caro a Nico che negli ulti ­mi due anni vi ha ideato e organizzato, con la collabo ­razione di alcuni amici, originali performances artistiche e letterarie: il ritrovamento di un enorme serpente fluviale, opera dello scultore Giovanni Tamburelli, e per certi versi antesignano e precursore dell’anguilla di cui si parla nel romanzo e il disvelamento dell’ontano, sulla riva del Mer ­danzo, su cui Calvino immagina che Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante, arrampicatosi sugli alberi per disobbedienza e per protesta, faccia i suoi bisogni. Né va dimenticato che Islabonita è anche il titolo della canzone che fa da colonna sonora alla vicenda e che Ricò, un altro dei tanti personaggi del romanzo, fa suonare continuamente sul suo grammofono senza però lasciarla mai finire. Questa canzone, da non confondere con quella omonima di Ma ­donna, è stata scritta dallo stesso autore e con la sua lan ­guida sensualità da un lato ci richiama alla mente le canzoni che le protagoniste dei noir americani anni 40 cantavano nei night-club, penso in particolare ad Amado mio cantata e ballata dalla bel ­lissima Rita Hayworth  nel film di Charles Vidor, Gilda, e dall’altro comprende e racchiude alcuni mo ­tivi che ritroveremo nel romanzo stesso: il sogno verticale, coltivato da Michel e la labilità della vita che, come granelli di sabbia, ci sfugge tra le dita.
La vicenda si svolge prevalentemente se non esclusivamen ­te nell’estremo Ponente ligure e più in particolare tra San ­remo e Villefranche, in un periodo piuttosto delicato della nostra storia nazionale, a metà degli anni venti, quando si stava concretizzando e consolidando il passaggio dalla democrazia al regime fascista. Anche in campo interna ­zionale gli equilibri erano piuttosto fragili e instabili: lo smantellamento dell’impero ottomano, dopo la prima guer ­ra mondiale, aveva catalizzato l’attenzione e l’interesse delle grandi potenze europee sui Balcani e il Medio Orien ­te; in Turchia Kemal Ataturk stava costruendo, non senza incontrare opposizioni e resistenze, una giovane repubblica di tipo occidentale e Maometto VI, imperatore dal 1918 al 1922, era stato costretto a lasciare Istanbul su una nave inglese e ad andare in esilio prima a Malta e poi a Sanremo, dove soggiornò in un primo tempo a Villa Nobel e suc ­cessivamente a Villa Magnolie, destinata a diventare  la futura sede del Liceo di Sanremo. La cittadina ligure, in quel periodo, anche grazie alla presenza, nella vicina Bordi ­ghera, della Regina Margherita, di alcune potenti logge Massoniche, dei consueti intrallazzi politici e di traffici illegali, legati alla gestione del Casinò e al contrabbando di valuta pregiata, oltre ai consueti flussi di turismo inter ­nazionale, la cittadina di Sanremo, dicevamo, diventa un centro di primaria importanza, che richiama spie, cospi ­ratori, faccendieri, donne maliarde, avventurieri e agenti dei servizi segreti. Una giovane donna di nome Fatima, che viveva alle dipendenze di Maometto VI, quando il di lui medico personale viene trovato morto, fugge probabilmente perché ha visto o sentito qualcosa di compromettente, e si rifugia in un paesino dell’entroterra, Isolabona appunto, che è un ossimoro vivente, in quanto, come dice Nico, è un paese rosso e anarchico che crede, però, nella Madonna e nel silenzio; qui cambia il proprio nome in Ines ed esercita, almeno all’inizio, il mestiere di pettinatrice.
Ci fermiamo qui nel riassumere la trama per non togliere ai lettori il piacere della lettura e della scoperta svelando i frequenti colpi di scena e il finale tanto movimentato quan ­to inaspettato.
Da quanto abbiamo succintamente esposto sembrerebbe che  il romanzo di Nico sia una spy-story, alla Ambler per inten ­derci, o un noir, ma un noir sui generis che da un lato strizza l’occhio alla narrativa e ancor più al cinema ame ­ricano degli anni ’40, e dall’altro riprende motivi e stilemi della sua prima produzione narrativa, più fantastica e av ­venturosa, penso per la presenza di un’anguilla antro ­pomorfica, dalle molteplici implicazioni e valenze simbo ­liche, a Dogana d’amore, uno dei primi grandi successi di Nico.
Ciò non toglie che nel romanzo ci siano tutti o quasi gli ingredienti del cinema nero: la pioggia, i bar o le taverne equivoche, le sale da gioco, le automobili dalle cromature smaglianti, in cui ci si può specchiare, anche se le immagini riflesse sono deformate in quanto le cromature offrono una specie di grandangolo alla macchina da presa, le prospettive distorte, le masse degli edifici che sembrano convergere e incombere fino a creare un’atmosfera se non da incubo quanto meno inquietante. Penso a Pigna che si presenta come un’imponente massa scura nella parte conclusiva del romanzo quando Michel, marinaio “dalla vita scorticata e randagia“, di memoria Wellesiana (mi vengono in mente due film La signora di Shangai e soprattutto Una storia immortale) e Fatima, che per la sua capacità di prevedere il futuro ricorda per certi versi la Marlene Dietrich di L’infernale Quinlan sempre di Orson Welles, risalgono il fiume Nervia per sottrarsi a una squadra di fascisti che li braccano, quasi fossero pericolosi criminali o cinghiali sel ­vatici e nocivi. A tal proposito mi sembra doveroso ricor ­dare che la pagina in cui si descrive la caccia o meglio la mattanza dei cinghiali che prelude ad altre peggiori vio ­lenze, quelle esercitate appunto dalle squadracce fasciste, è tra le cose più belle del romanzo.
Né poteva mancare, come in tutti i noir che si rispettino, la dark lady o femme fatale, maliarda e traditrice, capace di affascinare e di ingannare.
Anche qui, come nella stragrande maggioranza dei film noir, Pantera, la femme fatale, inguainata in un abito così stretto e attillato che poco o nulla lascia all’immaginazione, entra ancheggiando nelle vite deboli e per lo più innocenti dei poveri maschi, chiedendo del fuoco ma in realtà cer ­cando di succhiarne la anima. Attorno a lei atmosfere lan ­guide, sensuali, se non addirittura depravate, portate alle estreme conseguenze, in cui i valori morali e intellettuali sono decisamente sfumati e ambigui. La realtà si presenta sotto un aspetto illusorio “Nessuno è ciò che sembra” si legge a un certo punto, e l’umanità che si aggira in questi scenari è portatrice di segreti colpevoli e di oscure motivazioni. Penso a Fatima, “una donna senza tempo o meglio il cui tempo e movimento veniva dato – come dice appunto Orengo – da chi le stava intorno e dagli avve ­nimenti che accadevano“. Il suo viso, incorniciato dal telaio della finestra della camera di Isolabona in cui si è rifugiata, sembra fare onore al suo nome, facendola apparire come una Madonna, mentre immersa con il resto del corpo in una tinozza, piena d’acqua, di legno di mirto, la pianta sacra a Venere, sembra assomigliare a una divinità pagana dedita ai piaceri dell’autoerotismo e dell’omosessualità.
Non mancano neppure riferimenti espliciti a episodi o per ­sonaggi desunti dalla cronaca del tempo: penso a Sante Pollastri, il bandito anarchico, amico di Costante Girar ­dengo, cantato da Francesco De Gregori nella canzone Il Bandito e il campione, al limite tra la Storia e la Leggenda che in quegli anni incarnò e simboleggiò la figura del ribelle all’autorità costituita, alle beghe relative alla costru ­zione sul territorio di un campo da golf, capace di sod ­disfare le esigenze di un certo tipo di turismo o a Mariolino, un bambino che, scappato di casa in una fredda sera in ­vernale si era rifugiato nottetempo in una cartiera e ad ­dormentatosi, vinto dal sonno e dalla stanchezza, finì nell’impasto della cellulosa, dove trovò la morte una volta messi in moto i macchinari. Così come tornano, essendo Orengo un raffinato gourmet, luoghi, tradizioni e abitudini alimentari proprie della Liguria di Ponente (lo stoccafisso, il cui santuario è sempre stato ed è tuttora Piombo di Isolabona; quelle perle di fiume che sembrano essere i fa ­gioli di Pigna, soprattutto quando si accompagnano ai gamberi di Sanremo; il vino Rossese, che nulla ha da invidiare al nettare degli Dei, l’olio extravergine di oliva, vero e proprio oro liquido e l’anguilla che oltre a essere uno dei piatti più prelibati della cucina ligure, e non solo, in questo romanzo rappresenta il punto di vista del narratore e simboleggia quella componente voyeuristica che è più o meno latente in ognuno di noi e che si manifesta in maniera esplicita e patente nei cinefili come dimostra quella splen ­dida metafora del Cinema che è La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock.
Pur facendo delle concessioni al genere noir, di cui ri ­prende, come abbiamo detto, soprattutto le atmosfere, lo stile di Nico si mantiene fluido, chiaro e magico, capace di evocare le emozioni più profonde e le suggestioni più remo ­te; valga come esempio il brano seguente: “Al mattino, quando Michel aprì la bassa porta dell’ovile fu colpito dal disegno d’ombra che l’erba lasciava sulla pietra scura: si scomponeva e si ricomponeva sotto la brezza che arrivava dal Toraggio, ora sembrava un bosco in miniatura, ora la pagina di un libro giapponese, ideogrammi di chissà quali destini. Si chinò per vedere meglio, ma avvicinandosi il disegno sfumava in una macchia senza forma, come la vita che andrebbe vista da lontano per afferrarne la pienezza.

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